Le epistole morali di Seneca e lo stoicismo raccontati da “Nonono” dei Pinguini tattici nucleari

I precetti dello stoicismo raccontati da Seneca e dai Pinguini tattici nucleari.

Qual è la vera virtù? Cosa conduce alla felicità? Le risposte ci arrivano dallo stoicismo, ma anche da uno dei gruppi indie del momento.

Lo stoicismo nei libri di storia

Morte, vita, sofferenza, virtù, sono topoi letterari di cui almeno una volta ogni autore, pensatore o filosofo che fosse ha parlato; chi in modo più religioso, chi in modo più scientifico e razionale, tutti, in quanto uomini, ci interroghiamo su cosa ci sia dopo la morte e su come sia necessario comportarsi per vivere secondo virtù, qualunque essa sia, da Cicerone a Leopardi, o ancora Ungaretti, o, per non andare a cercare sempre nel regno dei morti, la contemporanea Michela Marzano, fiumi d’inchiostro sono stati spesi per cercare di rispondere a queste domande, in modo estremamente soggettivo, fazioso e, talvolta, fallace. 

Per rispondere a queste domande, in netta contrapposizione alla decisamente più accomodante e piacevole tesi epicurea, che identificava il sommo bene e la felicità con il piacere (n.d.a. mica scemi ‘sti greci), nasce, ad Atene nel 300 a.C. la scuola di Zenone di Cizio, da cui prenderà il via quella filosofia moraleggiante, e anche un po’ bacchettona, chiamata stoicismo.

Dal 300 a.C. la parola “stoicismo” riecheggia nelle aule, nelle opere e nelle ripetizioni di tutti quegli alunni che non ne possono più di parlarne, ma siamo sicuri che la filosofia stoica sia soltanto un pezzo di antiquariato? Per rispondere a questa domanda chiediamo aiuto al pezzo di antiquariato della letteratura latina più moraleggiante che ci sia e al gruppo indie del momento: Seneca e i Pinguini Tattici Nucleari.

 

Lo stoicismo tra Seneca e i PTN

 

Ci siamo messi a ridere

Dalla paura di morire

Dalla voglia di partire

Della gioia di vivere

 

Nelle “Epistole morali a Lucilio” Seneca discute con Lucilio Iuniore dell’ozio, della morte, del controllo delle passioni e di tante altre cose che sicuramente non fanno ridere, per giungere alla conclusione che il sommo bene è la virtù e che solo attraverso la rinuncia alle passioni si puó raggiungere la felicità. 

In sintesi, Seneca esortava un ragazzo di appena 30 anni a essere felice attraverso l’astinenza dalle passioni.

Se Lucilio lo avesse mai ascoltato rimarrà un dubbio, come rimarrà un dubbio cosa si siano detti il cantante dei PTN e la sua amante dopo aver fatto sesso, raccontandosi della paura di morire, della sofferenza e della vita, nella canzone “Nonono”.

Quanti dopo l’amplesso non fumano una sigaretta interrogandosi sul senso della vita, domandandosi della virtù ancora sudati e spettinati? 

Forse proprio per questo motivo, la compagna di una notte di Riccardo (il cantante dei PTN) si alza dal suo letto andando via senza voltarsi più indietro, lasciandogli solo il ricordo della frase del pachistano (anche lui figlio dello stoicismo) da cui ha comprato le rose:

Capo ricordati che la felicità sta dentro le piccole cose

Il suicidio come liberazione

 

La più grande libertà è quella che ti tiene in catene

 

Quale libertà più grande, ma anche più tiranna e totalizzante della morte? 

Riuscire a suicidarsi per rendere libero l’animo e per restare fedeli al proprio pensiero è una scelta sicuramente stoica, che compie non solo Seneca, ma anche Lucano e Petronio, che preferiscono incatenarsi per sempre alla morte, piuttosto che vivere una vita contraria ai loro precetti. La critica mossa da Tacito ai suicidi stoici, che reputa scenografici, ma non utili, perchè suicidandosi non si serve nè difende più la partia, porta peró a una domanda: è più corretto vivere per difendere i propri principi, oppure morire per non corromperli? 

 

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