“Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te”.

Nel mondo contemporaneo il consumismo è ormai una realtà accreditata e accettata dai più come un concetto simil-astratto che ben descrive l’epoca in cui viviamo. Ad un’analisi più approfondita, però, si possono scorgere gli effetti collaterali nefasti a cui conduce questo modello di vita, da un punto di vista individuale oltre che collettivo. Si può parlare di libertà in un mondo governato dal consumismo, oppure si deve prima parlare di liberazione da esso e successivamente avvicinarsi al concetto di libertà?

La ricerca di evasione in Fight Club

Fight Club è un romanzo scritto dall’illustre autore statunitense Chuck Palahniuk alla fine del ventesimo secolo e da cui è stato tratto il celeberrimo film omonimo con protagonisti Edward Norton e Brad Pitt.

Il romanzo tratta una tematica molto delicata: l’insoddisfazione che si prova nella società americana contemporanea, che fa di un capitalismo estremo e di un consumismo sfrenato i due tasselli su cui fondare il proprio ideale liberal-democratico. Il protagonista, rappresentato nel film da Edward Norton, infatti, incarna lo stereotipo dell’uomo statunitense: è infelice, insonne e solo, con un lavoro mediocre che gli permette di continuare ad inseguire il sogno americano e a riempire la casa di oggetti di cui non ha bisogno.

La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno.

Tyler Durden, la nemesi del protagonista, rappresentato nel film da Brad Pitt, è un personaggio che con acuta analisi riesce a cogliere le dinamiche consumistiche della società contemporanea e con un profondo nichilismo a rifiutarle con forza. Grazie al suo aiuto e alla sua filosofia dell’autodistruzione, della violenza e del dolore il protagonista riesce a colmare il senso di insoddisfazione e ad affrancarsi dalla vita che stava vivendo – da mero strumento di un meccanismo molto più grande – per riprendere possesso del suo tempo limitato e della sua stessa esistenza.

La ricerca della verità in Platone

Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno sin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.»

Il Mito della Caverna, contenuto all’inizio del settimo libro della Repubblica, è uno dei miti più celebri scritti dal filosofo greco Platone.

Come spesso fa Platone descrive grazie a una bellissima allegoria la condizione in cui vessa l’essere umano, incatenato fin da bambino e costretto a guardare in avanti un muro lungo il quale vengono proiettate le ombre di oggetti artificiali e degli stessi compagni seduti loro a fianco.

Insomma questi prigionieri considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali.

Platone successivamente rappresenta la liberazione dell’essere umano da questa condizione epistemologica passiva, dove si accettano le ombre come verità, mostrando come, dopo aver sciolto le catene, possa alzarsi, girare la testa e solo dopo aver scoperto che la verità che aveva accettato era fasulla incamminarsi verso l’uscita della caverna e ricercare la vera verità, rappresentata da Platone con l’allegoria del Sole che illumina la realtà, simbolo dell’idea del Bene, per poi, successivamente, tornare all’interno della caverna e raccontare quel che ha avuto la possibilità di scorgere all’esterno.

Questo mito, al di là delle implicazioni filosofiche sull’ontologia e l’epistemologia platonica, ben può rappresentare la ricerca che il protagonista di Fight Club porta avanti, partendo da una condizione di prigionia – in questo caso da catene consumistiche – per giungere alla liberazione finale del vero potenziale umano, guidato non dall’amore per la conoscenza, come in Platone, ma dall’insoddisfazione e dalla depressione.

Liberazione dell’essere umano in Nietzsche

Un altro protagonista della scena filosofica occidentale, Friedrich Nietzsche, filosofo tedesco vissuto tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, descrive in molto molto simile la liberazione dell’essere umano dalle logiche apollinee, logiche razionalizzanti tipiche del mondo occidentale post platonico, esaltando invece le logiche dionisiache rimaste nascoste e imprigionate per lungo tempo.

Nel suo nichilismo Nietzsche arriva a preannunciare la necessaria caduta di tutti i valori con la celebre frase “Dio è morto“, la successiva transvalutazione dello schema dei valori e la nascita di un “nuovo” essere umano, il concetto di Übermensch, che libererà lo spirito dionisiaco e si affrancherà dalle catene della morale contemporanea.

Questa visione si può facilmente legare alla trama di Fight Club, che rappresenta appunto la liberazione di un uomo dallo schema già per lui prefissato dalla società in cui, suo malgrado, è costretto a nascere e vivere e dunque la nascita di una nuova tipologia di essere umano, più consapevole del suo spirito vitale e del suo potere – ben rappresentato dalla trasformazione del protagonista.

Sto sciogliendo i miei legami con il potere fisico e gli oggetti terreni […] perché solo distruggendo me stesso posso scoprire il più elevato potere del mio spirito.

 

 

 

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