L’eudemonismo del lockdown: come il male è una tappa del bene

Considerazioni sulla felicità, nel suo senso lato, attraverso le filosofie eudemonistiche e la sua contrapposizione all’attuale situazione che stiamo vivendo, nei suoi limiti e nelle sue restrizioni.

Quadro della settimana #11 – La sottile linea d'ombra

 

L’infelicità è ben spesso da intendere come privazione della felicità, o di ciò che ci rende felici, ed in un momento storico come quello che stiamo vivendo dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c’è. Al di là dell’infelice, è proprio il caso di dirlo, citazione, la costante pressione psicologica che viviamo in questi giorni che sembrano prorogare sempre di più un lieto fine, le dinamiche con la quale affrontiamo tale limite offrono uno splendido punto d’indagine e, perché no, una soluzione a quello che è potenzialmente uno dei più grandi drammi psichici che affrontiamo da decenni.

Il Lock down

Tra le tante influenze che il COVID-19 ha prepotentemente esercitato sulla nostra quotidianità potremmo addirittura intenderne una di tipo linguistico, “grazie” a questo male abbiamo integrato all’interno della nostra giornata differenti nuovi termini di cui tra questi, sicuramente il più aspro da pronunciare, “Lock down”. Lo so, è incredibilmente sterile dover trattare tra queste righe un qualcosa che conosciamo, ormai, così bene, ma al fine di seguire dignitosamente la solita prassi che ormai avrete imparato a conoscere tenterò celermente di definirlo. Il lock down altro non è che una misura di confinamento, un protocollo d’emergenza da seguire nell’eventualità di determinati problemi di salute o pubblica sicurezza. I danni che questa misura ha causato, data la sua durata e il suo continuo aleggiare nell’aria, pronta a ripresentarsi, sono incommensurabili e troppo poco spesso trattati. Questa clausura “sociale” ha determinato una repentina quanto deleteria sterzata su quella che era la strada delle nostre abitudini e del nostro amore per la socialità, lentamente e passivamente instaurando in noi una forma di tristezza, troppo lieve per piangerla e troppo grande per ignorarla. Siamo costantemente assoggettati da paure, timori, costanti e pratici, temiamo per la nostra salute e temiamo di ricevere ulteriori limitazioni a quella libertà che mai era stata così scontata. Ma il male ,si sa, altro non è che una preparazione al bene.

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L’Eudemonismo

Come il termine lascia intendere l’eudemonismo è quella dottrina morale che tratta della felicità, l’eudemonia. Gli eudemonisti ritengono che la felicità sia un obbiettivo naturale dell’uomo e dunque un qualcosa alla quale esso non deve tendere, ma addirittura tende per sua natura. Dai presocratici a Kant e via discorrendo, la filosofia ha sempre avuto molte difficoltà nel definire la felicità in sé, e certamente non sarò qui io adesso a propormi di trovarne un termine che sia universale e valido per tutti di questo curioso modo di star bene. Limitiamoci a dire che la felicità è chiaramente soggettiva, ed identifichiamola banalmente come l’agire secondo propria volontà. Da quanto vogliamo invece distaccarci, per degnamente concludere questo breve trattato e magari anche da esso poterne beneficiare, è la filosofia Epicurea che intende la felicità come l’assenza di dolore. L’atarassia è ben lontana dai nostri pratici interessi di godimento della vita e dei modi in cui essa si palesa, ed è proprio per questo che se Epicuro ci provoca in questa sede antipatia possiamo trovare un inaspettato amico nella filosofia cinica di Antistene. Dell’allievo di Gorgia prenderemo quel preciso passo in cui egli si dichiara pronto alla rinuncia dei beni per più tempo, in modo di poter godere di questi al massimo nel momento in cui finalmente vi si approccerà. Antistene in sostanza professava, per godere davvero del pasto, il digiuno, e analogamente seguiva questa pratica in tutti gli aspetti dell’umano piacere.

L’attesa del poter attendere

Per quanto il suggerimento di Antistene possa sembrare efficace, nell’attuale condizione che ci troviamo a vivere non abbiamo la possibilità di privarci d’un qualcosa al fine di poterne meglio godere, ma siamo costretti a farlo. Ma non è questo degno motivo per esser tristi, come abbiamo detto all’inizio di questa pretenziosa trattazione, l’infelicità altro non è che mancanza di felicità. E cosa vuol dire tutto ciò? Che per essere infelici dobbiamo prima esser stati felici, vuol dire che la tristezza del non poter vivere implica assolutamente l’aver vissuto. Quello che oggi ci manca è quanto ieri davamo per scontato, il male che patiamo oggi è il bene che abbiamo patito ieri e questa presunta infelicità altro non è che una snervante attesa di poter tornare a vivere. Ma è proprio a questo punto che mi sento di proporre un’attesa differente, propongo invece di attendere di poter attendere. Il senso di tale affermazione è che ciò che adesso ci rende infelici prima non ci rendeva felici, ma altro non era che la nostra quotidianità, il nostro consueto vivere secondo quanto a ieri ci sembrava banale. La vita è sempre in un certo qual modo attesa, attesa d’una svolta, d’un momento nuovo, d’un momento vissuto ieri che torni oggi, e quanto oggi ci tocca è attendere di poter nuovamente attendere, se oggi siamo tristi è solo perché stiamo finalmente stiamo celebrando quello che dal giorno in cui siamo nati abbiamo sempre fatto, vivere. E se magari Antistene a differenza nostra ha avuto la possibilità di scegliere di digiunare, è proprio il nostro essere costretti al digiuno che renderà non solo il prossimo pasto meraviglioso, ma ogni singolo futuro pasto della nostra vita degno d’esser consumato. La possibilità che oggi abbiamo, senza saperlo, è quella di renderci finalmente conto che la vita è un dono e che di questo dono possiamo essere privati, ed è proprio attraverso questa privazione che possiamo finalmente dire a noi stessi grazie, grazie semplicemente d’esser vivi, perché se questo momento storico è terribile per esser vivi, è al contempo meraviglioso per vivere.

 

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