Il Superuovo

Cento anni fa nasceva Leonardo Sciascia, l’intellettuale “scomodo” che raccontò la Sicilia e l’Italia

Cento anni fa nasceva Leonardo Sciascia, l’intellettuale “scomodo” che raccontò la Sicilia e l’Italia

L’8 gennaio 1921 a Racalmuto nasceva Leonardo Sciascia, uno degli scrittori che più ha saputo raccontare la realtà e le ferite della sua Sicilia e dell’Italia. E a cento anni dalla nascita rimane più attuale che mai. 

Descrivere Leonardo Sciascia significa tuffarsi a capofitto nel cuore pulsante dell’Italia del secolo scorso, in tutte le sue sfumature più contraddittorie e inquietanti. Dall’immediato Dopoguerra (quando Sciascia aveva venticinque anni) fino alla morte, questo scrittore ha cercato di mettere ordine laddove molti mischiavano le carte, sempre fedele ai suoi principi. Un intellettuale che ha saputo ereditare tutta la bellezza e la sapienza della cultura della sua cara Sicilia per guardare con occhio critico, disilluso e mordace la realtà in cui tutta l’Italia stava vivendo. Un’indagine su un ambiente fatto di ingiustizie, collusioni, omertà che Sciascia ha cercato a suo modo di smascherare. Lui che, di fronte ai pericoli che era conscio di correre, non si è mai fermato nel dire la sua, nel denunciare tutto il marcio che si nascondeva dietro un velo dilagante di silenzio e corruzione.

La Ragione e la sua impossibilità

Quando, in un’intervista, chiesero ad Andrea Camilleri di descrivere chi fosse stato per lui Leonardo Sciascia, il padre di Montalbano rispose: “Un uomo dominato dall’esercizio della Ragione“. E in effetti era proprio così. Lo stesso Sciascia non ha mai nascosto questo suo lato di indagatore che non rinunciava mai all’esercizio della ragione. Un ideale della ragione che gli veniva dai suoi studi della giovinezza, così impregnati dell’Illuminismo di Montesquieu, di Diderot e soprattutto di Voltaire. Studi i cui frutti lo accompagnarono per tutta la vita, sia nell’approccio alla vita politica e sociale sia in quella artistica. E infatti non è un caso che una delle sue opere si intitolasse proprio “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia“, con chiaro rimando e omaggio al “Candide” di Voltaire. Opera che dal maestro del XVIII secolo ereditava anche l’ironia di chi, in modo disincantato, voleva smascherare e contemplava il mondo in cui vive con la consapevolezza di una difficoltà quasi insormontabile nel far valere i principi della Ragione, della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza.

La Ragione, per Sciascia, era il mezzo con cui indagare la realtà in cui viveva, l’occhio critico con cui scandagliava le dinamiche oscure e buie di una terra dominata dalle ingiustizie, dalle iniquità. Vivo sostenitore degli ideali che abbiamo elencato prima, grazie alla sua stessa indagine si rese conto della difficoltà della lotta contro questo tipo di ingiustizie, contro le mafie e la collusione del potere politico, contro l’omertà e la mancanza di forza per sovvertire lo status quo.

Ed è così che, con uno spirito sempre combattivo ma anche deluso e disincantato, scriveva e denunciava la realtà che scopriva, che non si vedeva ad occhio nudo o che, perlopiù, si faceva finta di non vedere. E con una rabbia che, equilibrata dalla razionalità e da una personalità comunque schiva, non si estinse mai, ma che si trovò a fare i conti con l’impossibilità di costruire il modello confacente alle sue idee. Quelle idee che Sciascia voleva recuperare dall’Illuminismo per impiantarle adeguandole in Sicilia e in Italia. Lo scrittore di Racalmuto non si fermava davanti a nulla, toccava ogni aspetto politico, sociale e civile della sua epoca e lo ha fatto con una produzione immensa di saggi, articoli di giornale, interventi in Parlamento, interviste in televisione e anche di romanzi.

Sì, anche i romanzi erano per lui il modo di denunciare e indagare su un determinato ambito e poi di esprimere le sue conclusioni. Tutti quei romanzi gialli come “Il giorno della civetta“, “A ciascuno il suo“, “Todo modo” sono in realtà contemporaneamente anche dei saggi, che vogliono sollevare il velo che nascondeva il dilagare di omertà, negligenza e corruzione, dapprima nella Sicilia degli anni Quaranta, per poi ampliarsi nel toccare questioni spinose per tutto il paese. Non è un caso, infatti, che in un’intervista rilasciata alla Rai poco dopo l’uscita del suo secondo giallo, “A ciascuno il suo“, Sciascia lo presentò così:

Non credo che questo romanzo sia troppo sorprendente rispetto agli altri libri che ho scritto. Continuo ad arrabbiarmi sulle cose nostre.

Cerco solo una risposta a tante mie domande sulla Sicilia e sull’Italia.

Si arrabbiava Sciascia, si incalliva nell’indagine, come i protagonisti dei suoi gialli, i detective portavoce della sua indole. Che però finivano per soccombere e non riuscire a portare la giustizia che cercavano di avere, cadendo vittima anche loro della giostra di crimine, corruzione e omertà che volevano sgominare. Voleva smascherare, rendere evidenti a tutti i problemi e anche proporre soluzioni. E, come già detto, la rabbia aumentava, perché vedeva anche l’impossibilità veritiera ed effettiva di combattere i mali della società siciliana ed italiana, quando chi doveva contrastarli, spesso, finiva per fare il loro gioco.

Scena tratta dal film “Il giorno della civetta” ispirato all’omonimo romanzo di Sciascia. Più di uno sono i suoi romanzi che hanno avuto una trasposizione cinematografica

La Sicilia nelle vene

Se un suo grande modello fu l’Illuminismo francese (e in Francia poi soggiornò spesso, dagli anni Settanta in poi), sicuramente ciò che lo ha plasmato di più è la sua terra. La Sicilia dei paesini come Racalmuto, la Sicilia dalla grande tradizione letteraria ed intellettuale, ma anche quella della mafia, degli omicidi e della corruzione del potere politico. La professione del padre, impiegato presso delle miniere di zolfo, rimanda direttamente alla figura di Pirandello (anche suo padre lavorava con le cave sulfuree), scrittore e intellettuale dalla presenza molto ingombrante nel panorama culturale siciliano.

Suggellato dal saggio “Pirandello e il pirandellismo” scritto da Sciascia, il legame tra i due era forte dal punto di vista teorico, nell’indagine sulle persone e sulla realtà. E infatti condivideva con il premio Nobel per la letteratura l’idea di un relativismo conoscitivo della realtà: non c’è mai un punto di vista obiettivo delle cose, ma spesso verità e menzogna arrivano a coincidere. Raramente c’è una verità assoluta, di rado c’è un colpevole che non è innocente e un innocente che non è un po’ colpevole (almeno di tacere quello che sa: “A ciascuno il suo” è un romanzo che spiega benissimo cosa intendiamo dire). Questa sua idea si sposava benissimo con la sua visione della Sicilia, vittima di un potere (quello mafioso) che il vero potere (quello politico) non solo non contrastava ma che a volte proteggeva. Bene e Male si mischiavano, diventavano un tutt’uno e sciogliere i nodi diventava quasi impossibile.

Luigi Pirandello (1867-1936)

La Sicilia, per Sciascia, era una specie di micro mondo, il suo personale ed affettivo, che, con tutti i suoi problemi, diventava l’immagine allargata che rispecchiava un malessere di tutta l’Italia. E qui forse c’è una traccia di altri autori, Verga su tutti. La Sicilia era metafora, in piccolo, di un’Italia dove il potere politico centrale era debole e corrotto, dove si viveva nel terrore e nell’incertezza (gli anni di piombo, le Brigate Rosse, i NAR, le organizzazioni criminali naturalmente. Solo per dirne alcune) e faceva presto uno come Sciascia ad allargare i suoi orizzonti. Dall’Italia alla Sicilia e dalla Sicilia all’Italia, come ha fatto nei suoi romanzi, dove, parlando di una, finiva per fare riferimento anche all’altra.

La corruzione politica locale rappresentava quella nazionale, e in “Todo modo” c’è anche la rappresentazione di un ruolo delle più alte gerarchie ecclesiastiche nel minestrone puzzolente della società (non solo politica) italiana. Una terra, la sua Sicilia, che Sciascia non ha mai smesso di amare ed è proprio per questo amore che non voleva affatto arrendersi nella lotta. Anche a costo di martoriarla, di mostrare le sue ferite e i suoi punti deboli, di farle male. Ma nessuna cura efficace agisce senza dolore.

La regione siciliana ha lasciato il segno fin dagli esordi letterari del poeta, che dopo “Le favole della dittatura” pubblicò, nel 1952, la raccolta di poesie “La Sicilia, il suo cuore“. E poi ancora “Le parrocchie di Regalpetra” (luogo inventato ma molto simile a Racalmuto) del 1956, la bellissima raccolta “Zii di Sicilia“, con un racconto sulla guerra di Indipendenza italiana (nello specifico: le sue premesse e conseguenze sull’isola) che riecheggia “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa o i “Viceré” di De Roberto. E più indietro nel tempo, con gli scritti “Morte di un inquisitore” e “Consiglio d’Egitto” che narrano di una Sicilia del Seicento e del Settecento che, in molti aspetti, anticipava dinamiche della società contemporanea a Sciascia. Non importa di quale epoca dunque: ciò che sta a cuore a Leonardo Sciascia è la Sicilia, in tutte le sue forme. E l’Italia, di conseguenza.

 

 

Leonardo Sciascia insieme a Paolo Borsellino. La lotta alla mafia era per entrambi motivo di grande impegno, anche se Sciascia, in alcuni momenti, espresse malcontento per i comportamenti dei magistrati dell’antimafia che ricevevano l’incarico in Sicilia. Secondo lui la Sicilia veniva strumentalizzata solo per fare carriera più velocemente

La politica

Sciascia non solo ha denunciato, attraverso le sue opere, le molteplici contraddizioni della sua terra e della sua nazione. Ma ha anche partecipato attivamente al dibattito politico, alle questioni spinose del paese, cercando sempre con lucidità di combattere le sue personali battaglie. Anche a costo di discutere, anche a costo di abbandonare il partito con il quale era stato eletto.

Inizialmente tra le fila del PCI, Sciascia lasciò per divergenza di vedute su molte questioni, una su tutte la sua contrarietà al “Compromesso storico” con la DC. Anche se poi fu tra i pochi che vollero provare a contrattare e a dialogare con le Brigate Rosse durante il Sequestro Moro, quando tutti preferirono la linea dura e inflessibile. E Sciascia non mancò di sottolineare, di rimarcare la sua opinione riguardo a quella che fu una delle più tragiche pagine dell’Italia repubblicana, con il suo saggio “L’affaire Moro“, pubblicato nel 1978 subito dopo il rinvenimento del cadavere del politico democristiano.

Altri sono i saggi in cui Sciascia ha provato ad analizzare i misteri, gli intrighi e le questioni spinose di un paese decisamente contraddittorio e diviso nel suo essere. Ad esempio quello scritto, a metà tra un saggio e un racconto, riguardo la misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana, pubblicato nel 1975, un giallo che, ancora oggi, non ha una sua risoluzione e sul quale Sciascia ha provato a tirare le fila. Come? Ponendo e ponendosi domande, criticando con obiettività, punzecchiando laddove si sentiva puzza di marcio ma dove tutto inesorabilmente taceva o veniva insabbiato. E nella politica provò a portare la sua voce di denuncia schietta e un po’ disillusa, anche scontrandosi talvolta con altri intellettuali.

Come quando discusse con Italo Calvino in occasione del Processo ai vertici delle Brigate Rosse del 1976, allorché gran parte della giuria popolare si tirò indietro e Sciascia si ritrovò a comprendere e difendere la scelta dei designati. “Per questo stato non farei il giudice popolare“, disse in risposta a Calvino, che si richiamava al dovere del cittadino che agisce nel nome della democrazia. Frasi che denotano la sfiducia che Sciascia aveva nei confronti della politica e dello Stato. Ma nonostante questa sfiducia, egli proseguiva incessante la sua lotta, volta a risvegliare le coscienze, a dare uno scossone al male che tormentava da dentro le vite di tutti gli italiani.

Alcune risposte Leonardo Sciascia le ha trovate, altre ha provato a darle senza essere ascoltato e per altre ancora non ci è riuscito. Noi possiamo solo dire che è stato un intellettuale combattivo, a tratti un visionario che già ai suoi tempi aveva capito come sarebbero andate certe cose. Una persona che non ha mai smesso di combattere per ciò in cui credeva, le cui domande (con e senza risposta) sono terribilmente ancora valide ai giorni nostri. 

 

 

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