Le teorie sulle fobie nel corso del tempo
Già ai tempi di Freud vi era un grande interessamento al fenomeno delle fobie, da lui denominate come ‘fobie isteriche‘. Le fobie isteriche sarebbero per l’autore una sottocategoria delle nevrosi. L’elemento chiave è l’angoscia, che non tende però a manifestarsi come sintomo, come nelle altre forme nevrotiche, ma permane come aspetto chiave. Lo stato d’angoscia quindi, sarà presente sia in situazioni ansiogene, che in situazioni normali, razionalmente valutate anche dalla persona come non pericolose ma che comunque provocheranno in lui angoscia.
Secondo Freud alla base della formazione delle fobie vi è l’azione di un meccanismo di difesa, ovvero lo ‘spostamento‘. Esso è un meccanismo inconscio che permette lo spostamento di una minaccia interna, derivante da un impulso inaccettabile, su un oggetto sostitutivo. Il legame tra i due oggetti è simbolico e inconscio. In questo modo la minaccia apparentemente non sembra avere più connotati con il mondo interno, in quanto ne acquista con quello esterno. È ora possibile per l’individuo affrontare il pericolo evitando la situazione, l’oggetto, l’animale, la persona pericolosa.
Secondo l’approccio più recente, quello cognitivista, l’ansia è causata da pensieri irrazionali o disfunzionali sulla realtà. Questi pensieri diventano poi come dei ‘filtri‘, che distorcono la realtà del soggetto facendogliela apparire minacciosa, anche quando non lo è.
L’approccio comportamentista e l’esperimento del piccolo Albert
Secondo l’approccio comportamentista invece, le fobie possono essere spiegate ricorrendo ai paradigmi dell’apprendimento, ovvero del condizionamento classico – come quello di Pavlov – e operante. Alla base della teoria sul condizionamento vi sono due stimoli, uno neutro – detto anche condizionato -, che non produce alcuna risposta, e uno incondizionato, che produce una risposta naturale. Nell’esperimento di Pavlov lo stimolo incondizionato era il cibo, che produceva naturalmente la salivazione del cane, mentre lo stimolo condizionato era il suono della campanella, che da sola non avrebbe prodotto alcun ché al cane.
Il condizionamento avviene, secondo la teoria comportamentista, all’associazione ripetuta dello stimolo neutro con quello incondizionato. In questo modo il cane ha imparato ad associare al suono del campanello l’arrivo del cibo, e questo ha reso possibile la produzione della saliva anche solamente con l’udito del campanello, senza la presentazione del cibo!
Ecco, secondo la teoria comportamentista le fobie seguono un procedimento analogo di apprendimento, ne abbiamo la prova dal famoso esperimento di Watson del ‘Piccolo Albert‘. Albert, un bambino di 11 mesi, è stato sottoposto a una situazione sperimentale controllata. Alla presentazione di un topo, che non provocava in lui alcuna reazione, veniva colpita una sbarra di ferro, la quale produceva in lui paura.
Dopo una serie di queste associazioni, il bambino iniziava a dare meno confidenza al topolino fino a quando, dopo 10 prove, lo stesso Watson ha affermato: “non appena si presenta il topo il bambino comincia a piangere. Quasi immediatamente si gira verso sinistra, cade sul lato, si mette a gattoni e comincia ad allontanarsi così rapidamente che viene fermato a fatica prima di raggiungere il bordo del tavolo.”
Dopo circa tre mesi dall’esperimento, il piccolo Albert mostrava ancora un’attivazione negativa, sebbene in misura ridotta, rispetto agli stimoli presentati. Gli autori concludono che queste esperienze potrebbero rivelarsi quindi stabili e modificare la personalità di Albert nel corso della sua vita.
Colombo Sara
Grafica di @lele.vero