L’interrogativo sul senso della vita e della morte: Kierkegaard e Nietzsche nel Settimo sigillo

La ricerca del senso dell’esistere e del trapassare nel “settimo sigillo” viene affrontata in chiave kierkegaardiana e nietzschiana dai due personaggi principali del film

“Il settimo sigillo” è un film svedese del 1957 diretto da Ingmar Bergman. In un Nord Europa devastato dalla peste tornano dalle crociate in Terra Santa il cavaliere Antonius Block e il suo scudiero Jöns. Sulla spiaggia, al suo arrivo, il cavaliere trova ad attenderlo la Morte, che ha scelto quel momento per portarlo via. Block decide di sfidarla in una partita a scacchi, per rimandare la sua dipartita, e la Morte acconsente al rinvio. Antonius Block compirà il suo ultimo viaggio alla ricerca di una risposta al problema del senso dell’esistere e del trapassare.

La fede in Kierkegaard e nel cavaliere Block

Per il cavaliere Block solo la fede, una fede profonda e interiore, kierkegaardiana, può alleviare il senso di oppressione costante della morte nella vita. Per Kierkegaard solo il credente possiede l’antidoto nei confronti della disperazione, che egli definisce malattia mortale.

“Il fatto che la volontà di Dio è possibile fa sì che io possa pregare; se essa fosse soltanto necessaria, l’uomo sarebbe essenzialmente muto, come l’animale”, scrive il filosofo.

La fede è la condizione in cui l’uomo, pur orientandosi verso se stesso e volendo essere se stesso, non si illude di essere autosufficiente. La fede però non si pone come soluzione al dubbio e alle domande dell’uomo,ed è per questo definita da Kierkegaard un aiuto che non aiuta. Essa non è un cammino prestabilito e una precettistica che solleva l’uomo dalla scelta.

Antonius Block rappresenta l’uomo credente moderno, che non crede più in un sistema logico che spiega la creazione e il funzionamento del mondo, ma è dubbioso circa la reale esistenza di qualcosa dopo la morte. L’uomo moderno è attanagliato dalla coscienza della propria impossibilità nel sapere: cerca invano una risposta al dubbio assoluto ma questa è impossibile da scovare, ed è proprio grazie a questo dubbio che porta avanti il proprio infinito e conflittuale processo di conoscenza.

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Il vivere dionisicamente di Nietzsche ed il buffone Jof

Il buffone Jof, vivendo come in un carnevale continuo, cerca di fuggire tale senso di oppressione tramite il vivere dionisicamente. Nietzschiana è l’idea che sia il buffone a sopravvivere, colui che incarna da un lato la vita spensierata, dall’altro la vita di colui che riesce a guardare la morte con il “pathos della distanza” che gli permette di non caderne preda.

Per Nietzsche il dionisiaco scaturisce dalla forza vitale e dalla partecipazione al divenire. Il dionisiaco rappresenta l’accettazione totale della vita, in ogni suo aspetto. Si esprime nell’esaltazione creatrice della musica e della poesia lirica, nelle quali l’artista esprime completamente se stesso, a differenza della poesia epica, e della scultura che, con le loro forme armoniche, rappresentano la fuga di fronte al divenire.

Jof nel film viene mostrato come il portatore dell’arte, e l’arte è eterna e assoluta.

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Il film mette in scena la domanda esistenziale di ogni uomo riguardo la vita e la morte, il senso e la prospettiva di un avvenire. Mostra, attraverso le vicende e il carattere dei personaggi, diversi modi di fronteggiare queste domande e di viverle, mettendo in evidenza la strada della fede, rappresentata dal cavaliere Block, e un approccio più nietzschiano, proposto dal buffone Jof.

Elena Gallo

 

 

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