Dipendenti da droga e precariato: come “Smetto quando voglio” ci mostra la realtà dei giovani

Il film di Sydney Sibilia, Smetto quando voglio, racconta, sotto una lente grottesca, il precariato d’eccellenza dell’ambiente universitario.

Smetto quando voglio (2014) racconta come un gruppo di brillanti ricercatori reagisce all’instabilità lavorativa ed economica dell’ambiente universitario attraverso la produzione e il traffico di droga. Attraverso il plot, infatti, il film offre un’intelligente panoramica sulla questione del precariato italiano

LA TRILOGIA DI SMETTO QUANDO VOGLIO

Roma, 2014: Pietro Zinni è un ricercatore universitario di quasi quarant’anni che, dopo il rifiuto di rinnovo dell’assegno di ricerca, decide di sfruttare le sue doti di chimico provetto per uscire dall’impasse economica determinata dal suo essere precario, optando per una soluzione ai limiti della legalità: nello specifico, il protagonista riesce a sintetizzare una nuova sostanza psicotropa, appartenente al gruppo delle smart drugs (o droghe intelligenti), non ancora messa al bando dal Ministero. Per far ciò, Pietro mette su una task force, formata da suoi amici, tutti eccellenti accademici (latinisti, antropologi, scienziatietc.) finiti a fare lavori molto al di sotto delle loro competenze. Pertanto, queste personalità del mondo universitario si cimentano, come dei criminali dilettanti, nel commercio e nel traffico di questa sostanza, nella speranza di poter riacquistare la loro dignità e nella convinzione di poter smettere quando vogliono.
Sydney Sibilia sceglie questa trama estremamente vivace e attuale per il suo primo lungometraggio, Smetto quando voglio, prodotto da Fandango, Ascent Film e Rai Cinema. Il film riscuote un grandissimo successo di pubblico e di critica, vincendo diversi premi nazionali e internazionali e dando origine a una trilogia formata da Smetto quando voglio: Masterclass (2017) e Smetto quando voglio – Ad Honorem (2017).

UN BREAKING BAD ALL’ITALIANA 

Oltre alla tematica raccontata, l’aspetto più interessante e originale di Smetto quando voglio è la tendenza verso il cinema contemporaneo di genere, soprattutto americano: il film, infatti, riesce sapientemente a combinare elementi della tipica commedia italiana con una regia e una messa in scena quasi hollywoodiana. Nello specifico, da un punto di vista registico, Sibilia usa lunghe inquadrature aree che rendono Roma uno spazio metropolitano potenzialmente infinito, ricalcando l’immaginario di Los Angeles, e sceglie una fotografia acida e saturata con pochi effetti speciali.
Dal punto di vista della sceneggiatura, invece, Smetto quando voglio usa una scrittura diretta e dissacrante che cerca di uniformarsi allo standard di verosimiglianza internazionale, scegliendo come modello morale la pluripremiata serie di Vance Gilligan, Breaking Bad: anche in questo caso, infatti, il protagonista, Walter White, è un professore liceale di chimica che, dopo aver scoperto di essere un malato terminale, diventa uno dei maggiori produttori di metanfetamine degli Stati Uniti. A differenza di Breaking Bad, però, nell’adattarsi al contesto italiano, Smetto quando voglio perde il tono tragico della lotta universale fra bene e male ma assume una caratterizzazione grottesca e autoironica, dove non c’è posto né per i moralismi né per la redenzione.

“SONO LAUREATO È MA UN ERRORE DI GIOVENTÙ” 

Attraverso la storia di Pietro Zinni e la sua banda di spacciatori dilettanti, Smetto quando voglio affronta una condizione endemica dell’ambiente universitario italiano, il precariato d’eccellenza: per far ciò, infatti, il film sublima le misere e instabili condizioni di vita di sette ricercatori che subiscono, attraverso l’esclusione dal mondo della ricerca, i tagli all’istruzione imposti dalla riforma Gelmini. In tal modo, Smetto quando voglio si lega a doppio filo con tutta una serie di rappresentazioni cinematografiche incentrate sull’instabilità lavorativa nel mondo accademico, accomunate dalla figura del giovane ricercatore. Quest’ultimo, di età compresa tra i trenta e i quarant’anni, vive sempre in balia della disperazione e della frustrazione a causa dell’estrema marginalità della sua posizione lavorativa e della costante negazione di futuri sbocchi lavorativi. La sua successiva trasformazione a microimprenditore illegale, mosso da sentimenti di rabbia e vendetta, se da un lato porta il pubblico a ridere della sua condizione tragicomica, dall’altro fa anche riflettere criticamente sulla normalità alienante del precariato nascosta sotto l’etichetta dell’early – career researches. 

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