Il Superuovo

Le Instagram Stories viste attraverso il velo di Maya: come ci autoconvinciamo delle nostre bugie

Le Instagram Stories viste attraverso il velo di Maya: come ci autoconvinciamo delle nostre bugie

Riflessioni sul fenomeno delle “Instagram Stories” attraverso le considerazioni sulla realtà di Arthur Schopenhauer, in una analisi sociale e filosofica di tale fenomeno di massa e di come questo abbia influenzato la sostanziale differenza tra parvenza ed effettività.

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Che la nostra quotidianità sia stata ampiamente influenzata dai Social Media è un dato di fatto, tanto da rendere una qualsivoglia trattazione su tale fenomeno non necessaria o, addirittura, noiosa. Ma, augurandomi che questo breve articolo faccia da eccezione di tale tedio, in questa sede non sarà nostro interesse trattare della ormai ampiamente dibattuta influenza dei Social sulle nostre vite, bensì di quella delle nostre vite sui social. Da portale di condivisione dei propri interessi e contenuti Instagram ha ben presto superato questa iniziale fase di intrattenimento sociale, allungando la gamba verso un terreno sempre più personale, fino ad essere ad oggi, anche tramite le Stories, una piattaforma di condivisione di routine, anche nella sua accezione più privata.

Le Instagram Stories

Le Stories, introdotte su Instagram il 2 Agosto del 2016, sono una feature del Social Network che permette la condivisione di contenuti audio o video, o semplici immagini, la quale durata è di ventiquattro ore. Contando oggi all’incirca cinquecento milioni di utenti tra i loro utilizzatori nascono inizialmente con l’intento di contrastare la sempre più feroce concorrenza di Snapchat, piattaforma dedicata alla sola creazione di tale tipo di contenuto, permettendo ad Instagram di farsi posto tra i tre Social Network più utilizzati. Dal sistema semplice e soprattutto temporaneo, le Stories sono estremamente facili da creare e consequenzialmente pubblicare, rendendole appetibile a praticamente qualunque utilizzatore di Instagram. Dell’aspetto temporale di tale feature, ovvero le sole ventiquattro ore prima della auto eliminazione di tale contenuto, è nostro interesse porre momentaneamente attenzione, più in senso psicologico che filosofico, prima di proseguire con la nostra trattazione, dando per scontato che questo articolo sia molto probabilmente stato aperto proprio attraverso un link offerto da una Instagram stories. In primo luogo, se prima della condivisione di un post, dato che sappiamo che questo resterà sulla piattaforma potenzialmente per tutta l’esistenza della piattaforma stessa, poniamo attenzione ai suoi dettagli, alla sua qualità, nel mentre di una stories affrontiamo la condivisione in modo molto più leggero. Questo perché è un contenuto breve, un qualcosa che catturerà l’attenzione dei propri seguaci per una manciata di secondi, per rendersi poi mai più reperibile. In secondo luogo, a tale leggerezza è molto facile associare un momento quotidiano, sia per la brevità del contenuto che per la sua velocità, immaginiamo le stories come una celere finestra che affaccia sulla nostra giornata, offrendo a chi la visiona un momento per prenderne parte, ma chi mai vorrebbe mostrare dalla sua finestra una casa non perfettamente pulita ed in ordine? Nessuno, ed è qui che passo la penna ad Arthur Schopenhauer, prendendo in prestito una delle sue più celebri teorie e tentando di darle un valore anche se cambiandone il soggetto.

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Il velo di Maya

Sul velo di Maya abbiamo già avuto modo di trattare in passato, ma poiché repetita iuvant, anche sed continuata secant, rifacciamoci un’idea a riguardo. Schopenhauer definisce la realtà come un’entità mascherata da una sua controparte illusoria, a noi dunque nascosta, la quale tende a manifestarsi come una sorta di “sogno”, attraverso delle regole valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi già dal momento della nostra nascita. A causa di questo velo metafisico e puramente illusorio, a noi uomini non è concessa la corretta percezione di ciò che conosciamo tramite la nostra sfera sensibile, costringendoci ad un continuo ciclo di morte e di nascita, noto con il nome di “Samsara”. La realtà è dunque un qualcosa a noi sconosciuto, quello che viviamo altro non è che una nostra idealizzazione soggettiva di quella che crediamo essere la realtà, ma altro non è che un velo illusorio. Tralasciando i metodi che Schopenhauer ci offrirà gentilmente onde “perforare” tale stoffa, proviamo per un attimo ad immaginare che questo velo non sia a noi trascendente, ma che siamo invece proprio i noi i sarti che con tanta cura hanno avuto la briga di tesserne gli intrighi. Rifacendoci al come le stories siano una finestra che affaccia su di una casa che vogliamo mostrare pulita e se volessimo intendere la nostra vita come la realtà, a questo punto i social, ed in particolare le stories, altro non farebbero che da velo di maya.

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L’autoconvincimento delle nostre bugie

Nel mondo occidentale assume una rilevante importanza la condivisione, o meglio la messa in mostra, dei proprio successi, quel poter gridare ad alta voce “Io ho ed ho ottenuto”, che molto spesso mette in seconda luce la cosa stessa. Se l’interesse umano non muta ma si evolve, con una dimensione come quella social tale attitudine poteva soltanto essere rafforzata, nei mezzi e nelle intenzioni. Più volte l’interesse di far apparire all’interno di questa finestra una vita che sia invidiabile, degli interessi che siano particolari ed unici, tende ad esser maggiore dell’interesse di quanto condiviso, ricorrendo addirittura a delle immagini che possano ricondurre ad un qualcosa che in realtà non è. Quanto ci interessa non è avere, ma mostrare di avere, e per tale scopo ci dimostriamo disposti a mentire agli altri ed in primis a noi stessi. Prima di poter effettivamente consumare il pasto da me preparato, diventa mia accortezza nel condividerlo rendere quello il più presentabile possibile, in favore non dei miei occhi ma di quelli di chi mi osserva, il quale sarà portato a provare sensazioni per quella forma ignorandone il contenuto, che potrebbe essere pessimo o per l’appunto “non commestibile”. E di esempi che cavalcano questa tristissima onda se ne potrebbero fare infiniti, e tutti come questo tenderebbero ad infrangersi su una spiaggia di autocelebrazione per un qualcosa che ti lascio intendere di avere, ma in realtà lontanissimo dal mare della realtà. La volontà di mostrare un contesto invidiabile diventa ormai maggiore della volontà di creare un contesto reale, là dove non importa il contenuto bensì il modo in cui gli altri, questa volta in senso dispregiativo, ricevano tale falsata informazione. Ci accingiamo sempre di più a creare un’idea che con noi ha ben poco a che vedere, ma che punta invece all’imitazione di una idealizzazione, non propria, di bello e di giusto, e finiamo terribilmente per credere alla nostra stessa menzogna, perché anche il meno abile dei bugiardi finirà, ripetendola a se ogni giorno, per convincersene. Colui che emula può avere come miglior risultato il diventare una copia più o meno verosimile, ma colui che si ispira può puntare davvero a superare la sua ispirazione.

 

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