Le memorie di Adriano: l’ultima epistola durante il crepuscolo degli idoli

Analisi sul tempo storico teatro della immaginaria scrittura dell’epistola di Adriano, all’interno del capolavoro di Marguerite Yourcenar: Le Memorie di Adriano (1951)

 

 

La morte degli idoli attraverso il paradosso religioso del pre-cristianesimo, durante la già avvenuta morte del paganesimo, ma prima che questo si affermasse come culto. Introduzione al libro della Yourcenar e analisi filosofica di questo detto periodo storico, tramite il Crepuscolo degli Idoli di Friederich Nietzsche

 

Le memorie di Adriano

Memorie di Adriano è un romanzo francese della scrittrice Marguerite Yourcenar  pubblicato per la prima volta nel 1951.

Il libro è organizzato in sei parti, tra cui un prologo e un epilogo: prende la forma di una lunga epistola indirizzata dall’anziano e malato imperatore al giovane amico Marco Aurelio, allora diciassettenne, che poco dopo diverrà suo nipote adottivo.

Il libro descrive la storia di Publio Elio Traiano Adriano, l’imperatore romano del II secolo, immedesimandosi nella figura di questo in un modo del tutto nuovo e originale: infatti immagina che Adriano scriva una lunga lettera nella quale parla della sua vita pubblica e privata. L’imperatore si trova così a riflettere sui trionfi militari conseguiti, sul proprio amore nei confronti della poesia, della musica e della filosofia, sulla sua passione verso il giovanissimo amante Antinoo.

Nel suo post scriptum all’opera l’autrice osserva che ha scelto Adriano quale soggetto per la sua storia in quanto aveva vissuto in quel momento particolarissimo dell’epoca antica in cui non si credeva più agli dèi, ma in cui il cristianesimo non si era ancora stabilmente insediato nell’animo della gente.

«Quando gli Dèi non c’erano già più, ma Cristo non era ancora apparso…»

Quello che stiamo per trattare è dunque un periodo storico assai particolare, che potremmo definire “libero” dalla religio, ma non in un senso di libertà effettiva, bensì morale, una libertà che però è nostro interesse analizzare come un momento di sconforto metafisico, una liberazione repentina da quella risposta alla domanda ultima dell’essere nel suo finito.

Il crepuscolo degli idoli e la morte di Dio

«Gli uomini vennero pensati «liberi» […] perché potessero diventare colpevoli: di conseguenza ogni azione doveva esser pensata come voluta, e l’origine di ogni azione riposta nella coscienza. […] Oggi che siamo entrati nel movimento inverso, e che soprattutto noi immoralisti cerchiamo con tutte le forze di spazzar via dal mondo il concetto di colpa e il concetto di punizione e di purificare da essi la psicologia, la storia, la natura, le istituzioni e le sanzioni sociali, non esiste ai nostri occhi opposizione più radicale di quella dei teologi, che con il loro concetto di «ordinamento morale del mondo» continuano a contaminare l’innocenza del divenire per mezzo della «punizione» e della «colpa».
Il Cristianesimo è una metafisica del boia…»

Quello vissuto da Adriano è l’ultimo momento antecedente alla “Menzogna Socratica”, è il momento unico nella storia dove l’uomo si vede liberato da quella “guida superiore”, da quella strada già scritta, paradossalmente da sè stesso ma firmata in modo differente, che lo sprona e lo limita verso un’etica a lui estranea, più attinente a quanto non sarà mai piuttosto a quanto è.

Nel suo essere Zoon logon echon l’uomo non può vivere differentemente dall’animale che addomestica, e necessita in egual misura di una gabbia per essere libero. Una gabbia molto più stretta di una prigionia fisica, egli necessita di una limitazione ai suoi pensieri, per non sfociare nella totale impotenza del suo “uno” nei riguardi del “molteplice”. L’essere mente infinita in  corpo finito è sicuramente scomodo per chi di sua natura mira all’eternità, e in che modo l’uomo ha risposto a questa antinomia? Ponendo al di sopra di sè qualcosa che è realmente eterno, come ricettacolo di ogni positività che all’uomo, almeno secondo tale imposizione, manca, estraendo e portando al massimo ogni bene di cui egli è artefice, ma sotto altro o altri nomi, quello degli Idoli.

Nella risposta alla domanda mai posta

Risultato immagini per Morte del Sole, della Luna e caduta delle stelle

Morte del Sole, della Luna e caduta delle stelle (Cristoforo de Predis, XV secolo)

Nietzsche è il pensatore occidentale a cui fa riferimento la più elaborata e carica di conseguenze riflessione sulla morte di Dio. Essa si configura, per Nietzsche, come una realtà teorica e storica al tempo stesso, che non fonda cioè le sue radici solamente su un convincimento ideale e personale del filosofo, bensì su una vera e propria realtà di fatto, ovvero sulla fine di tutte le illusioni dell’essere umano, alla quale gli uomini cercano di far fronte creandosi dei sostituti, quali idoli e miti di varia natura e di varia specie, che diano un senso alla vita ma anche alla morte, in modo che ognuno si veda e si senta realmente ricompensato delle proprie fatiche, delle rinunce e degli affanni, immaginandosi di venire un giorno ripagato e premiato nell’oltre-vita e nell’oltre-mondo.

Ma tale avvenimento, tale morte, questa liberazione dalla “doxa” religiosa, è veramente necessario al fine di un raggiungimento ultimo di stato di parità tra sensibile e sovrasensibile?

Nella costante ricerca di un modus vivendi, di una reale ispirazione sensibile, l’uomo è stato privato di umanità. La stessa imposizione della morte dei suoi falsi idoli non è altro che la traslazione dell’ennesimo tentativo di forzare un senso, di spingere verso l’infinito la verità ultima dell’esser vivi.

Ma lo stare al mondo, come l’essere al mondo, trova risposta nel vivere, che sia essa una vita autentica, libera per l’appunto da idoli, o una vita inautentica, nella distrazione da questi. Ad ognuno un modello da seguire, da ritenere come unico modello sensato, nella libera ricerca di un senso, che sia esso comune o unico. Ed è così che l’ispirazione ai modelli di vita etica,estetica o religiosa, proposti da Søren Kierkegaard, propongo una tripartizione del senso di cui ognuno deve farsi artefice nella scrittura della propria vita, senza dar troppo peso alla penna che si sceglierà di utilizzare.

 

 

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