Il Superuovo

Le etichette sociali definiscono davvero chi siamo? Rispondono “L’a.s.s.o nella manica” e E. Goffman

Le etichette sociali definiscono davvero chi siamo? Rispondono “L’a.s.s.o nella manica” e E. Goffman

E’ davvero possibile rispondere in modo concreto alla domanda esistenziale “Chi sono io?”

Non sempre il modo in cui noi ci vediamo rispecchia la visione che gli altri hanno di noi; spesso, infatti,  basta una parola o l’imposizione di uno “stigma” per far crollare in modo inesorabile tutte le convinzioni che pensavamo di avere in merito alla nostra persona.

“L’a.s.s.o nella manica”

L’asso nella manica è un film del 2015 basato sul romanzo “Quanto ti ho odiato” della giovanissima scrittrice statunitense Kody Keplinger. La storia racconta la vita di Bianca, una ragazza solare, studiosa, sicura di sé sempre accompagnata dalle sue due migliori amiche. La stabilità emotiva della giovane, però, subisce un cambiamento radicale quando, ad una festa, il suo vicino di casa Wesley Rush le affibbia l’appellativo di A.S.S.O (Amica sfigata strategicamente oscena) facendole intendere che l’unico motivo per cui le persone si approcciano a lei è quello di fare colpo sulle sue due migliori amiche.  Da quel momento in poi, Bianca inizia a disinteressarsi completamente della sua persona, tronca i rapporti con le sue amiche accusandole di averla trasformata nell’A.S.S.O del gruppo e inizia a presentarsi a scuola in pigiama. Wesley, accortosi di aver ferito i sentimenti della ragazza le chiede scusa e decide di stringere un patto con lei promettendole di aiutarla a conquistare Toby, la cotta segreta di Bianca. I due trascorrono sempre più tempo insieme e tra loro inizia ad esserci dell’intesa. Bianca, grazie ai consigli di Wes, riesce ad ottenere il suo appuntamento con Toby ma si rende conto che il ragazzo l’ha usata solo per potersi avvicinare alle sue due ex migliori amiche; Sconvolta, la giovane si reca “nel suo posto”, una roccia nel bosco dove è solita sedersi nei momenti di sconforto, ma una volta giunta lì trova Wesley in compagnia della sua ex fidanzata. Delusa dal ragazzo, Bianca tronca ogni tipo di rapporto con lui, riappacificandosi con le sue due migliori amiche e decidendo di disinteressarsi dell’appellativo di “A.S.S.O”, accettandosi finalmente per ciò che è. La sera del ballo scolastico Wesley si rende conto di essersi innamorato di Bianca, le rivela i suoi sentimenti e bacia la giovane davanti a tutta la scuola “infischiandosene” del giudizio di tutti.

Lo stereotipo di A.S.S.O

Nella costruzione di stereotipi è necessario l’utilizzo di termini carichi di valore connotativo: parole che riescono a dare di una qualsiasi situazione una visione chiaramente positiva o mostrarla, invece, come negativa. L’efficacia del linguaggio connotativo è insidiosa perché i suoi termini sembrano neutri e vengono quindi utilizzati senza che ci si renda conto del giudizio di valore che vi è implicito. Nel film, una parola comune come “Asso” assume un valore così importante da riuscire a minare la stabilità emotiva di una giovane che, fino all’attimo prima che le venisse imposto lo “stigma sociale” di asso, si era sempre mostrata sicura di sé e delle sue capacità. Resasi conto del suo stigma, Bianca inizia a vergognarsi di ciò che è, rifiuta l’amicizia di due persone che l’avevano sempre stimata convinta che anche loro fossero a conoscenza della sua “condizione di asso” e si chiude in se stessa, disinteressandosi totalmente del mondo che la circonda, convinta che tutti l’avrebbero vista solo come “l’asso” del gruppo.

Goffman, lo stigma e la teoria del sé riflesso

Il sociologo canadese Erving Goffman definisce lo stigma come: “Un marchio d’infamia imposto su coloro la cui identità virtuale (ciò che dovrebbero essere) non coincide con l’identità sociale attualizzata (ciò che sono in realtà)”. Uno stigma, dunque, dipende dagli occhi di chi osserva e mai dalle caratteristiche fisiche di un determinato individuo. La costante ricerca di un modello di “normalità” che sia condiviso da tutti fa si che ogni essere corra il rischio di essere stigmatizzato e quindi, in un certo modo, emarginato dalla società. Legata al concetto di stigma è la teoria del “sè riflesso” elaborata dal sociologo americano Charles Cooley. Per lo studioso statunitense esiste una concreta relazione tra l’immagine che noi abbiamo di noi stessi e l’opinione che gli altri hanno di noi: non si tratta mai di ciò che gli altri pensano, non è l’opinione di un estraneo a pesare su di noi, ma ciò che noi pensiamo che gli altri pensino della nostra persona. Lo stigma, dunque, non è altro che il riflesso di quella disperata ricerca di un modello di normalità oggettiva da imporre su tutta la realtà; un modello totalmente oggettivo, però, sarà impossibile da raggiungere in un mondo composto da uomini e donne che intendono e vivono la normalità in maniera prettamente soggettiva, dunque, sarebbe meglio iniziare a disinteressarsi di qualsiasi stigma sociale che ci sia stato imposto e iniziare ad accettare noi stessi apprezzando ogni nostra sfaccettatura fisica e caratteriale.

 

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