L’arte di Matisse e Mondrian piace al cervello: la teoria neuroestetica di Zeki

Cosa succede nel cervello durante l’osservazione di un’opera d’arte? Quali aree sono attivate, e quali circuiti sono coinvolti? La neuroestetica risponde a queste domande.

Nel corso del dibattito sulla “questione dell’arte“, utilizzando la definizione di Warburton, numerosi outsiders sono intervenuti ed hanno partecipato al dibattito: filosofi, psicologi, sociologi, giornalisti, persino economisti…

È difficile tuttavia immaginare la portata del contributo di professionisti in campi che appaiono lontani da quello artistico, come quelli della biologia o della scienza più in generale.

Eppure, queste “intrusioni” possono rivelarsi particolarmente fruttuose e anzi offrire interessanti contributi  dall’impatto significativo: è il caso della neuroestetica.

Nigel Warburton, filosofo, è autore del saggio “La Questione dell’Arte”, dove si interroga sul concetto di arte, sulla sua definizione e sulla natura stessa del fenomeno

L’ESPERIENZA ARTISTICA SECONDO I PRINCIPI DELLA NEUROESTETICA

Con “neuroestetica” ci si riferisce a quel filone di studi che si interessa della relazione tra esperienza estetica e neuroscienze: si tratta in pratica dello studio delle neuroscienze applicate al fenomeno artistico.

Il termine è utilizzato per la prima volta nel 1999 da Semir Zeki, all’interno del proprio libro “La Visione dall’Interno“: secondo Zeki, le diverse forme d’arte (in particolare le arti visive) possono essere utilizzate come strumento per osservare e quindi indagare i processi cerebrali sottesi.

Nel pensiero dell’autore, i pittori sono anche neurobiologi, poiché esplorano direttamente (seppure inconsapevolmente) le proprietà del sistema visivo umano, analizzando e scomponendo i diversi aspetti dell’ambiente visivo, che diventano gli elementi strutturali dell’opera sulla tela, in modo simile ai processi di riconoscimento e percezione del cervello.

La neuroestetica propone quindi una sorta di correlazione tra le proprietà visive delle opere d’arte e il modo in cui il sistema nervoso è organizzato: specifiche aree cerebrali si attivano in corrispondenza di determinate proprietà visive di cui un’opera può essere dotata.

L’obiettivo della neuroestetica è perciò quello di tentare di ricondurre i complessi fenomeni riguardanti il rapporto tra arte e visione nell’ambito delle operazioni che occhio e corteccia visiva compiono durante l’esplorazione dell’oggetto artistico, definendo così i correlati neurali di determinati item tipici delle arti visive.

Semir Zeki

QUALCHE BASE DI NEUROANATOMIA DEL FENOMENO ARTISTICO

Nel fenomeno che viene denominato fruizione estetica interviene primariamente l’area visiva, che ha sede nel lobo occipitale, la regione cerebrale che si occupa proprio dell’elaborazione delle informazioni di questo tipo.

Le informazioni provenienti dall’ambiente vengono inizialmente catturate dai fotorecettori, situati sulla retina, la parte posteriore dell’occhio, in cui tali stimoli visivi vengono poi proiettati; il maggior numero di fotorecettori si ha sulla fovea, l’area centrale della retina, punto di maggior acuità visiva.

Viaggiando attraverso il secondo nervo cranico, il nervo ottico, l’informazione raggiunge il talamo, una sorta di “stazione di smistamento” delle informazioni sensoriali, composto da diversi nuclei (detti anche corpi) info-specifici; il nucleo genicolato laterale è quello che si occupa delle informazioni visive.

Infine, la catena sinaptica termina nella corteccia visiva del lobo occipitale, dove l’informazione visiva raggiunge la corteccia visiva primaria e le sue aree specializzate, denominate “V“; V1 è la corteccia visiva primaria, dove giunge la maggior parte degli stimoli visivi provenienti dalla retina; V2 è la corteccia visiva secondaria, che raffina ulteriormente l’attività di V1;

V3, V4 e V5 analizzano ognuna una componente specifica dell’informazione visiva, rispettivamente la direzione e l’orientamento dello stimolo (V3), il suo colore (V4) e il suo movimento (V5).

Oltre all’area visiva, contribuisce alla percezione complessiva del fenomeno artistico anche la cosiddetta “triade estetica“, composta dal sistema sensomotorio, dal sistema limbico (responsabile, tra le altre funzioni, della valutazione emozionale degli stimoli) e dal macrosistema, di cui fanno parte anche ippocampo, corteccia prefrontale e corteccia orbitofrontale, che attribuisce significato sulla base delle proprie esperienze e conoscenze.

La corteccia visiva e la localizzazione delle diverse aree specializzate

SCOMPARTIMENTALIZZAZIONE DELLO STIMOLO E GERARCHIA PERCETTIVA

Gli studi sulla complessità dell’area visiva hanno permesso non solo di individuarne le aree specializzate, ma anche di scoprire l’esistenza di una gerarchia temporale nella percezione e quindi nell’analisi dello stimolo visivo.

Infatti, il colore verrebbe percepito prima della forma, così come la forma avrebbe precedenza sul movimento, andando a delinare ciò che si definisce “modularità della visione“: la corteccia visiva utilizza i suoi diversi moduli specializzati per scomporre, elaborare ed analizzare diverse componenti dello stesso stimolo, in modo indipendente e in successione temporale.

LA NEUROESTETICA COME STRUMENTO DI COMPRENSIONE DELL’ARTE

Questa rivelazione può aiutarci a capire, in parte, il fascino e l’apprezzamento dietro alcuni quadri piuttosto che altri, e forse anche la fortuna di determinate correnti artistiche a scapito di altre.

Se il colore ha precedenza percettiva sulle altre componenti, ecco allora che forse è possibile spiegare il successo di chi ha fatto del colore il proprio elemento distintivo, come Henri Matisse e Les Fauves: per gli esponenti de “Le Belve”, il colore veicolava il sentimento, l’emozione, la forza e l’energia, e per tale motivo doveva essere predominante, violento, immediato e puro, anche mettendo in secondo piano i canoni classici del formalismo; effetto ottenuto e garantito proprio anche in virtù della modularità della visione e dell’attività di V4.

Matisse, H., “La Stanza Rossa”, 1908, Ermitage (San Pietroburgo)

Chi prima di tutti scoprì tale organizzazione percettiva fu Piet Mondrian, seppur inconsapevolmente: nel pensiero di Mondrian, esponente dell’Astrattismo, l’oggetto, nella sua vera essenza, era da ricondursi agli elementi pittorici strutturali fondamentali, quali linea, forma e colore, nelle sue forme più pure e semplici, gli stessi tre elementi elaborati dalle aree specializzate e dai relativi neuroni selettivi della corteccia visiva.

Mondrian, P., “Composition with Large Red Plane. Yellow, Black, Gray, and Blue”, 1921, Stedelijk Museum (Amsterdam)

NON TUTTO È ORO CIÒ CHE LUCCICA

L’indubbia utilità del contributo di Zeki, a cui va riconosciuto il merito di affrontare il tema della percezione estetica tentando di unire arte e neuroscienze, si scontra però con una serie di evidenti aspetti critici e di limiti.

La neuroestetica risulta complessivamente riduttivista: ricondurre l’esperienza artistica a dinamiche puramente neuropercettive non coglie innanzitutto in toto la complessità del fenomeno artistico; inoltre, le stesse attivazioni cerebrali riscontrate nell’esperienza percettiva delle opere d’arte sono valide anche per l’osservazione e la percezioni di oggetti comuni.

È evidente quindi come anche la neuroestetica, così come tutti gli altri approcci della psicologia all’arte, singolarmente, non sia in grado di spiegare interamente il fenomeno e l’esperienza artistica: il suo contributo aiuta sicuramente a far luce, ma lascia aperte (aprendone anzi forse ulteriori) diverse questioni inerenti al dibattito, forse insolvibile, sulla natura dell’arte.

 

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