Le maschere di Nietzsche e Myss Keta: coprire il volto o crearne uno?

Irriverente, colta, ironica, nessun pelo sulla lingua: la cantante Myss Keta ha costruito un personaggio tutto suo nascondendo il proprio volto. Ma il fascino della maschera colpisce anche la filosofia: Nietzsche decide di raccontarlo.

Grandi occhiali da sole, lunghi capelli biondi, veletta sulle labbra: così si presenta nelle foto e ai concerti la cantante milanese Myss Keta. Un personaggio di cui si parla sempre di più, tanto che farà anche una comparsa a Sanremo, ma di cui si sa pochissimo. Il mistero che avvolge la sua identità, le maschere con cui si presenta al pubblico, hanno fatto sì che la sua figura diventasse ancor più intrigante, e la sua musica, già molto provocatoria, ancor più controversa.

La ragazza senza volto di Porta Venezia

Emersa artisticamente circa nel 2014, in particolare con il successo della canzone “Milano sushi e coca”, la rapper e performer Myss Keta è arrivata non si sa precisamente da dove e da quale passato per portare scandalo e espressioni stupite. Dalle sue canzoni emergono indizi confusi sulla sua autobiografia, ma distinguere le parole che descrivono il suo vero passato da quelle che servono a destabilizzare l’ascoltatore è praticamente impossibile. Persona e personaggio sono intrecciati l’uno con l’altro, si compenetrano, creando il fascino del mistero. Quando le chiedono chi è la donna celata dietro la maschera, quali sono le sue esperienze, Myss Keta risponde in modo irriverente. Myss Keta è stata la musa di Dalì, è stata in vacanza con Gianni Agnelli, ha fatto innamorare Wojtyla e Belen. Nemmeno la sua età è nota ai media, nessun indizio sulla sua vita privata. Nulla è certo quando si parla di questa controversa figura, se non forse alcune sue idee e pensieri. È, per esempio, una voce portante del femminismo, movimento che sostiene con il suo tipico tono diretto e provocatorio. Nella canzone “Xananas” si definisce “la prima donna a dire messa”,  sfidando la categorizzazione dei ruoli di uomo e donna, in un’intervista si è lamentata della scarsa presenza femminile nel mondo rap dichiarando: “Il motivo? Si chiama patriarcato. È il 2019 e ancora viviamo ancora in un mondo costruito su riferimenti culturali maschili. Si pensa che gli uomini possano parlare a tutti e che le donne parlino solo ad altre donne”. Il videoclip della canzone “Le ragazze di Porta Venezia” è dichiaratamente un manifesto del movimento femminista, tanto che non stupisce la presenza sul set di Priestess, Beba, Roshelle, tra le (poche) donne della scena rap italiana.

Volto nascosto, messaggio diretto

Nascondere il proprio volto non ha fatto che avvantaggiare la cantante, che è riuscita in questo modo a raggiungere più scopi. Innanzitutto, l’anonimato, per un’artista di fama tale, risulta più che utile, protegge la persona privata, “rende liberi”, spiega lei stessa. Ma, soprattutto, coprire il volto, nella società dell’immagine, mira ad un obiettivo molto più alto: poter esprimere efficacemente messaggi di qualunque tipo, portando il contenuto sopra la forma. Poter dire ciò che si pensa in modo diretto, senza alcun pelo sulla lingua. Myss Keta si dimostra legata alla sua maschera, che le permette di far ciò che, a volto scoperto, la metterebbe troppo a rischio: “La uso per dare voce ai pensieri di tante persone: ognuno, con una maschera e occhiali, può diventare Myss Keta. Prendo sia dal mondo del teatro greco sia dal mondo dei giullari di corte (“Datemi la maschera e vi dirò la verità”). In questo modo mi sento molto più sincera di tante persone che mostrano il loro volto” dichiara la cantante. Una maschera usata sia per nascondersi, sia per esprimersi. Non molto distante, in fondo, dalle “maschere” che noi tutti ci costruiamo per proteggerci dai giudizi esterni, e allo stesso tempo per delinearci una personalità e mostrarla agli altri. Non solo, perciò, per nasconderci.

Nietzsche e la maschera dell’uomo contemporaneo

La maschera e tutto lo spettro di concetti che questa parola porta con sè hanno sempre interessato arte e filosofia, così come la letteratura. Basti pensare a Pirandello, che sulle maschere che l’uomo si costruisce ogni giorno ha scritto un intero libro, “Uno, nessuno, centomila”. Anche Friedrich Nietzsche, vissuto nel XIX secolo, nella sua “Nascita della tragedia” ha voluto affrontare questo tema, superando i filosofi che prima di lui ne avevano parlato. Per Nietzsche, a differenza di come era stato per Schopenauer, la maschera non è un concetto totalmente negativo. Se questo, infatti, l’aveva utilizzata come simbolo per indicare tutto ciò che di falso e illusorio ci circonda, tutto ciò che ci impedisce di raggiungere la verità, Nietzsche identifica la divisione essere – apparire in modo meno netto. Esistendo due tipi di maschere, infatti, decadente e non decadente, esistono anche due modi in cui essere e apparire si rapportano. Quando si parla di maschera pre-decadente, raggiungere la verità, cogliere l’essenza, è ancora possibile. Ma l’uomo moderno, per il filosofo, è caratterizzato da una frattura totale. L’apparenza ha superato l’essenza, fondamentale è la maschera, non ciò che essa porta con sè. Nietzsche, però, ha ancora fiducia: cercando di capirsi, recuperando il suo spirito originario, l’uomo può superare questa divisione. E superandola, può mostrare il suo vero essere.

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