Quali sono gli attributi essenziali dell’essere umano? Egoismo ed avidità o compassione e generosità? 

Thomas H0bbes e Cormac McCarthy hanno in comune un seme di misantropia e scarsa fiducia nell’essere umano, visione ben descritta nelle loro opere. Il secondo però, descrive sempre una possibilità, una possibilità realmente esistente per l’essere umano di essere in realtà completamente diverso, di avere dentro di sé un fuoco d’amore e empatia.

Essere umano come homo homini lupus

Thomas Hobbes è un filosofo inglese vissuto tra XVI e XVII secolo, noto soprattutto per la sua visione politica assolutistica e per la sua visione antropologica molto pessimistica.

Hobbes, al contrario di quanto scriverà circa cento anni dopo Rousseau sul “buon selvaggio”, è interprete di una posizione antropologica che può essere definita come individualistica: infatti si allontana dalla descrizione aristotelica dell’uomo come “animale sociale”, ossia che tenda per sua natura ad aggregarsi in comune con gli altri. Hobbes ritiene che l’essere umano, in una fase precedente alla nascita – o costruzione – della società, fase puramente concettuale e fittizia, chiamata “stato di natura”, fosse caratterizzato da sentimenti pleonettici -riprendendo un grecismo di origine platonica – quali avidità ed egoismo.

Nello stato di natura, dice Hobbes, l’essere umano persegue il proprio fine indipendentemente dagli altri e ha un unico diritto essenziale: il diritto all’autoconservazione. Questo significa che conseguentemente ha anche il diritto ad agire con mezzi e metodi che egli soggettivamente ritiene più utili. Nello stato di natura, quindi, si potrebbe dire, che il solo obiettivo è la propria sopravvivenza, spesso a discapito degli altri individui contro i quali si scatena la propria violenza e furia omicida – definita legittima in quanto necessaria per il perseguimento della propria autoconservazione. Questo conduce spesso ad una situazione di guerra di tutti contro tutti, estremamente negativa e dispendiosa in termini di vite per la specie umana: l’unico modo per uscire da questa situazione, secondo Hobbes, è un patto per la costituzione della società – sola possibilità di frenare gli istinti egoistici e violenti dell’uomo.

In una tale condizione non c’è possibilità di alcuna attività di carattere industriale poiché il frutto di essa rimarrebbe incerto e di conseguenza non c’è coltivazione della terra, non c’è navigazione, non c’è uso di beni che possono essere importati attraverso il mare, non ci sono costruzioni confortevoli, non si fanno strumenti per spingere e trasportare cose che richiederebbero molta forza, non si fa computo del tempo, non ci sono arti, né letteratura, non esiste una società, e quella che è la cosa peggiore fra tutte è il continuo timore, e il pericolo di una morte violenta; e la vita dell’uomo è solitaria, povera, sudicia, bestiale e breve.

La strada di McCarthy

La strada è un romanzo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy in cui si racconta il viaggio di un padre e un figlio verso sud – dove sperano di trovare un clima meno rigido e condizioni di vita meno complicate -, all’interno di una realtà che si potrebbe definire post apocalittica, una realtà deserta, grigia e polverosa.

McCarthy si pone una questione analoga a quanto si era domandato Hobbes prima di definire la propria antropologia: se il filosofo inglese si chiese quali fossero gli attributi essenziali di un essere umano separato dalla condizione societaria e indagò l’origine della società, lo scrittore americano si domanda quali sarebbero gli attributi essenziali dell’essere umano, una volta che la società in cui viveva si è disgregata completamente? Ci sarebbe spazio per la compassione e la pietà, o violenza, egoismo e avidità prevarrebbero?

Il mondo che McCarthy descrive è uno stato di natura puramente hobbesiano, dove gli esseri umani perseguono come unico fine la propria autoconservazione, la propria sopravvivenza, dove bande di criminali – si potrebbero definire tali in un contesto hobbesiano? – si aggirano per villaggi e strade in cerca di altre persone da derubare, dove coloro i quali hanno la possibilità di armarsi e dunque avvantaggiarsi rispetto agli altri catturano e imprigionano decine di giovani, li nascondono dentro la cantina e li lasciano morire di stenti per poi mangiarli nei momenti di carestia.

Il fuoco dentro di noi

Ha tanta paura, papà.
L’uomo si accovacciò e guardò il bambino. Anche io ho paura, disse. Lo capisci? Anche io ho paura.
Il bambino non rispose. Rimase seduto lì a capo chino, scosso dai singhiozzi.
Non tocca a te preoccuparti di tutto.
Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse.
Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me.

McCarthy nel romanzo però gioca abilmente sul dualismo adulto-bambino, associando il primo alla posizione propriamente hobbesiana, un individuo che capisce che il mondo funziona secondo certe logiche maligne e l’unica cosa che può far lui è combattere per la sopravvivenza propria e di suo figlio, e il secondo ad una posizione propriamente fanciullesca -secondo la posizione adulta-, che ritiene il proprio comportamento debba essere commisurato alla compassione per aiutare gli altri, alla generosità e alla felice sopravvivenza di tutte le persone che lungo il cammino incontrano.

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

McCarthy insiste molto su un fuoco interiore, che ogni essere umano “buono” porta dentro di sé, un fuoco interiore che non ha nome né definizione, un fuoco che rappresenta la forza sociale umana, l’amore per gli altri e per l’intero universo, la lotta contro il freddo glaciale di egoismo e prevaricazione, l’ideale di un essere umano disponibile e empatica, un essere umano più affine alla visione di un bambino piuttosto che a quella negativa e pessimistica di un adulto. Si potrebbe definire il fuoco che erode l’interpretazione antropologica hobbesiana, per costituirne una più ottimistica e idealizzante – o forse idealizzata.

Ce la caveremo, vero, papa?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

Questa è la questione principale: la società è composta da istituzioni e leggi che legano tra loro esseri umani egoisti e privi di compassione o è una nozione che si basa su legami essenziali e propri dell’essere umano -comunione e compassione per la sofferenza altrui?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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