Le donne di Dante: conosciamo le grandi protagoniste della Divina Commedia

La figura della donna, tanto nella poetica quanto nella vita, è stata centrale per Dante Alighieri, Sommo Poeta e cantore della grandezza femminile.

Vediamo la storia di Francesca, Pia de Tolomei, Beatrice, Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla, le Grandi donne che hanno ispirato la poesia del Sommo Poeta.

INFERNO: FRANCESCA DA POLENTA

Dante, accompagnato dal suo Maestro, fa il suo ingresso nel II Cerchio in cui sono puniti i lussuriosi, colori che sono morti violentemente per amore, destinati ad essere trascinati da un vento tanto forte, quanto quello della passione che in vita li ha portati a cadre nel peccato. È qui che avviene l’incontro con Francesca che, sempre al fianco di Paolo, è chiamata da Dante; la giovane, dopo averlo ringraziato per la pietas mostrata nei loro confronti, inizia a narrare la sua storia. Si tratta di una persona realmente esistita:Francesca da Polenta,figlia del signore di Ravenna, promessa in sposa per ragioni politiche a Gianciotto Matalesta,Signore di Rimini, un uomo estremamente violento. Francesca, vittima di quell’ “Amor ch’al cor gentile ratto s’apprende”, si innamora però di Paolo, fratello di Gianciotto, verso il quale inizia a provare una passione travolgente e straordinaria. Fu così che mentre leggevano la storia di Lancillotto e Ginevra, “un amor li strinse” e suggellarono il loro amore con un bacio: in quel momento entrò nella stanza Gianciotto che, in preda a rabbia e gelosia, estrasse la spada per colpire Paolo il quale,nel tentavo di fuggire attraverso una botola, rimase impigliato con la veste ad un chiodo. Costretto a tornare sui suoi passi, mentre Gianciotto stava per colpirlo, interviene Francesca che gli si parò davanti per tentare di salvare l’amato ma non ci fu nulla da fare. Termina così il racconto della bella Franesca, vittima della sua passione e della rabbia di un uomo. 

Amor condussse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense 

 


PURGATORIO: PIA DE’ TOLOMEI

Dante e Virgilio, da poco sbarcati sulla spiaggia sottostante la montagna del Purgatorio, nel secondo balzo dell’Antipurgatorio incontrano l’anima di Pia de’ Tolomei,annoverata tra le anime morte di morte violenta e,  per questo, pentitesi troppo tardi. La pena è qui quella di dover attendere in Purgatorio tanti anni quanti ne vissero, girando attorno al monte e intonando il “Miserere”, tardando così nella purgazione esattamente come fecero in vita. Tra la moltitudine di anime che i due vedono non ne riconoscono nessuna ma, ad un tratto, una di esse sporge la testa e rivolge una preghiera: si tratta dell’anima di Pia de Tolomei. La sua storia, a differenza di quella di Francesca, non è storicamente verificabile ma, alcune fonti storiche, narrano di questa nobildonna morta suicida o uccisa, cadendo dalla finestra di un castello. Nelle fonti non si parla di Pia de’ Tolomei ma di una certa Malevolti moglie di un nobile Tolomei uccisa per la sua infedeltà o, ipotesi più accreditata, per permettere all’uomo di risposarsi.  I commentatori antichi del poema invece, la identificarono come figlia della famiglia senese dei Tolomei,  moglie di Nello dei Pannocchieschi, signore del castello di Pietra in Maremma. Dal testamento di quest’ultimo si può leggere di un secondo matrimonio con Margherita Aldobrandeschi, contessa di Pitigliano,  prima del quale si è ipotizzata l’unione dell’uomo con Pia de’ Tolomei:

Ricordati di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma

Salsi colui che ‘nnanellata prima

Disposando m’avea con la sua gemma

BEATRICE

Dante e Virgilio, ormai giunti nel Paradiso Terrestre, d’un tratto vedono sette candelabri posti in apertura di una processione, seguita da altri personaggi che d’improvviso si arrestano e rivolgono lo sguardo verso di loro, accompagnati da cento angeli che si alzano in volo e intonano il Benedictus qui venis. È così che il Divino Poeta annuncia nella sua Commedia l’apparizione di Beatrice, grande amore del poeta e ispiratrice della sua poesia. Come ben si sa la donna “tanto gentile e tanto onesta” non era la moglie nè è mai stata la compagna di Dante, era semplicemente una ragazza che, come viene detto nella “Vita Nova”, il poeta ha incontrato quando lei aveva nove anni ancora da compiere, età che lui li avrebbe raggiunto da lì a poco tempo. L’amore platonico per eccellenza che Dante prova per Beatrice, ha fatto si che l’immagine della donna si cristallizzasse per sempre nelle sue pagine pietose; ma chi era Beatrice? L’ipotesi più accreditata è che si tratti di Beatrice Portinari, figlia di Folco Portinari e discendente di una famiglia di banchieri, per questo molto ricca. Come era solito fare all’epoca, la giovane appena adolescente fu data in sposa a Simone Bardi, figlio di un’altrettanto ricca e potente famiglia fiorentina. Era il 1290 quando la giovane morì, probabilmente di parto, provocando in Dante un dolore inimmaginabile che lo portò a rifugiarsi nella filosofia e nella scrittura de la “Vita nova”, nella speranza di iniziare a scrivere una nuova pagina della sua vita, nella speranza di rinascere. Si sa però, certe luci non smettono mai di brillare: dopo anni dalla morte della donna (e anche dopo una famiglia costruita con Gemma Donati), Dante la investe del compito di angelica guida del Paradiso, allegoria della fede, angelo per eccellenza.

Vidi la donna che pria m’appario

Velata sotto l’Angelica festa,

Drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio

PARADISO: PICCARDA DONATI E COSTANZA D’ALTAVILLA

Abbandonato Virgilio sulla cima della montagna del Purgatorio, Dante accompagnato da Beatrice giunge in Paradiso dove, nelle primo Cerchio, farà la conoscenza di due donne, l’una introdotta al poeta dall’altra: si tratta di Piccarda Donati  e Costanza d’Altavilla. La prima viene incontrata quasi subito e Dante si rivolge a lei perchè sembra essere, tra tutte le anime, la più desiderosa di intrattenersi con lui; è in questa sede che si rivela al Sommo: si tratta di Piccarda Donati, nobildonna vissuta a Firenze nei XIII secolo. Da giovane scelse la via del Convento, giurando fedeltà all’ordine delle Clarisse e conducendo una vita dedita alla preghiera; ben presto fu però costretta da suo fratello Corso ad abbandonare il convento per sposare un ricco guelfo nero, Rossellino della Tosa, finendo per questo nel Cerchio di coloro che non hanno adempito ai loro voti. La leggenda narra che la donna morì di lebbra ancor prima di consumare le nozze:

Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,

Fuor mi rapiron de la dolce chiostra;

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

Sarà Piccarda a narrare la storia di Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II il Normanno. Anche lei, secondo una leggenda, fu costretta dal padre a lasciare il convento per sposare, nel 1186, Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Nel 1191 arrivò a conquistare la corona imperiale e, lasciata in Italia dal marito tornato nell’allora Sacro Romano Impero,  divenne prigioniera del pretendente al trono siciliano Tancredi. Dopo essere stata liberata da papa Celestino III diede alla luce un figlio, Federico, che dopo la morte di Enrico VI venne incoronato re di Sicilia. Il resto è storia.

Quest’è la luce del la gran Costanza

Che del secondo vento di Soave

Generò ‘l terzo e l’ultima possanza

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