Oggi è sempre più importante apparire che essere, appartenere a tutti i costi ad una determinata cerchia che sembra essere l’unico elemento in grado di definire l’io. Purtroppo però, non è tutto oro quello che luccica ed è proprio dove brilla il diamante più splendente che albergano la solitudine e l’insoddisfazione esistenziale. 
Attraverso le riflessioni di F.S.Fitzgerald e di Woody Allen, scopriamo il lato oscuro della brillante vita dell‘ alta società.
JAY
Pubblicato per la prima volta nel 1925, “the great Gatsby” è uno dei capolavori di F.S.Fitzgerald con il quale, a detta di T.S.Eliot, si sarebbe inaugurata una nuova era della narrativa americana, condensata nella figura dell’autore statunitense successore di Henry James. A metà tra l’invenzione e l’autobiografia, il romanzo racconta la vita di Jay Gatsby, un giovane uomo nato nella povera campagna del North Dakota che, grazie ad una serie di fortunati eventi, si trasferisce in una grande casa a Long Island, spesso teatro di incontri dell’élite dell’epoca di cui,ormai, Jay è parte integrante. È su queste basi che Fitzgerald costruisce la storia prestando i suoi occhi al giovane Nick, grazie al quale conduce una velata (ma non toppo) critica all’alta società borghese che dietro a gioielli, sfarzo e fiumi di champagne, nasconde un profondo e amaro senso di solitudine. Così Fitzgerald porta avanti la graduale destrutturazione del “sogno americano”, illusione primaria di una società costruita su basi fragili in cui il denaro costituisce il primario criterio di appartenenza, in cui ognuno indossa una maschera ed è disposto a tutto pur di non farla cadere,nascondendo ciò che è stato e preparando nei minimi dettagli ciò che sarà. Jay Gatsby, il prototipo del Dandy, colui che è riuscito a realizzare quella scalata sociale da molti agognata, si trova a fare i conti con tutto questo, con un mondo fatto di piume, frack e brillanti utilizzati per nascondere le ferite di un’ anima svuotata, sola e smarrita nei meandri di qualche casa barocca situata sulla riva del lago.

BOBBY
Uscita nel 2016, la pellicola di Woody Allen “Cafè society” ci trasporta nella New York degli anni Trenta da cui il giovane Bobby decide di fuggire per inseguire il suo grande sogno: Hollywood. Lì sarà occupato presso l’agenzia artistica dello zio e passerà il suo tempo a svolgere l’impiego di fattorino fino a che, nella cornice di una Beverly Hills da sogno, conosce la bella segretaria, nonché amante dello zio, Vonnie alla quale il giovane dentro il suo cuore fa voto di amore. Nonostante lei non fosse da subito rimasta ferita dal dardo infuocato, trova in Bobbie un’innocenza estranea alla sfarzosa Hollywood che porta il suo cuore vicino a quello del giovane uomo venuto da New York. Quest’ultimo, dopo aver subito una grande delusione da parte di Vonnie, torna però nella Grande Mela dove si dedicherà alla direzione del “Café Society”, il prediletto locale notturno dell’élite locale. Nella pellicola si parla di amore sospeso, atteso e sospirato, di un amore inserito in una sfarzosa cornice che sembra riempire quei vuoti per definizione incolmabili e per il quale si è disposti a lottare…fino ad un certo punto. Non sono solo i grandi ricevimenti e i bei vestiti a guarire un’anima infelice. Serve un tipo di nutrimento spirituale che, come fosse un’equazione matematica, si annulla se moltiplicato alla superficialità di un contesto che ti immobilizza.
LESS IS MORE
Non sempre dove c’è ricchezza c’è agio e non sempre dove c’è povertà c’è dis-agio. È una regola lapalissiana che, però, è sempre bene ricordare. Ormai non va più di moda ostentare o rivendicare una posizione sociale tramandata da generazione in generazione, non va più di moda nascondere la propria bassa estrazione accucciati dietro una borsa firmata o un orologio svizzero. Anche perché, diciamocelo, in quel mondo o ci nasci o non ne farai mai parte per davvero, non avrai mai quel diritto di appartenenza derivante unicamente dai mille cognomi o dal nome esotico ma modern-chic. È una regola esistente ma non scritta, da tutti conosciuta ma sempre taciuta. Probabilmente questo meccanismo è figlio di una selezione naturale svolta alle porte di una qualche villa personificata e abbellita da un antico nome che ricorda a chiunque entri la fiera appartenenza a quel mondo, un’appartenenza vera,meritata e,in qualche modo, sottintesa. Quella stessa villa a cadenza regolare ospiterà eleganti ricevimenti in cui si ritroveranno tutti gli appartenenti a quella determinata specie che vivono in un mondo tutto loro, distante anni luce dalla realtà, disposti a sfoderare le armi migliori per nascondere sotto il tappeto un passato macchiato o un presente sporco che,in batte d’occhio, potrebbero far perdere il naturale dritto di appartenenza ad una realtà accessibile solo dal cancello principale e su invito firmato, con tanto di ceralacca raffigurante lo stemma di famiglia. L’instabilità è il prezzo da pagare e la solitudine è l’altra faccia della medaglia. Ingredienti prediletti di questo cocktail a sei zeri, sono il contrappeso di una vita condotta nell’agio, sotto i riflettori , in cui nessuno siede al tavolo con te ma con il tuo nome e cognome, indossando una maschera dal valore inestimabile che nasconde la consapevolezza di una vita artificiale.