L’esistenzialismo di Montale e Sartre è la risposta alla nostra infelicità?

Per comprendere al meglio l’esistenzialismo ed entrare nella poesia di Eugenio Montale, occorre passare dalla nuova raccolta di tutte le interviste, i colloqui, gli incontri e le inchieste di cui lo scrittore fu protagonista.

Si tratta di un materiale veramente prezioso , che ci consente di conoscere in modo ancora più approfondito gli aneddoti e le debolezze del poeta e lettarato genovese.

Montale e la sua dura condizione esistenziale

Il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso. Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto) e che impedisce di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita. Né d’altra parte c’è alcuna fede religiosa o politica che possa consolare e liberare l’uomo dall’angoscia esistenziale. Nemmeno la poesia, che per Ungaretti e in genere per i poeti del Decadentismo è il solo strumento per conoscere la realtà, può offrire all’uomo alcun aiuto. Perciò, egli scrive, “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa darti delle certezze, come pensano di dirla “i poeti laureati”. L’unica cosa certa che egli possa dire, è “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ossia gli aspetti negativi della nostra vita.

Di fronte al “male di vivere” non c’è altro bene che “la divina Indifferenza”, ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere). Questa indifferenza non è sempre concessa al poeta, il quale è spesso preso dalla nostalgia di un mondo diverso, dall’ansia di scoprire . La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del “male vivere” e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. Basta guardarsi intorno, suggerisce Montale, per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s’accartoccia, nel cavallo stramazzato di Spesso il male di vivere.

Ogni paesaggio e ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. E’ questa la tecnica del “correlativo oggettivo”, teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni e oggetti esterni e il mondo interiore. La stessa visione tragica della vita ispira le liriche della seconda raccolta, Occasioni (1939). In essa Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata, amori, incontri di persone, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia del passato a consolazione del presente, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico, come altre esemplificazioni del male di vivere, così che anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, il Montale si risolve in una conferma della propria solitudine e angoscia esistenziale.

Montale accenna alla forza disgregatrice del tempo, che ci porta via anche i ricordi più belli. Nella memoria che si sfolla, da cui cioè svaniscono persone e cose care, è inutile perfino supplicare. Tutto svanisce lasciando l’uomo in una fredda solitudine.

Che argomenti trattavano le sue vecchie interviste?

Se la vita, il carattere, le grandezze di un autore, come vuole una certa scuola di pensiero, sono imprescindibili per comprenderne l’opera, e dunque per entrare nella poesia di Eugenio Montale da oggi occorre passare dalla nuova e monumentale raccolta di tutte le interviste, i colloqui, gli incontri e le inchieste di cui lo scrittore fu protagonista. Le tamatiche da lui affrontate sono molto varie, da ricordi giovanili a previsioni riguardo al futuro dell’Italia, passando anche per il rimpianto di non aver frequentato il liceo classico.

Riguardo agli esordi, ci confessa di aver scritto la sua prima poesia a cinque anni, e di ricordarla perfettamente: Il vaso era al posto noto / né pieno né vuoto» (la confessione è in un’intervista del 1975).Poi quando uscì il libricino degli Ossi di seppia nel 1925 , ci confessa che suo padre avrebbe voluto comprarne una copia, ma rinunciò non appena seppe che costava sei lire. Ed infine una profezia rilasciata durante un’intervista per il Corriere Della Sera in cui afferma che a qualche anno l’Italia sarà piena di disoccupati intellettuali, forniti di titoli di studio che non varranno più nulla… Nessuno si rassegna più alla propria condizione, l’autorità religiosa e del pater familias diminuisce ogni giorno, la filosofia è morta, siamo guidati da gente mediocre, la società ha bisogno di uomini di modesta levatura che sappiano fare un mestiere e basta…»

La corrente dell’esistenzialismo

L’esistenzialismo è una variegata e non omogenea corrente di pensiero che si è espressa in vari ambiti culturali e sociali umani, tra filosofia, letteratura, arti , affermando, nell’accezione più comune del termine, il valore intrinseco dell’esistenza umana individuale e collettiva come nucleo o cardine di riflessione, in opposizione ad altre correnti e principi filosofici totalizzanti ed assoluti.

Il periodo che seguì il primo grande conflitto mondiale fu caratterizzato in Europa da un comprensibile stato di smarrimento, tanto radicale da investire tutti gli ambiti della vita umana. In campo filosofico assistiamo, infatti, alla perdita di fiducia e credibilità nei riguardi dei grandi sistemi razionali che avevano dominato soprattutto il secolo precedente e ci troviamo di fronte così al cosiddetto «momento della sconnessione dell’essere»,1 alla caduta di ogni certezza dimostrabile, alla perdita di fiducia verso ogni astrattezza. Questa corrente, che dalla critica verrà chiamata esistenzialismo, si muove nella direzione di una filosofia capace non più di superare negazioni ed ostacoli secondo metodi logico-dialettici ma addirittura di accettare, di guardare coraggiosamente l’assurdo dell’esistenza, i paradossi della persona nella sua inspiegabilità, imprevedibilità, .

Esso nasce in opposizione all’idealismo, al positivismo e al razionalismo, assumendo in alcuni rappresentanti un’accentuazione religiosa, in altri un carattere umanistico e mondano, sia pessimista sia ottimista, collegandosi dunque in diversi aspetti all’irrazionalismo e influenzando numerose altre filosofie parallele e successive.

A seconda della definizione data al “movimento”, un filosofo o un indirizzo filosofico può essere o meno considerato come espressione dell’esistenzialismo. Questo spiega perché alcuni dei filosofi che sono considerati tra i rappresentanti maggiori dell’esistenzialismo (come Heidegger ) ne abbiano rifiutato la qualifica, assunta invece come bandiera da altri, come Jean-Paul Sartre . In particolare è Sartre a rendere celebre il termine nel lessico filosofico e nell’accezione popolare, con la sua conferenza L’esistenzialismo è un umanismo.

Mentre generalmente si ritiene che l’esistenzialismo abbia avuto origine con Kierkegaard, il primo illustre filosofo ad adottare il termine per descrivere se stesso fu Jean-Paul Sartre.  Data la rottura con la logica, con la razionalità delle precedenti filosofie, l’esistenzialismo deve farsi portavoce di «una parola capace di sostenere… la novità della sua invenzione; una parola che… evochi stati d’animo, situazioni spirituali, sentimenti; la sua concezione è tendente al pessimismo. La nausea è il più celebre romanzo esistenzialista, assieme a Lo straniero di Albert Camus, e la prima opera pubblicata da Sartre, nonché la principale del primo esistenzialismo sartriano. Qui la vita è vista come priva di un senso necessario e vi è anche l’estraneità della coscienza nei confronti della natura, vista come brutalità priva di coscienza; è proposto una specie di dualismo tra ciò che è cosciente e ciò che è incosciente.

 

 

 

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