Considerazioni sulla presunta capacità umana di cogliere, e protendere, alla natura divina attraverso la tragedia “Edipo re” di Sofocle, caposaldo della tragedia greca e suo capolavoro, attraverso le tesi di Leibniz. 

Giorgio de Chirico. La suggestione del Classico

 

Nel continuo elucubrare filosofico c’è un punto ove, per incapacità della ragione stessa, il divenire pratico del ragionamento è costretto ad arrestarsi. Il tema che tratteremo in questa sede diventa ovviamente quello metafisico, e più precisamente nel senso della capacità di cogliere, attraverso quanto ci appartiene, e dunque puramente fisico, la sua essenza. Nella sua storia la filosofia ha risposto a questa domanda, sicuramente tra le più audaci che l’uomo è stato capace di porsi, e sicuramente in un primo momento della sua storia tra le più necessarie, in differenti modi, ed attraverso differenti portavoce. Attraverso la  frettolosa trattazione di uno di questi, il quale meglio presenta quanto è nostro interesse analizzare attraverso la sopracitata tragedia dell’Edipo re, tenteremo di porre un differente accento su quella che è probabilmente la più grande materia del pensiero.

Edipo re

L’opera, la quale rappresentazione teatrale è avvenuta probabilmente per la prima volta tra il 430 ed il 420 a.C.,  si inserisce all’interno del ciclo tebano, ovvero la narrazione in chiave mitologica delle vicende concernenti la città di Tebe, trattando nello specifico di Edipo, re giusto, di grande saggezza e carisma, e di come nel breve volgere di un singolo giorno esso venga a conoscenza delle orrende verità legate al suo passato, verità concernenti parricidio e successiva generazione dei propri figli attraverso la madre. Sconvolto dalla classica epifania a tono tragico greca, e dalla conseguente maledizione ricevuta dagli dèi, il re reagisce privandosi della vista, ed abbandonando le sue regali responsabilità attraverso l’esilio. Edipo, qui rappresentante del conflitto tra predestinazione e libertà, volontà divina e responsabilità individuale, si fa, grazie alla grande “umanizzazione” atta da Sofocle del personaggio, rappresentante dei maggiori limiti, o possibilità, del suo intero genere. Le chiavi di lettura sono molteplici, a partire dall’accezione più negativa di non accettazione dei propri limiti dell’hýbris, assolutamente greca, basti vedere Icaro o Bellarofonte, per poi continuare con la successiva interpretazione psicoanalitica Freudiana del rapporto con la madre, e via discorrendo con la tragicità della conoscenza. Quanto è però di nostro interesse analizzare non è tanto il lato umano, sublimato da Sofocle, del re di Tebe, bensì lo specifico frangente in cui l’eroe greco “perde” la vista. La mancanza della vista, constatante però la vera visione, è una costante nella letteratura greca, ed è spesso un “deficit” affiancato alle figure più sagge, quali Omero o Tiresia, offerente della capacità di vedere cioè che normalmente non è visibile, e per citare Omero stesso, di “vedere con la mente”.

La Monadologia di Leibniz

Le opere di Giorgio de Chirico - Il Post

 

 

La “Monadologia” è un’opera del filosofo tedesco Gottfried Leibniz, nato a Lipsia nel 1646, redatta nel 1714 e pubblicata postuma nel 1720, la quale tratta d’una interpretazione delle monadi pitagoriche, cerchi con nuclei centrali rappresentanti le unità ultime ed indivisibili, la quale le qualifica come forma sostanziale dell’essere. La “Monadologia” è però un opera particolarmente “complessa” nella sua interezza, molto schematica e consequenziale nelle sue parti, l’una legata alla precedente, e per essere a pieno capita e di conseguenza apprezzata, và letta nel suo intero. La veloce scappatoia che mi sento di offrire è di prenderne soltanto la parte a noi più contestuale, onde poterla collegare a quanto prima riassunto e poterne finalmente trarne delle conclusioni, sulla tanto difficile tematica che stiamo affrontando. Delle tre tipologie di monadi è nostro interesse analizzare solo quella degli esseri animati, dunque l’anima, attraverso la quale utilizziamo la memoria e percepiamo in maniera precisa ciò che ci circonda, e giungiamo immediatamente alla conclusione dell’opera affermando che L’essere risulta dunque strutturato secondo diversi livelli di autocoscienza, quella appunto offerta dalle monadi, dal più basso fino a quello più alto e immanente,detto “appercezione”, che è il punto di vista di Dio. Attraverso questo breve e, mi auguro, alleggerito discorso, possiamo renderci conto di come tutto ciò che comprendiamo sia in effetti frutto d’una percezione assolutamente visiva, e che quanto cerchiamo và invece al di là di ciò che può esser visto.

La rinuncia alla “visibilità”

La conclusione che si pone al discorso Leibniziano, abbandonando però la presenza a priori di Dio all’interno del suo sistema, è proprio quella che abbiamo precedentemente affrontato attraverso l’Edipo di Sofocle, la rinuncia dei nostri “dati” sensibili. Metaforicamente parlando la vista altro non è che la presunzione dell’uomo di poter conoscere ogni cosa che si presenti a questo suo senso, e il poter vedere stesso diventa la matrice divina del nostro essere. Nel commentario appena esposto l’unico modo che l’uomo ha per poter affrontare la conoscenza di un qualcosa a lui così lontano è la totale rinuncia della sua esperienza, in favore di trovare al di fuori di sè e rinunciando dunque a sè, una risposta più alta a tutto ciò che lo circonda. Ma di questa conseguenza ci è chiaro ormai come altro non resti che fede, che il togliersi la vista in favore della stessa altro non sia parallelismo della rinuncia d’una vita terrena in favore d’una vita ultraterrena. E dov’è a questo punto il tanto atteso accento “differente” che avevamo deciso di porre su questa questione? Consiste proprio nella rinuncia alla visibilità. Scusandoci d’avere sicuramente nella nostra capacità di poterlo immaginare ed individuare al di fuori di noi una tendenza a cogliere il “divino”, o quantomeno a cogliere ciò che è al di fuori, o completamente interno, di noi, ci rendiamo conto di come l’unica risposta sia una rinuncia, non di ricerca, ma di certa conoscenza d’un qualcosa che chiaramente anche essendoci non sarebbe raggiungibile. In fin dei conti il vivere umano è da sempre caratterizzato dalla sua insaziabile volontà d’acquisizione d’ogni possibile dato, ma è anche vero che i “problemi” vanno presi in considerazione alle proprie possibilità, un qualcosa dunque che è più ampio di noi, decisamente non governabile, perde addirittura la sua identità di “problema”, nullificando di fatto l’intera ricerca attuata. Nella risposta e nella sua ricerca, che l’esser uomo non sia la continua ricerca di superare la propria umanità, bensì di far sì che lo stesso sforzo sia applicato nel rendere quanto siamo quanto vorremmo diventare.

 

 

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