Il gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo contro la Juventus, l’esercizio agli anelli di Yuri Chechi alle Olimpiadi di Atlanta 1996, il record del mondo dei 100 metri a Pechino 2008 di Usain Bolt, l’apertura del grado 9c di Adam Ondra con la via “Silence”. Tutte queste grandi imprese sportive sono diventate famose certo per il loro valore tecnico, ma anche, in larga parte, per un indiscutibile richiamo estetico. Come possiamo individuare la bellezza nello sport? Quali sono i parametri su cui un gesto sportivo è valutabile per la sua bellezza?

Cristiano Ronaldo fa gol in rovesciata alla Juventus durante i quarti di finale della scorsa Champions League

Dal caos alla forma

La differenza tra il correre per fuggire da un predatore e il correre i 100 metri, così come quella tra cacciare con arco e freccia e allenarsi nel tiro con l’arco, o il tuffarsi in mare per pescare e il tuffarsi in piscina cercando di svolgere al meglio un doppio carpiato, è che nel secondo caso il movimento viene svolto seguendo delle regole. Questo è stato il grande passaggio avvenuto in tempi antichi (pensiamo alle Olimpiadi in Grecia), che ha contribuito alla nascita dello sport. In poche parole, il movimento si è slegato dal campo della sopravvivenza.

Il primo accorgimento che è stato attuato è la messa in sicurezza dell’atleta. Non è necessario trovare un crepaccio per competere nel salto in lungo, rischiando di caderci dentro, ma è sufficiente un cumulo di sabbia per poter atterrare su una superficie non troppo dura, e sulla quale sia chiaramente individuabile il segno della propria caduta. Un esempio calzante è la nascita dell’arrampicata sportiva. Essa è sportiva proprio perché il gesto è ripetibile in sicurezza. Sulla parete rocciosa sono infatti stati fissati dei chiodi particolari che serviranno da ancoraggio per l’arrampicatore, il quale, legato ad una corda, nel momento in cui dovesse scivolare o anche solo riposare, eviterà di finire a terra.

Adam Ondra durante uno dei tentativi sulla via “Silence” (9c), assicurato con corda e imbrago

Successivamente, si è proceduto codificando il gesto sportivo. Nei lanci e nei salti ci sono delle linee che delimitano la pedana, oltrepassate le quali il lancio è nullo. Nel nuoto lo stesso vale per le corsie, ma anche per il contatto con un altro atleta. Nei combattimenti ci sono dei colpi che sono volutamente stati vietati, proprio per evitare l’eccessivo tasso di pericolosità durante lo svolgimento della competizione. Tutto ciò è servito per standardizzare le condizioni in cui la prestazione si svolge, omologando quindi i risultati ottenuti in ambienti conformi alle norme.

Tra funzione e decoro

Potremmo dire che ci sono due tipi di sport, quelli che affondano le proprie radici in un gesto che aveva una particolare funzione e quelli che invece nascono a scopo puramente ricreativo. Nella prima categoria ci sono i già citati nuoto, lotta, tiro con l’arco e corsa, ma anche l’equitazione, la canoa o il sollevamento pesi. Nel secondo insieme vanno invece gli sport con palla (calcio, tennis, pallavolo, pallacanestro…), il ballo, la ginnastica, per citarne alcuni. Ovviamente la classificazione potrebbe essere ancora più precisa. Per esempio, nei quattro lanci – peso, disco, martello e giavellotto – solo quest’ultimo deriva effettivamente da una pratica funzionale alla sopravvivenza.

La distinzione tra questi due tipi di sport, permette anche di introdurre un primo punto legato all’estetica del gesto. Nelle discipline che non derivano da una funzione ben precisa, il tasso estetico è più facilmente rintracciabile. Quando vediamo pattinare Carolina Kostner, per esempio, sappiamo rilevare con maggiore facilità la bellezza dei suoi movimenti rispetto a quando vediamo un pugile sferrare un montante perfetto. Lo stesso accade tra un esercizio di ginnastica ritmica e una gara di 110 metri ad ostacoli.

Carolina Kostner durante una competizione

Come si apprende il bello

Ma da dove deriva la nostra capacità di giudicare la bellezza di un gesto sportivo? Essa risiede nell’innato senso di equilibrio, geometria e simmetricità che da sempre ci attira. Non è difficile notare, infatti, come un gesto che richiama delle forme geometriche classiche sia per noi di maggiore bellezza rispetto ad un movimento scoordinato che “rompe” questo senso di compostezza e ordine. Anche se non abbiamo mai visto una competizione di tuffi, per esempio, siamo in grado di riconoscere un’esecuzione bella. Sarà di certo quella in cui l’atleta è riuscito a compiere le evoluzioni in modo lineare e ad approcciarsi allo specchio d’acqua con la posizione più dritta possibile, per evitare schizzi. Allo stesso modo, quando vediamo un saltatore con l’asta perdere l’asse verticale durante la fase di volo e spostarsi verso i lati, riconosciamo subito che qualcosa è andato storto, e il gesto perde anche in bellezza. Possiamo quindi fare un passo oltre: il gesto sportivo bello è, nella maggior parte dei casi, anche quello più funzionale. Veder arrampicare un professionista dà l’idea che la parete da scalare sia veramente facile e senza passaggi complicati, quando invece è il corpo dell’atleta che riesce a muoversi in maniera assolutamente funzionale al suo obiettivo.

C’è un ultimo punto che bisogna però trattare. Come possiamo imparare a giudicare i parametri della bellezza di un movimento? Ci sono due risposte. La prima è quella che richiede meno impegno: bisogna guardare moltissime volte lo stesso gesto, seguendo le competizioni e documentandosi in modo approfondito sui parametri tecnici che regolano la disciplina in questione. Un bravo telecronista di tennis può non aver mai preso in mano una racchetta ma essere in grado di fornire un giudizio sul tasso estetico di una palla tagliata. La seconda risposta, invece, è quella che mette in azione in prima persona l’osservatore. Per giudicare la bellezza di un gesto, bisogna averlo provato. Dopo aver provato a nuotare a stile libero, o a tirare con l’arco, o a saltare oltre un’asticella, potremo dire di aver capito quali sono i parametri su cui può essere valutato, da un punto di vista estetico, un gesto sportivo. Perché proprio quella particolare sequenza di movimenti sarà fluita in noi, nel nostro corpo, e ci avrà fatto capire quali sono le difficoltà nella sua esecuzione. Imparare le cose tramite il corpo rimane la via privilegiata per poterle capire nella loro interezza.

 

Nicola Copetti