Da Murakami a Calvino: ecco come le arti giapponesi e occidentali si influenzano reciprocamente

Partendo da Murakami, guardando le sue opere in chiave esterofila, vediamo quanto oriente e occidente possono incastrarsi tra di loro.

Negli ultimi 30 il fenomeno letterario di Murakami è stato decisamente invasivo. Tra gli autori giapponesi, egli è diventato il più famoso in occidente, forse togliendo il primato anche a Mishima. Tra altri vari autori provenienti dal Sol Levante, forse solo Banana Yoshimoto non passa inosservata, oscurati dal nome di Murakami Haruki. Il fenomeno della sua popolarità è probabilmente dovuto al suo stile di narrazione triplice. Molto si deve anche alla tendenza di non raccontare il suo paese in maniera chiusa, che potrebbe risultare di difficile comprensione per chi il Giappone, ma in particolare Tokyo, non l’ha mai vissuto di prima mano. Inoltre, sono le sue influenze occidentali a renderlo di facile accesso. Partendo da questo presupposto, quindi, vediamo come l’occidente e l’oriente si son potuti influenzare a vicenda nel corso della storia recente.

Murakami esterofilo

Tra le varie caratteristiche di Murakami, una è sicuramente il fatto di inserire la musica all’interno dei suoi romanzi. Probabilmente questo è dovuto al suo passato immerso nella musica, tendenzialmente estera. Infatti, da giovanissimo apre un Jazz bar, in conduzione con la sua compagna. Gli piace anche molto ascoltare i vinili e nel suo studio di scrittura ha un impianto di ascolto musicale di tutto rispetto. Nei suoi vari romanzi cita molte canzoni, come a fare da colonna sonora agli eventi, un po’ come se scrivesse un film, che i lettori possono immaginare sia visualmente sia acusticamente. È evidente il suo affetto per i Beatles. Evidente nel senso che non solo inserisce moltissimi loro brani all’interno dei suoi scritti, ma anche per il titolo di un suo romanzo. “Norwegian wood”, inizialmente diffuso come “Tokyo blues”, è infatti un rimando alla canzone dei Beatles, omonima. Questo stesso titolo, o meglio il cambio di titolo, fa notare quanto Murakami sia effettivamente un giapponese che guarda al di fuori dei suoi confini geopolitici. Racconta Tokyo in una maniera tale che non sia un posto estraneo al lettore, ma fa sì che le descrizioni siano immersive, anche con una nota magica, firma esclusiva dell’autore.

Tra Giappone e Europa

Le arti occidentali hanno da lungo tempo tratto ispirazione dalle arti giapponesi. Non si parla solo di letteratura, ma anche di pittura. Nello specifico, uno degli artisti che più ha tratto dal Giappone è probabilmente Van Gogh. Le sue ispirazioni dalle tele giapponesi è molto evidente nella sua pittura. Entra in contatto con esse quando abitava ad Anversa. Grazie all’esposizione universale tenutasi nel 1885, molte di quelle stampe giapponesi erano entrate nel mercato occidentale. Scrivendo al fratello Theo, Van Gogh diceva che quelle tele rendevano il suo studio più sopportabile e che il loro costo misero faceva sì che anche un artista come lui (molto povero) poteva permettersi di tappezzarne le pareti. La parte che colpì di più l’artista è la semplicità delle stampe giapponesi. La loro prospettiva, i colori utilizzati e i temi (soprattutto quelli floreali o legati alla natura) erano di notevole interesse agli occhi di Van Gogh.

Di certo non ci si ferma con Van Gogh e la fine del XIX secolo. Anche in tempi più recenti, specialmente nel dopoguerra, molti artisti furono ispirati dal Giappone. In particolar modo possiamo notare che i dipinti astratti di Jackson Pollock abbiamo somiglianze con l’arte della calligrafia giapponese (e cinese). Non solo questo: l’artista aveva anche introdotto l’uso della carta giapponese per la realizzazione di alcune delle sue opere. Inoltre i suoi dipinti ricordano molto le stampe giapponesi in cui compaiono appunto i caratteri asiatici, ma resi in un modo tale da essere solamente figure astratte. Le linee di colore nero che si rendono lampanti in alcune sue opere ricordano proprio alcune didascalie di stampe giapponesi, direttamente scritti sull’immagine.

Letteratura giapponese e italiana

Avvicinando un po’ di più il Sol Levante al nostro paese e avvicinandoci un po’ di più alla letteratura, possiamo scoprire che anche l’Italia ha un notevole legame con il Giappone. Infatti è stato proprio Italo Calvino a compiere un viaggio in Giappone. Il “Corriere della sera”, alla fine degli anni ’70, pubblicò una serie di reportage dal titolo “Il signor Palomar va in Giappone”. Si trattavano di resoconti scritti da Calvino, proprio dopo i suoi sei mesi in Giappone. Tempo dopo, questi resoconti furono pubblicati, insieme ad altri, all’interno di una raccolta chiamata “Collezione di sabbia”. Gli scritti relativi al Giappone all’interno di quest’opera sono nove, contenuti nella sezione dedicata appunto alle sue esplorazioni. Calvino è visibilmente scioccato (in maniera positiva) dalla cultura giapponese. È colpito dai gesti, dalla solennità, dal ritmo del Giappone. Vede e partecipa alle cerimonie del tè, dove la semplicità, i gesti, ma anche gli oggetti e i vuoti sono parte integrante del tutto. Nota nel Giappone uno squisito equilibrio tra silenzio e parole, tra vuoto e pieno, tra il limite e l’universale.

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