Vogliamo sempre ciò che non abbiamo e, quando lo otteniamo, ce ne stanchiamo. Viviamo nella perenne attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine (dal latino, advenire), nell’attesa di qualcosa che irrompa dall’esterno, che sopraggiunga in modo inaspettato e inopinato, di qualcosa che non costruiamo noi, non progettiamo noi. A cosa si riduce l’esistenza quando non attendiamo più nulla, quando non tendiamo verso qualcosa? Siamo abituati, forse per natura, a riporre la speranza del compiacimento personale nel senso di soddisfazione scaturito dall’appagamento di aspirazioni più disparate, dal raggiungimento di obiettivi precari che si susseguono ciclicamente, assicurandoci la sopravvivenza emotiva e l’imprescindibile bisogno di sentirci umani. Viviamo (o sopravviviamo?) aspettandoci dal futuro quello che pensiamo di non avere e di non poter avere nel presente, in una situazione di perenne attesa, di sospensione, affidando al futuro la felicità che dovremmo chiedere al presente e perseguire nel presente. Proiettiamo progetti, speranze, illusioni, piani in un tempo troppo lontano. Siamo indiscutibilmente proiettati verso il futuro. Se è vero che l’importante è il viaggio e non la meta, è anche vero che siamo bloccati nel tempo che passa e che non fa altro che sfuggirci dalle mani, portandoci anche un po’ via con sé. Un attimo prima era ora, e qualche secondo dopo è passato.

Giacomo Leopardi

Per quanto possa risultare paradossale affiancare la figura di Giacomo Leopardi all’idea di felicità, non lo è affatto. Critico implacabile del suo tempo, il suo celebre pessimismo è il frutto di un’estenuante ricerca di appagamento della speranza di un riscatto e di una felicità, reale o illusoria. Partendo dalla riflessione sull’infelicità (per antitesi), Leopardi elabora la teoria del piacere, destinata a diventare il punto cardine del suo pensiero.

aspirazione e felicità
Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837)

A dir del poeta, l’amor proprio porterebbe l’individuo a desiderare un piacere infinito per intensità e per estensione: poiché questo desiderio non potrà mai essere soddisfatto interamente, egli, anche raggiungendo l’acume del piacere in un dato momento, continuerà a percepire l’insoddisfazione di una smania non colmata del tutto. Questa ossessione è di per sé patimento, sicché l’individuo, anche quando non soffre di mali fisici, è in stato di sofferenza per la sua stessa brama inappagata. L’infelicità non è un dato occasionale, quindi, ma una costante della condizione umana, un dono della natura che, innestando nell’individuo il desiderio di felicità, ha voluto consacrare a lui il dovere morale di perseguirla. Ma come può l’uomo, nella sua finitezza, provare un piacere intensamente e temporalmente infinito? La risposta a questa domanda sancisce la condanna dell’uomo ad una condizione di perenne insoddisfazione, ma Leopardi, che avrebbe potuto sfociare in un volgare e banale edonismo, ripiegandoci la propria posizione sulla questione, elabora un’ulteriore teoria e una valida compensazione. Solo attraverso l‘immaginazione l’uomo può figurarsi da sé piaceri infiniti, poiché il piacere risiede nell’immaginazione stessa del piacere, nell’attesa di un futuro piacere e nella cessazione del dolore. E’ da queste riflessione che nasce l’Infinito, poi assimilato della raccolta degli Idilli.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

L’Infinito costituisce la rappresentazione di sensazioni massimamente poetiche, in quanto capaci di suscitare l’immaginazione, che permette all’uomo di tendere verso il bramato piacere infinito non raggiungibile e non esistente in una realtà finita. L’infinito coincide, insomma, con lo slancio vitale, con la tensione dell’uomo verso una felicità che non potrà mai raggiungere, poiché si scontra inevitabilmente con i limiti imposti dall’umano, quali, ad esempio, lo spazio, il tempo e la morte. Tale immaginazione viene sollecitata dall’ostacolo della siepe, che occulta la visione oltre l’orizzonte, sollecitando l’idea di un infinito spaziale, di luoghi in cui regnano un silenzio e una calma così profondi da risultare irreali. Una sensazione uditiva, il rumore del vento tra le piante, è madre dell’idea di un infinito temporale, l’eterno, poi il passato e il presente. Leopardi pone in versi un infinito che non ha nulla di trascendente, parte da una base reale per aprirsi all’immagine dell’irreale. I dati sensoriali concreti ed empirici si pongono a servizio del bisogno antropologico di evasione e di adesione ad una dimensione extraumana. Il poeta, che dinanzi all’infinito spaziale prova sgomento, finisce per annegare dolcemente nell’immensità dell’infinito stesso: è la dolcezza provocata dall’autoannullamento, una morte simbolica, un’esperienza potente e, per certi versi, anche rischiosa, poiché comporta la perdita della propria individualità. Il piacere in sé, quindi, non esiste, esiste solo nel desiderio del piacere stesso, essendo un subbietto speculativo, vale a dire un puro concetto.

aspirazione e felicità
L’Infinito

Il desiderio è immaginazione, speranza, sogno, proiettato sempre al futuro e sempre destinato ad essere deluso, poiché non pienamente proiettabile in una dimensione reale e percepibile. Dovremmo parlare al plurale, di piaceri intesi in accezione negativa, come cessazione dell’affanno connaturato nell’aspirazione umana, brevi momenti di assenza del dolore che, concreti ed effimeri, rendono sopportabile la sofferenza, restituendo momentaneamente la vitalità, l’impulso vitale. L’uomo cerca il piacere sempre, ma non può accontentarsi del piacere che gli è permesso di perseguire, quello finito, egli è pertanto destinato a cercare il piacere in qualcosa di sempre diverso, di sempre più alto, tendendo verso qualcosa che non raggiungerà mai. La tragicità della condizione umana è rintracciabile in questa ricerca di una condizione infinita, che conduce, purtroppo, sempre allo scacco. Il piacere è sempre sperato, mai posseduto, sempre futuro, mai presente. Sfugge sempre, poiché l’uomo ne è ingordo. Non esistendo e non potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza o nell’aspettativa che ne segue. Nel definirlo, in definitiva, il concetto di piacere è negativo, quello di dolore è positivo, per cui si può identificare il piacere nella mancanza di dolore, una sorta di atarassia, ma non si può dire che il dolore sia la mancanza del piacere, qualcosa di fondamentalmente inesistente, sulla base delle aspirazioni umane.

BoJack Horseman

Protagonista della serie omonima ideata nel 2014 da Raphael Bob-Waksberg per Netflix è il cavallo cinquantenne BoJack Horseman, fino agli Anni ’90 star della sitcom Horsin’ Around. In un mondo popolato da animali antropomorfi, BoJack ha grandi piani per il suo ritorno sotto i riflettori e la stesura di una biografia, ma è spesso sopraffatto dalla frustrazione, dal disgusto per se stesso, dalla solitudine, dalle insicurezze e dal disperato bisogno di approvazione, tra i motivi per cui spesso alza troppo il gomito. Tra momenti di puro nichilismo e altri di slancio vitale, BoJack Horseman mette in scena un vastissimo campionario dei peggiori comportamenti umani. Tutte le cadute e tutti i danni che BoJack fa, a sé come a chi gli vuol bene, sono tutti imputabili a egli stesso, al suo orgoglio, alle sue paure e alla non coscienza di ciò che vorrebbe nella sua vita. A partire dalla prima stagione, la sua volontà di tornare sulle scene e quindi essere nuovamente apprezzato si scontra con le sue manie, con il suo scarso talento, con il suo egoismo e con il passato che torna a tormentarlo. BoJack Horseman va avanti approfondendo l’introspezione dei personaggi principali, si fa sempre più profonda e, mentre noi li vediamo perdersi e sbagliare, il nostro riso si fa più amaro. Ci sono situazioni esilaranti, dialoghi ipertrofici, ma quello che via via emerge è il dipanarsi della matassa delle emozioni dei protagonisti, imprigionati in una continua ricerca di sé e di ciò che vogliono davvero. E’ una tragicommedia e BoJack un antieroe degli antieroi, senza nessun pregio tranne, ogni tanto, la vera volontà di riemettere insieme la sua vita ed essere una brava persona. Nella terza stagione, BoJack è candidato ad un Oscar per un ruolo per il quale è stato, in realtà, sostituito da un ologramma, ma soprattutto non sa se il premio sia davvero ciò che desidera o se crede solo di volerlo per sentirsi ancora amato e meno solo. La serie va avanti catapultandoci nella frenetica ricerca di qualcosa per cui valga davvero la pena affannarci, nasconde, dietro un velo di ironia e di divertente sarcasmo, verità e riflessioni molto più importanti e profonde. Le dinamiche socio-psicologiche del protagonista riflettono i problemi dell’uomo nella nostra realtà attuale: solitudine, futilità dei rapporti e depressione. BoJack è continuamente alla ricerca della felicità, e ogni volta che crede di averla trovata, è più triste di prima, chiedendosi: in un mondo in cui contano solo i soldi, i likes e le comparse in TV, dove e come trovare la vera felicità?

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BoJack Horseman

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