L’incapacità di provare piacere in situazioni comunemente ritenute piacevoli: Woody Allen e l’anedonia

La difficoltà di Alvy, protagonista di “Io ed Annie”, nell’essere attratto da situazioni generalmente interessanti è sintomo di anedonia.

 

L’anedonia è un disturbo associato ad altre psicosi, come la schizofrenia o la depressione, che impedisce al paziente di provare piacere in situazioni comunemente ritenute piacevoli. Tale difficoltà può riguardare sia attività fisiche come il mangiare, che sociali come il sesso.

“Io ed Annie”: un Alvy incapace di godersi la vita

Nel film “Io ed Annie” ripercorriamo il travagliato percorso emotivo della star Alvy Singer, interpretata dallo stesso nevrotico e miope Woody Allen. Alvy Singer, sguardo in macchina, ci racconta le sue riflessioni sulla vita e sulla morte e sulla fine del suo rapporto con Annie.

Fin da piccolo soffriva di qualche depressione relativa al timore dell’espansione dell’universo e anche a causa della sua abitazione situata sotto le montagne russe del Luna Park. Il suo interesse per l’altro sesso era già vivo all’epoca. Divenuto adulto è ora un comico di successo che la gente riconosce per la strada.

Le sue ossessioni hanno subìto una trasformazione: ora si sente vittima dell’antisemitismo e con Annie le cose non vanno bene.

La narrazione si apre con il protagonista che introduce alla propria opinione sulle relazioni amorose con le donne e che ci accoglie nella sua psiche, in una linea temporale imprevedibile e guidata dal ricordo, come se si trattasse di una seduta analitica.

Alvy infatti sostiene: “C’è una battuta che è importante per me; è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx, ma credo dovuta in origine al genio di Freud e che è in relazione con l’inconscio; ecco, dice così – parafrasandola -: «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me».

È la battuta chiave della mia vita di adulto in relazione ai miei rapporti con le donne”.

La scena centrale del film rispecchia un magistrale esempio di cinema analitico in cui i ricordi, come nella Recherche proustiana, si susseguono senza demarcazione mostrando finalmente i dubbi di Alvy sulle relazioni interpersonali. Dopo un esilarante pranzo di famiglia, una telecamera segue un furibondo litigio tra Alvy ed Annie, la sua fidanzata, che causerà la rottura del loro rapporto. Dopo tempo i due torneranno insieme, ma solo per un breve periodo.

Annie diventa consapevole della personalità di Alvy e durante una seduta, richiesta come ultimo tentativo di avvicinamento da parte del protagonista, lei interviene: “Alvy, tu sei incapace di godere la vita. Lo sai questo? La tua vita è il centro di New York, sei come un’isola, sei autosufficiente”. Alvy è davvero incapace di condividere e gioire, come in un’eterna consapevolezza di un vissuto depressivo e l’unico modo che ha di relazionarsi è quello di porsi in una posizione superiore rispetto al partner per evitare di mettere in gioco i propri sentimenti.

La tendenza di Alvy a razionalizzare, frutto anche della sua lunga terapia di psicoanalisi, è una colonna portante del film; se “Io ed Annie” si pone come una commedia romantica, allora fin dove può spingersi la coscienza e dove è possibile individuare il confine tra sentimento e ragione? L’amore, intrinsecamente a-morale, sfugge a qualsiasi legge e a qualsiasi forma di controllo: di conseguenza, anche le degenerazioni dell’amore stesso, imprevedibili cause di sofferenza, sono incontenibili e improvvise, come la celebre scintilla che fa scoccare il legame.

Un ruolo importante è svolto dalla bellezza e dalla sua percezione, certo, ma anche questo si colloca su un piano immediato ed emotivo, primitivo rispetto ad un’elaborazione consapevole. Il corpo, gli occhi ed il contatto stimolano una conoscenza dell’altro che è allo stesso tempo superficiale e profonda ed è forse per questo che Alvy si esprime sull’orgasmo e sul cogliere il piacere della vita in generale considerandoli futili e senza fine alcuno, forse spaventato dal provare emozioni.

Sorge spontaneo un paragone con il film “La malattia della Morte” di Marguerite Duras, che vede come protagonisti Voi e Lei, simboliche manifestazioni di due mondi inaccessibili, come quelli di Annie ed Alvy, che provano a contattarsi per tutta la durata della storia. Lei si rivolge a Voi un po’ come Annie si rivolge ad Alvy durante la seduta analitica:

“Voi non amate niente, non amate nessuno e non amate neppure questa differenza che credete di vivere. Voi non conoscete che la grazia del corpo dei morti, quella dei vostri simili. Improvvisamente vi appare la differenza fra quella grazia del corpo dei morti e questa che è qui presente, fatta di debolezza estrema. Voi scoprite che lì, in lei, si fomenta la malattia della morte, è quella forma allungata davanti a voi che decreta la malattia della morte”.

Notte dopo notte, Voi elabora la differenza con Lei, con quella donna leggera e aperta, tendente ad un godimento incomprensibile.

Quello che la Duras denuncia è una forma inguaribile di anedonia, di incapacità di provare piacere nelle comuni esperienze piacevoli. Proprio “Anedonia” doveva essere il titolo originale di “Io ed Annie”, prima di essere modificato perché ritenuto inappropriato. Allora è proprio qui che la storia di Alvy e quella di Voi entrano in contatto, nel punto in cui due vite malate si intrecciano senza possibilità di differenza: l’uno per la nevrosi, l’altro per un’apatia esistenziale difficile da riconoscere.  Woody Allen conclude “Io ed Annie” con la separazione tra i protagonisti, mentre nel racconto della Duras Lei sparisce dalla notte al giorno senza dire una parola, allontanandosi da quel “curioso morto” incapace di amare “a causa di questa opacità, di questa apatia, a causa di questa menzogna sul mare nero”.

Perdita e abbandono sembrano essere i fattori che accomunano i finali di queste due opere, diverse e al tempo stesso simili, testimonianze estreme di problematiche che con diversi gradi di intensità sperimentiamo nelle nostre relazioni. Se l’amore è a così stretto contatto con questa sofferenza, con il regno della morte che è lì in agguato, pronto a colpire da un momento all’altro, allora in cosa possiamo individuare il senso più intimo di questo sentimento?  È nell’illuminante riflessione con cui “Io ed Annie” si conclude che Allen prova a darci una risposta, soggettiva e assolutamente parziale, ma allo stesso tempo profondamente vera.

È forse lì che ognuno di noi si spinge per stare insieme all’Altro: l’azzardo sta in questo investimento nell’ignoto che va al di là della ragione, un movimento incomprensibile e senza regole che si attesta come l’esperienza umana più forte. Come Voi, tutti noi accediamo a qualche forma di apatia, a differenze rispetto al modo di amare dell’Altro, ma paradossalmente l’unione sta proprio lì, nella differenza che stimola un’intima curiosità, un’inesauribile conoscenza. Qual è allora il motivo della paura e dell’anedonia di Alvy?

Quando il disinteresse verso il mondo circostante si trasforma in disturbo

In psicologia e psichiatria, il termine anedonia (parola greca composta dal prefisso negativo “an” e da “hēdonē”, “piacere”) descrive l’incapacità di un paziente di provare piacere, anche in circostanze e attività normalmente ritenute piacevoli, come il dormire, il nutrirsi, le esperienze sessuali ed il contatto sociale. L’anedonia è considerata uno dei sintomi più indicativi dei vari disturbi e delle varie malattie mentali, in primo luogo i disturbi dell’umore e la depressione.

Tale sintomo è uno dei maggiormente citati dai manuali per la diagnostica con criteri statistici. Più in particolare, l’anedonia è definita sociale quando il disturbo riguarda le sole relazioni interpersonali, mentre è fisico quando il cibo, il sesso e le emozioni non procurano piacere e soddisfazione al soggetto.

La definizione si affina in anedonia sessuale per indicare l’incapacità di godere del mero atto sessuale, una sorta di anorgasmia, per cui il paziente non riesce a raggiungere l’orgasmo o anche semplicemente a provare piacere durante l’attività sessuale. L’anedonia potrebbe essere spia accesa anche di schizofrenia e morbo di Parkinson: secondo le stime, il 40% dei pazienti affetti ma morbo di Parkinson manifesta, in modo associato, anche tale disturbo.

Tuttavia vi sono teorie e pensieri contrastanti e non univoci per quanto riguarda il legame anedonia-schizofrenia; infatti alcuni psicologi e psichiatri considerano il primo disturbo come sintomo del secondo, mentre altri reputano la patologia anedonica come un tratto che predispone il soggetto alla manifestazione della psicosi schizofrenica.

Tra i sostenitori della prima teoria, si ricordano il Dott. Carpenter e il Dott. Kirkpatrick, secondo i quali l’anedonia era “sintomo primario e duraturo”, elemento indispensabile per diagnosticare la schizofrenia nei pazienti; ancora, il Dott. Crow, psichiatra anglosassone, considerava l’anedonia come sintomo principale della schizofrenia. In opposizione a questa teoria, altri studiosi rifiutano il concetto secondo cui l’anedonia rappresenta il marker della schizofrenia: il disturbo anedonico è paragonato ad una malattia trasmessa geneticamente, un carattere innato che pone le basi all’insorgere della manifestazione schizofrenica.

L’anedonia gioca un ruolo di notevole importanza anche nella depressione: negli stadi depressivi iniziali il soggetto lamenta incapacità di trarre soddisfazione dalle piccole attività quotidiane che, di norma, sono considerate piacevoli.

Ciò che differenzia l’anedonia nel contesto schizofrenico da quella in ambito depressivo, è che in quest’ultimo caso la difficoltà di provare piacere nasce in un determinato momento, mentre nella schizofrenia l’anedonia è stabile nel tempo e non insorge in un particolare stadio della malattia.

Uno dei primi esperimenti sull’anedonia è il Sucrose Preference Test, volto a misurare proprio l’incapacità di provare appagamento o interesse per attività generalmente piacevoli. Nei roditori stressati prenatalmente (PSY) diminuisce la preferenza per la soluzione zuccherina. Questo studio vuole dimostrare come la maggior parte dei disturbi infantili o adolescenziali siano causati da un ambiente prenatale o perinatale sfavorevole. Il cervello è molto sensibile a stimoli esterni, soprattutto nel periodo gestazionale e in quello neonatale, in accordo con l’ipotesi di Barker per cui il feto sviluppa delle strategie per adattarsi ad un ambiente intrauterino avverso; strategie che però possono aumentare il rischio per il feto di sviluppare malattie da adulto.

Figli nati da donne che in gravidanza sono state esposte a stress possono presentare disturbo di ansia generalizzato, depressione, disturbi del linguaggio e dell’attenzione, schizofrenia o autismo. A livello cerebrale è possibile osservare un’atipica complessità dendritica e un’anormale densità delle spine dendritiche con alterata neurogenesi.

Altrettanto importante è l’interazione madre-neonato, la quale, se compromessa, può portare ad alterazioni dello sviluppo del Sistema Nervoso Centrale, deficit emozionali e cognitivi, difficoltà nella memoria e nella regolazione delle emozioni. Ad esempio, le madri di ratto esibiscono differenze interindividuali nel loro modo di comportarsi nei confronti dei cuccioli: i figli ben accuditi (high licking/grooming) cresceranno sicuramente meglio, sia a livello fisico che psicologico, rispetto ai figli che hanno ricevuto meno cure materne (bad licking/grooming).

Lo stress materno viene trasmesso, durante il periodo intrauterino, in primo luogo attraverso il circuito neuro-endocrino dello stress: un sistema elaborato che, oltre ad essere implicato nel mantenimento del normale ritmo circadiano, permette ai mammiferi di adattarsi ai cambiamenti nel loro ambiente.        

                                       

I glucocorticoidi sono importanti per la corretta maturazione del cervello, poiché permettono il rimodellamento degli assoni e dei dendriti ed influenzano la sopravvivenza delle cellule. Durante la gravidanza i livelli di cortisolo crescono per favorire la corretta organogenesi fetale, ma se la quantità di cortisolo supera i livelli fisiologici tipici della gravidanza, lo sviluppo ed il funzionamento del cervello possono essere compromessi.                       Altrettanto fondamentale è il ruolo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nel mediare gli effetti a lungo termine dello stress prenatale.  

Il controllo dei livelli di glucocorticoidi nelle madri stressate mediante surrectomia previene un’aumentata esposizione fetale ai glucocorticoidi materni che stimolano eccessivamente l’attività dell’asse HPA fetale in via di sviluppo. Nell’uomo, aumentati livelli di metilazione del gene NR3C1 sono osservati nella placenta e nel sangue proveniente dal cordone ombelicale di neonati le cui madri hanno sofferto di ansia o depressione, hanno patito la fame o sono state violentate durante la gravidanza. Come abbiamo potuto vedere, l’ambiente che circonda il bambino prima di nascere e appena nato è decisivo per il suo sviluppo, sia a livello cerebrale, che a livello psicofisiologico.

Infatti lo sviluppo dell’individuo, al contrario di come spesso si pensa, non è dettato solo dai geni, ma anche dall’esperienza. Ambiente e genetica giocano ruoli estremamente importanti che si equilibrano tra loro e i cui livelli si modificano in base alle situazioni.

Locke sosteneva l’empirismo, secondo cui le esperienze sono l’unica unità importante nello sviluppo e la mente è invece una tabula rasa, su cui le stesse esperienze vengono incise col tempo. Al contrario, Darwin riteneva che la biologia fosse al centro del comportamento umano, appoggiandosi così all’innatismo come fattore umano volto all’adattamento all’ambiete circostante. Uno dei primi studiosi a concepire lo sviluppo come un insieme di più componenti fu Lorenz con la sua teoria sull’imprinting che considera sia una componente innata che una componente appresa.

Oggi sappiamo che il fenotipo ed il comportamento sono dettati dal rapporto che intercorre tra genotipo e ambiente, il quale influenza lo sviluppo del SNC, il comportamento e in casi estremi l’espressione dei geni attraverso modifiche epigenetiche transgenerazionali e non. 

L’infanzia di Alvy e le cause della sua anedonia

Tornando al film, Alvy ed Annie si sono separati e lui, sulla soglia dei quarant’anni non riesce a comprenderne il motivo: “Annie e io abbiamo rotto e io ancora non riesco a farmene una ragione. Io… io continuo a studiare i cocci del nostro rapporto nella mia mente e a esaminare la mia vita cercando di capire da dove è partita la crepa, ecco… Un anno fa eravamo innamorati, sapete. È strano, non sono il tipo tetro, non sono il tipo deprimente”. Di qui il ricercare continuo nella sua vita di tutti gli eventi che lo hanno condotto al termine di questa relazione e, più in generale, di tutti i rapporti amorosi che ha avuto.

Il viaggio ha inizio nell’infanzia: compare un divertente ricordo nello studio di un medico, dove  il piccolo Alvy afferma il suo pensiero sull’inutilità del vivere a fronte di una fine certa e dove il medico, in tutta risposta, gli consiglia di godersi la vita senza considerare l’avvenire, superando il concetto di godere o di agire per un fine. A questo però si contrappone un’educazione sessuale rigida con educatori che condannano ogni tipo di pulsione sessuale e carnale ed una madre petulante che svaluta il figlio e non contempla il cambiamento. Infine, anche i pregiudizi nei confronti dei semiti gioca un ruolo fondamentale nel rendere avverso l’ambiente in cui Alvy si muove, rendendolo paranoico riguardo una delle sue caratteristiche fondamentali: l’essere ebreo.

Se ci rifacciamo alla scuola freudiana, da cui attinge Allen, la paranoia si basa sulla proiezione di sentimenti propri, o di parte del Sè, su altri oggetti o persone. In questo caso, Alvy scinde da sè i contenuti negativi introdotti nella sua infanzia cristallizzandoli nel suo essere ebreo e li proietta all’esterno, sentendosi minacciato in questa sua caratteristica. L’ambiente in cui Alvy ha vissuto, sin da piccolo, ha contribuito a renderlo insicuro e paranoico tanto da fargli assumere comportamenti depressi o simil-depressi associati poi allo scarso, quasi nullo, interesse nei confronti del mondo circostante.

Egli infatti si sente bloccato e non riesce a provare piacere o soddisfazioni in situazioni che normalmente sarebbero ritenute interessanti. In particolare, non riesce a gestire relazioni poiché, insicuro e intimorito, si pone in una condizione di superiorità nei confronti del partner per evitare di esporsi al sentimento e alle debolezze che secondo lui ne derivano, ritrovandosi in una situazione di completa anedonia.

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