L’insocievole socievolezza di Peter Dinklage, protagonista kantiano di ‘I Think We’re Alone Now’

Un film post-apocalittico per raccontare ciò che Immanuel Kant aveva capito da tempo. Che in solitudine non si può vivere. Ma neanche in comunità.

 

 

I think we’re alone now
There doesn’t seem to be anyone around
I think we’re alone now
The beating of our hearts is the only sound

Era il 1967 quando, sul far del tramonto di quel vecchio mondo che andava spirando di fronte all’albeggiare di un ’68 che avrebbe cambiato tutto, il gruppo noto come Tommy James & The Shondells vedeva schizzare la sua I Think We’re Alone Now al 4° posto della Billboard Hot 100 – la classifica dei brani statunitensi più ascoltati pubblicata settimanalmente dall’omonima rivista musicale. Esattamente cinquant’anni dopo, la stessa manciata di parole capeggia sulle insegne dell’Egyptian Theatre di Salt Lake City, nello Utah (USA), sede ricorrente del Sundance, forse il più importante festival di cinema indipendente sul suolo degli Stati Uniti, la cui direzione artistica è detenuta ormai da anni dal Sundance Institute nella persona dell’attore Robert Redford.

L’Egyptian Theatre, sede storica del Sundance Film Festival. (indiewire.com)

Il film, come il brano degli Shondells, insiste sul tema della solitudine evocandone il carattere più distintivo: il silenzio. Una strada percorsa dai molti che, negli ultimi anni, hanno compreso quanto possano risultare assordanti i suoni di una disabitata apocalisse. Appena un anno fa, la geniale cornice di A Quiet Place permetteva a John Krasinski di riesumare il cinema muto calandolo in un contesto a metà fra l’horror e la fantascienza; forse sulla scia di quanto espresso più di dieci anni prima in quello che si è imposto come il più celebre film post-apocalittico di epoca recente, Io sono leggenda (2007) di Francis Lawrence: “Il mondo è più silenzioso adesso, bisogna soltanto ascoltare”. Un’incartata di riferimenti per un tavolo da gioco al quale quest’ultimo, piccolo gioiellino del Sundance non sarà insomma il primo a sedersi, ma lo fa di certo con un’ottima mano di poker dalla sua.

Hello, loneliness

Il giorno seguente [morirono tutti]. Il fatto, contrario alle norme della vita, causò un enorme turbamento”. Quello che potrebbe sembrare l’Incipit speculare di un romanzo di José Saramago, rappresenta invece la premessa narrativa con cui Mike Makowsky ha deciso di aprire la sceneggiatura che poi la regista Reed Morano ha fatto sua con I Think We’re Alone Now. Protagonista del film è l’ex bibliotecario Del (Peter Dinklage), unico superstite di una non meglio identificata apocalisse che ha portato all’estinzione della razza umana. Argomento solo in apparenza già battuto più e più volte, ma che a ogni nuova pellicola le piccole produzioni tentano di rinnovare apportando alcune variazioni sul tema, alle volte con esiti originali e inaspettati. E’ questo il caso del mondo di Del. Nessuno zombie da cui difendersi, nessuna banda di cannibali dalla quale nascondersi, nessuna zona infetta. E soprattutto nessuno sforzo da compiere per racimolare le ultime risorse sopravvissute al disastro, perché il ‘disastro’ non ha mai avuto luogo.

Del fra i suoi libri. (colider.com)

Semplicemente da un giorno all’altro, senza alcuna avvisaglia né quarantena, sette miliardi di persone sono morte nello stesso istante. Chi nel letto con una ragazza, chi sulla cyclette, chi sulla tazza del cesso. Lasciando tutto inviolato. Così Del, con risorse inesauribili e tempo da vendere, si tiene occupato mantenendo “la [sua] città pulita e in ordine”, spolverando le case, spazzando le foglie dai vialetti, seppellendo i morti e catalogando i libri da loro presi in prestito prima del cataclisma e mai restituiti, perché convinto che “per ogni pezzo di spazzatura che raccogliamo, c’è n’è uno in meno nel caos dell’universo”. Così altrettanto Morano, grazie a una cornice cinematografica che lo esonera da lunghe scene riguardanti sopravvivenza e accumulazione di risorse, può tirare il fiato e concentrarsi sul vero nemico dell’ultimo uomo sulla terra, come poteva essere quello del romanzo di Richard Matheson da cui Io sono leggenda era tratto: la solitudine. E per farlo ha l’intuizione geniale di scegliere un uomo per il quale più di ogni altra cosa, vale il proverbio che capeggerà imponente sul paragrafo che segue.

Meglio soli che male accompagnati

Sullo [schermo] sembrava… Un niente… Un inizio semplice, quasi comico. Appena un palpito”. Il palpito di quei cuori di cui parla il brano del ’67 e che ora, per descriverlo, nulla sembra più azzeccato delle parole di Antonio Salieri nell’Amadeus (1984) di Miloš Forman. Perché infatti I Think We’re Alone Now ha un attacco semplice, di una ingenua genuinità nel senso più dolce del termine, che non conterà forse sul brano degli Shondells per la sua colonna sonora, ma appunto su una melodia quasi orchestrale fatta di scricchiolii, passi felpati, bocconi masticati e sorsi bevuti. Finché Grace (Elle Fanning) non decide di irrompere sulla scena rompendone il silenzio, quello stesso che Del dichiarerà di rimpiangere più di ogni altra cosa. Di fronte all’ingombrante presenza di questa adolescente esuberante, Del sarà spinto, almeno inizialmente, verso una bramosia di solitudine che stride con qualunque cliché un film del genere avrebbe potuto mettere in scena. E questo perché Del non è un uomo come gli altri, come non lo è l’attore che lo interpreta.

Del e Grace in una scena del film. I toni caldi del fotogramma sembrano contrapporsi ai toni freddi del precedente, quasi a voler rappresentare il calore della compagnia contrapposto al freddo mondo della solitudine. (variety.com)

Dinklage traghetta magnificamente la sua sindrome di nanismo dalla vita reale nella finzione del film e la rende vera protagonista del suo malessere, quello di un uomo da sempre vissuto, non per sua scelta, come un emarginato, un solitario, e che finalmente può dare un senso a quella solitudine che se prima rappresentava una gabbia ora si trasforma in liberazione: “Sai cosa? Ti dirò quando mi sono sentito solo. Mi sentivo solo quando ero io con altre 1600 persone in questa città”. Un imbarazzo che, sette miliardi di morti dopo, sembra destinato a ripetersi come un disco rotto, con Grace che quasi di proposito sceglie le parole peggiori per rompere il ghiaccio: “Sembravi più basso”. Anche se non uno come gli altri, Del rimane però pur sempre un uomo, bisognoso come tutti di vivere in comunità, di poter esperire il rapporto con l’altro. Perciò fa un passo indietro, accogliendo Grace e scegliendo così il sodalizio piuttosto che la solitudine. La stessa impervia strada verso l’altro da sé che si vedrà costretto a intraprendere una volta palesatasi la terribile verità: che mentre lui si convinceva di essere l’ultimo esemplare della razza umana, quella stessa razza risorgeva e si riorganizzava in tutto il Paese. Per accorgersene, sarebbe bastato mettere il naso fuori da quella stessa, eppur diversissima gabbia di solitudine che si era voluto costruire sui confini della sua piccola città. Ma ad attenderlo, fuori da quella gabbia, vi sarà una società ancora più meschina di quella che aveva lasciato, e che finirà soltanto per ricordargli il vero valore del proverbio che ha capeggiato imponente sul paragrafo che si è appena concluso.

Genuinità ingenua, insocievole socievolezza

Sindrome di nanismo permettendo, la condizione di Del intende solo mettere in scena un caso limite per portare alle estreme conseguenze un principio antropologico considerato basilare, per qualsivoglia teoria politica che si rispetti, dal filosofo tedesco Immanuel Kant: quello dell’insocievole socievolezza. Pur assimilando il fulgido esempio di Thomas Hobbes nella teorizzazione di un solido apparato antropologico che funga da trampolino di lancio per la successiva analisi politica, e condividendo con il suddetto padre del contrattualismo l’appartenenza a questa stessa corrente filosofica, Kant riassorbe nelle sue istanze proprio quella tradizione millenaria che il contrattualismo aveva rigettato e in contrapposizione alla quale aveva costruito la propria identità: l’aristotelismo.

Un ritratto del filosofo Immanuel Kant reso in stile Pop Art. (fineartamerica.com)

Riproponendo quella definizione aristotelica dell’Umano come zoon politikon, come animale politico incapace di vivere in solitudine e spinto quindi per natura ad associarsi in comunità, Kant la amplia, trasformandola radicalmente nella quarta tesi del saggio sull’Idea di storia universale dal punto di vista cosmopolitico, risalente al 1784. Poiché l’Uomo è si socievole, incapace di resistere alla tentazione di vivere con gli altri, ma proprio nel momento in cui instaura questo rapporto scopre il proprio desiderio egoistico e antisociale di ottenere “onore, potere o ricchezza [per] procurarsi un rango tra i suoi consoci, i quali non può sopportare ma di cui anche non può fare a meno”. Così Del, convinto da un inquietante Paul Giamatti che “a un certo punto dobbiamo tutti unirci al gruppo”, andrà a sbattere a proprie spese contro un’umanità che da una lezione come quella della sfiorata estinzione sembra non aver appreso nulla. O meglio, sembra averne estrapolato una regola del tutto deviata e deviante, castrando in partenza come le persone, così anche la loro possibilità di riscatto, di evoluzione sociale. Perché forse Kant aveva ragione quando affermava che “da un legno così storto com’è quello di cui è fatto l’uomo non si può fare nulla di completamente diritto”.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: