Fobie: la realtà virtuale può aiutarne il superamento

IDEGO è una realtà sociale che si occupa di psicologia digitale. Il loro gruppo di ricerca si è proposto di sviluppare applicazioni di realtà virtuale per aiutare i professionisti al trattamento dei disturbi d’ansia.
La Virtual Reality (VR) integra in tempo reale la grafica computerizzata, i dispositivi di localizzazione del corpo, display visivi, output uditivi ed altri sensori. Mediante l’utilizzo di questo sistema, l’individuo si trova immerso in un ambiente preciso e ha la possibilità di esplorarlo liberamente, sentendosi come ‘realmente’ lì. In questo modo, la persona avrà la possibilità di affacciarsi agli stimoli scatenanti la sua fobia in modo sicuro e controllato.
Numerose ricerche negli ultimi anni hanno dimostrato l’efficacia dell’utilizzo della realtà virtuale per il supporto al trattamento delle fobie, richiedendo inoltre minor tempo rispetto ai metodi tradizionali come l’ipnosi. Autori come Rothbaum hanno mostrato come per il trattamento dell’aerofobia – fobia di volare l’aereo – sia l’utilizzo della VR che della sperimentazione in vivo davano gli stessi risultati, tenendo conto che la VR è meno costosa e richiede meno tempo.
Lo studio di Gilroy giunge alle stesse conclusioni per il trattamento dell’aracnofobia.
In conclusione, l’utilizzo della VR è uno strumento prezioso, mostra come il mondo virtuale possa cambiare le nostre esperienze nel mondo reale.

Le teorie sulle fobie nel corso del tempo

Già ai tempi di Freud vi era un grande interessamento al fenomeno delle fobie, da lui denominate come ‘fobie isteriche‘. Le fobie isteriche sarebbero per l’autore una sottocategoria delle nevrosi. L’elemento chiave è l’angoscia, che non tende però a manifestarsi come sintomo, come nelle altre forme nevrotiche, ma permane come aspetto chiave. Lo stato d’angoscia quindi, sarà presente sia in situazioni ansiogene, che in situazioni normali, razionalmente valutate anche dalla persona come non pericolose ma che comunque provocheranno in lui angoscia.

Secondo Freud alla base della formazione delle fobie vi è l’azione di un meccanismo di difesa, ovvero lo ‘spostamento‘. Esso è un meccanismo inconscio che permette lo spostamento di una minaccia interna, derivante da un impulso inaccettabile, su un oggetto sostitutivo. Il legame tra i due oggetti è simbolico e inconscio. In questo modo la minaccia apparentemente non sembra avere più connotati con il mondo interno, in quanto ne acquista con quello esterno. È ora possibile per l’individuo affrontare il pericolo evitando la situazione, l’oggetto, l’animale, la persona pericolosa.

Secondo l’approccio più recente, quello cognitivista, l’ansia è causata da pensieri irrazionali o disfunzionali sulla realtà. Questi pensieri diventano poi come dei ‘filtri‘, che distorcono la realtà del soggetto facendogliela apparire minacciosa, anche quando non lo è.

L’approccio comportamentista e l’esperimento del piccolo Albert

Secondo l’approccio comportamentista invece, le fobie possono essere spiegate ricorrendo ai paradigmi dell’apprendimento, ovvero del condizionamento classico – come quello di Pavlov – e operante. Alla base della teoria sul condizionamento vi sono due stimoli, uno neutro – detto anche condizionato -, che non produce alcuna risposta, e uno incondizionato, che produce una risposta naturale. Nell’esperimento di Pavlov lo stimolo incondizionato era il cibo, che produceva naturalmente la salivazione del cane, mentre lo stimolo condizionato era il suono della campanella, che da sola non avrebbe prodotto alcun ché al cane.

Il condizionamento avviene, secondo la teoria comportamentista, all’associazione ripetuta dello stimolo neutro con quello incondizionato. In questo modo il cane ha imparato ad associare al suono del campanello l’arrivo del cibo, e questo ha reso possibile la produzione della saliva anche solamente con l’udito del campanello, senza la presentazione del cibo!

Ecco, secondo la teoria comportamentista le fobie seguono un procedimento analogo di apprendimento, ne abbiamo la prova dal famoso esperimento di Watson del ‘Piccolo Albert‘. Albert, un bambino di 11 mesi, è stato sottoposto a una situazione sperimentale controllata. Alla presentazione di un topo, che non provocava in lui alcuna reazione, veniva colpita una sbarra di ferro, la quale produceva in lui paura.

Dopo una serie di queste associazioni, il bambino iniziava a dare meno confidenza al topolino fino a quando, dopo 10 prove, lo stesso Watson ha affermato: “non appena si presenta il topo il bambino comincia a piangere. Quasi immediatamente si gira verso sinistra, cade sul lato, si mette a gattoni e comincia ad allontanarsi così rapidamente che viene fermato a fatica prima di raggiungere il bordo del tavolo.

Dopo circa tre mesi dall’esperimento, il piccolo Albert mostrava ancora un’attivazione negativa, sebbene in misura ridotta, rispetto agli stimoli presentati. Gli autori concludono che queste esperienze potrebbero rivelarsi quindi stabili e modificare la personalità di Albert nel corso della sua vita.

Un elemento importante riscontrato nell’esperimento e caratteristico della fobia è la fuga. La presentazione del topo, una volta associato al forte rumore della sbarra d’acciaio, provocava in Albert una paura tale da indurlo alla fuga. Ecco che l’evitamento comporta una riduzione della paura, la riduzione della paura a sua volta rinforza la risposta di evitamento alimentando così quel circolo vizioso dentro cui i soggetti fobici si trovano imbrigliati e dal quale spesso risulta difficile uscirne, se non mediante il supporto di professionisti.

 

Colombo Sara

Grafica di @lele.vero