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Omero e la genesi dell’antieroe greco: come Tersite anticipa Efialte del film “Trecento”

Omero e la genesi dell’antieroe greco: come Tersite anticipa Efialte del film “Trecento”

Tersite, uno dei personaggi meno conosciuti dell’Iliade, diventa il paradigma (contrario) della kalokagathia e dell’antieroe che un virtuoso cittadino greco non doveva assolutamente essere. Zack Snyder tratteggia il suo traditore delle Termopili con molte caratteristiche che richiamano Tersite. 

particolare del volto della statua di Omero

Si è sempre parlato del ruolo fondamentale che Iliade e Odissea hanno avuto per la cultura occidentale e soprattutto per quella greca. La famosa dicitura che dipinge Omero (o chi per lui) come “Educatore dell’Ellade” ha un grande fondo di verità: i suoi due poemi, infatti, costituirono un modello inarrivabile sotto ogni punto di vista per i cittadini delle poleis, Essi, oltre a restare ammaliati nel sentire gli aedi recitare gli esametri dell’assedio di Troia o delle vicende di Odisseo, ricevevano anche ammonimenti religiosi, valori morali e militari in cui credere e da applicare. E i loro grandi eroi, i migliori di tutta la Grecia, erano gli splendidi portatori e difensori delle grandi virtù che il popolo greco doveva fare sue. Ma gli insegnamenti non sempre vengono da esempi positivi ed è qui che entra in gioco il nostro antieroe di oggi: Tersite. Un uomo che, vedremo, è tutto il contrario dell’eroe tipicamente omerico, l’opposto del kalos kai agathos, un soldato che incarna tutto ciò che un greco non doveva assolutamente diventare. Ma sotto sotto, agli occhi di noi moderni, Tersite non è proprio “tutto da buttare”.

In questo mondo di eroi, nessuno vuole essere… Tersite

Caliamoci immediatamente nella mitica Guerra di Troia, dove si fronteggiano i migliori uomini della Grecia e i difensori della città dalle mura inespugnabili. Sono ormai nove anni che gli Achei, guidati in primis da Agamennone, tentano di entrare nella rocca di Ilio, ma la strenua difesa dei Troiani li ha sempre respinti. Nel libro II dell’Iliade si vede Agamennone che, ricevuto in sogno l’avvertimento di Zeus di attaccare di nuovo la città di Priamo, vuole prima testare la voglia di combattere dei soldati Achei. Così, con uno stratagemma, finge di volersi ritirare. I soldati e i loro capi vanno verso le navi, ma interviene Odisseo a fermare tutti (su consiglio di Atena). Il sovrano di Itaca, con la sua magniloquenza, convince tutti a rimanere e a combattere ancora.

Ma, a questo punto, tra la folla schierata si alza un soldato, di nome Tersite. A questo punto in piedi ci sono soltanto Odisseo da una parte e Tersite dall’altro. Loro due, uno di fronte all’altro e non potrebbero essere più diversi tra loro. Omero descrive Tersite come un uomo dalle gambe storte, zoppo da un piede e con le spalle ricurve e cadenti sul petto. Aveva, cito testualmente, la testa a pera e su di essa crescevano radi i capelli. Insomma, Omero non gli risparmia nessuna sciagura fisica, dal momento che è esattamente l’opposto del classico eroe greco. Odisseo, in piedi di fronte a Tersite, è bello, alto, dritto con la schiena, muscoloso, chioma fluente: il suo contraltare perfetto, in tutti i sensi.

E naturalmente c’è una precisa ragione per cui Tersite, visivamente, è dipinto come un mostro opaco di fronte alla lucentezza di tutti i migliori guerrieri della Grecia. Il suo aspetto fisico è la concretizzazione del suo scarso valore morale e anche nella caratterizzazione di questo aspetto Omero non gli risparmia nulla. Tersite è il più spregevole tra quelli venuti a Troia, è un parlatore petulante, quando apre bocca è come se gracchiasse e pronuncia solo ingiurie. In più il suo unico divertimento è deridere i capi degli Achei, prendersi gioco dei valorosi sovrani dell’Ellade. E, per finire, rimane un soldato mediocre.

Perché tutto questo accanimento contro il povero Tersite? La ragione risponde non solo alle finalità della trama del poema, ma a quelle di fornire esempi morali e di virtù, come dicevamo prima. Tersite si è alzato in piedi (unico tra i soldati a farlo) per ingiuriare Agamennone e ribellarsi alla decisione di combattere ancora dopo anni di inutili spargimenti di sangue. Per la morale guerriera dei Greci, per l’onore e la mentalità virtuosa che l’Iliade voleva trasmettere, questo è inammissibile. Innanzitutto lo è insultare il capo dei capi della spedizione, Agamennone, che Tersite ha provocato e sfidato (lo approfondiremo in seguito). E se Odisseo, pochi versi prima della comparsa di Tersite, ha detto che

Non possiamo noi Achei tutti quanti regnare; non è certo un bene se si è in molti al comando; uno sia il capo, uno soltanto il re, cui dette il figlio di Crono pensieri nascosti

significa che non tutti possono governare: il governo giusto è la monarchia e si sente l’intento pedagogico implicito dell’affermazione. Significa inoltre che non tutti possono parlare. Soprattutto se lo fanno a sproposito, come Tersite. E di certo non è finita qui.

Statua di Ulisse, copia di età Romana

Efialte, il contrario del “bello e buono”

Nel film “Trecento” viene rappresentata una delle più gloriose ma anche dolorose pagine della storia dell’antica Grecia: la Seconda Guerra Persiana, mossa contro le poleis greche (Atene principale bersaglio) dall’Impero persiano di Serse. Dopo una faticosa trattativa, Atene e le sue alleate convincono ( in realtà solo in parte) la città di Sparta a combattere al loro fianco. Un contingente di trecento Spartiati, i guerrieri di sangue puro spartano, capeggiati dal re Leonida, viene inviato presso le Termopili, uno stretto passo di montagna a nord di Atene, tra la Locride e la Tessaglia. i Persiani, per poter arrivare ad Atene, devono passare dalle Termopili ed è lì che, in uno spazio ristrettissimo, il grande valore guerriero degli Spartani e dei loro alleati blocca per giorni l’invincibile armata persiana.

Tra le truppe spartane, ad un certo punto, compare un personaggio apparentemente secondario, ma che saprà rivelarsi più decisivo che mai. Si tratta di Efialte, uomo che vorrebbe diventare un soldato di Sparta ma che viene sempre respinto da Leonida per i suoi evidenti difetti fisici. In effetti il suo corpo (a causa di una regia che esagera ed esaspera un po’ i connotati dei personaggi) è particolarmente deforme, con delle menomazioni sul volto, una gobba impressionante da fare invidia al Quasimodo di Notre Dame e una pelle grinzosa e piena di pustole. Un soldato spartano non avrebbe mai potuto avere quel corpo rattrappito e debole. Perciò Leonida lo scarta sempre e, di conseguenza, Efialte non sopporta più di essere messo da parte.

Decide che, se nessuno lo vuole da uno schieramento, passerà dall’altro. Serse lo accoglierà con tutti gli onori, a patto che Efialte gli riveli il passaggio segreto col quale aggirare la difesa alle Termopili di Leonida e dei suoi soldati. Il così lusingato e frustrato Efialte cede, rivela dell’esistenza di un sentiero nascosto e tradisce così non solo gli spartani, ma tutta la Grecia. A questo punto, la sua connotazione di antieroe si arricchisce ancora di più, come se alla fedina penale si debba aggiungere la colpevolezza di alto tradimento. Efialte dunque impersona le caratteristiche che Omero, alcuni secoli prima, aveva riversato su Tersite, offrendolo come modello negativo da non seguire assolutamente.

La bruttezza di Tersite è ricalcata (ed esagerata) da quella di Efialte. E’ un’orripilante rivestimento esteriore della turpitudine dell’animo: vile e insolente quello di Tersite, traditore quello di Efialte. Il corpo è l’anima e l’anima è il corpo, vanno a braccetto: l’antieroe è brutto fuori e dentro. Si tratta del principio della kalokagathia, “ciò che è buono è anche bello“, così caro ai Greci in ogni tempo. Entrambi questi personaggi sono quanto di più lontano i Greci ricercavano nei loro soldati e desideravano diventare. Per questo servivano anche esempi contrari e serviva rappresentarli nel modo peggiore possibile, perché non invogliassero ad imitarli.

Anche se l’ Efialte della realtà non sarà stato sicuramente così deforme come quello del film, ha rappresentato comunque uno dei più disonorevoli uomini greci mai vissuti e la sua memoria si è caricata di tutte quelle caratteristiche negative che già Omero, con Tersite, cercava di tenere lontane dall’indole e dalla mente dell’uomo greco.

Tersite antieroe davvero negativo?

Ma perché Tersite si era messo ad insultare Agamennone? Abbiamo già detto che era solito farsi beffe dei grandi re come Odisseo e Achille, ma questa volta è diverso. Adesso è in piedi per protestare contro una guerra insulsa, dalla quale esce in salute soltanto Agamennone che, a spese di tutti gli altri (re subordinati compresi), si sta arricchendo e rimpinguando di doni, ricchezze e schiave. I soldati muoiono a mucchi per dare a lui sempre più oro e concubine ogni giorno. Ma gli uomini ormai sono stanchi di combattere così da nove anni vedendo che è tutto inutile. Allora propone a tutti di partire e di lasciare sulle rive di Troia solo Agamennone: che si procuri da solo l’oro che brama!

Ma è qui che viene zittito da Odisseo, che per giunta lo percuote più volte con lo scettro. Tersite parla come un vile, insulta il re e va contro i disegni divini. Oltre ad essere brutto, cosa potrebbe fare di più disonorevole un soldato? Oltretutto Odisseo lo definisce come un buon oratore, ma che usa parole ingannevoli e vergognose. Da che pulpito, verrebbe da dire. Odisseo è l’abile ingannatore per eccellenza, ma proprio per questo diventa ancora di più l’opposto perfetto di Tersite. Già è bello e prestante fisicamente, eroico, difensore dei valori come l’onore e la virtù guerriera. E adesso anche il garante della giusta gerarchia sociale nonché un abile oratore per scopi elevati, non ingannevoli come Tersite.

Odisseo smaschera tutte le viltà e i disonori di Tersite e li sbeffeggia, di modo da difendere quelle virtù e quegli aspetti socio-culturali di cui i Greci dovevano appropriarsi o mantenere tali. C’è spazio per un elogio dello spirito guerriero e della monarchia come forma di governo, voluta addirittura dal figlio di Crono. Tutto riversato sul povero Tersite che, si vede qualche verso più avanti, ha solo dato voce ad un malessere che serpeggiava tra tutte le truppe achee. Tersite è l’unico che ha avuto il coraggio di parlare, esprimendo contrarietà per il fatto che un uomo si arricchisse così tanto da una guerra estenuante combattuta versando molto sangue da migliaia di uomini lontani dalla propria casa. E tutto per una donna che neanche conoscono, o almeno questo è il casus belli.

Forse allora possiamo rivisitare la figura di Tersite, come un portavoce delle necessità e della rabbia degli ultimi, di quei soldati costretti a combattere sempre senza fiatare. Di quegli uomini costretti ad essere eroi obbedendo agli ordini di chi, col suo bell’aspetto e la splendida armatura, perlomeno rimarrà tra i libri di storia o verrà ricordato dagli aedi mentre cantano le loro gesta. Mentre di loro nessuno si ricorderà. A suo modo, se la mettiamo in questi termini, Tersite ha saputo ritagliarsi anche il suo spazio per venire ricordato dai posteri. Certo, però, che il suo ricordo, almeno presso i Greci, non è stato felice. Triste, deriso e pure ristrettissimo, il suo ricordo. Congelato in quei settanta versi che a malapena Omero gli concede, solo per presentarlo a tutti come l’antieroe di cui la Grecia non avrà mai bisogno. E dopo le bastonate di Odisseo, torna anonimo in mezzo agli altri, lasciando di nuovo le luci della ribalta ai grandi eroi, fior fiori dell’Ellade.

 

 

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