L’altro che ci guarda: in “The Village” troviamo l’inferno di Sartre

Più che un film che incute paura, “The Village”, la pellicola conturbante del 2004 firmata da M. N. Shyamalan, è un film sulla paura. La paura del buio, la paura del mostro, la paura della paura stessa. È sempre l’altro ad atterrirci. Questo perché, dice Sarte, “gli altri sono l’inferno”, per denunciare la nostra eccessiva dipendenza dallo sguardo e dal giudizio altrui.

La cieca Ivy è al riparo dagli sguardi enigmatici degli altri

La scena è il Nord-America rurale, di gusto amish, fine ‘800: una piccolissima comunità vive in isolamento rispetto al mondo, protetta da un fitto bosco, al sicuro dietro un’alta palizzata. Il bosco però è il regno di misteriose e spaventose bestie che non devono essere nominate, per nessun motivo, dagli abitanti del villaggio. Per evitare di attirarle nessuno può vestirsi di rosso e nessuno, per ovvi motivi, può avventurarsi nel bosco. L’aria placida dell’inizio s’inspessisce subito di cupo presagio e asfissia claustrofobica quando il giovane protagonista vuole avventurarsi nel cuore della boscaglia e raggiungere la città per procurare merci e medicine di vitale importanza. A condurlo, sarà la cieca Ivy che, proprio perché privata del senso filmico per eccellenza, può portare a compimento il viaggio dell’eroe.

Che cosa fare quando “l’inferno sono gli altri”

È proprio lo sguardo degli altri e lo sguardo prospettico (il cui ribaltamento è una delle cifre auree della narrativa del regista) a essere al centro del racconto e la scelta di una co-protagonista cieca non è causale. Come i protagonisti del film, sulla scena di Huis Clos (“A porte chiuse”) di Jean-Paul Sartre, troviamo una situazione in apparenza pacifica che però nasconde paludamenti infernali. Un inferno da salotto, quindi, con tre personaggi in scena che sono l’uno il carceriere dell’altro, per l’eternità, tante parole dette per non arrivare a dire nulla, un senso nascosto e inquietante di tragedia. Quando, tra il 1943 e il 1944, Sartre decise di mettere in scena questa pièce, la crudeltà e l’assurdità del secondo conflitto mondiale aveva raggiunto vette impensabili. Il pensiero di Sartre è ormai maturo e il filosofo è una voce autorevole del panorama culturale europeo che tenta una resistenza intellettuale alla desolazione esistenziale del nazifascismo. La banalità di un salotto identico in decine di migliaia di case si accompagna a dialoghi vuoti e oggetti che non servono a nulla (c’è un tagliacarte, ma non c’è carta da tagliare), per arrivare a comunicare la tesi centrale dell’opera. Si tratta di uno dei passaggi più famosi del filosofo: “l’inferno sono gli altri”. E fuori dal villaggio ci sono i mostri della ragione (o quelli del passato?).

La creatura dei boschi: metafora dell’orrore di non riconoscersi

Ci sono certi momenti in cui guardo con tutti i miei occhi

A sorreggere questa affermazione vi è il concetto dell’imperscrutabilità dell’altro. L’uomo conosce benissimo la sua interiorità e all’esterno ha il potere di annullare i significati del mondo per costruirne arbitrariamente di nuovi. Infatti, Sartre parla della potenza nullificatrice della coscienza che è il Niente al centro dell’opera più famosa del pensatore francese, “Etre et Neant”, (“Essere e nulla”). La sua coscienza è libera di rivestire il mondo (e nel mondo ci sono gli altri) di inediti valori e rapporti. Il dramma è che gli altri fanno altrettanto. Annullano il dato del mondo esterno, in cui noi rientriamo appieno, e gli assegnano valori, giudizi e parametri del tutto arbitrari. Non sarebbe un dramma così grave se potessimo conoscerci del di dentro, se cioè fosse data all’uomo la capacità di valutarsi e soppesarsi con un osservatore esterno. Purtroppo, rimane un elemento residuale, l’io, nell’autovalutazione, rendendola sempre viziata, prospettica, di parte. Allora, gli altri diventano l’elemento più importante per noi stessi per conoscerci. Noi ci conosciamo e giudichiamo con i mezzi che gli altri ci hanno dato. Qualsiasi cosa io passa dire su di me, c’è sempre l’altro e il suo giudizio. Se il mio rapporto con l’altro è viziato e avvelenato, la relazione (e il giudizio dell’altro) sono corrotti o meglio “infernali”. Stare all’inferno significa dipendere troppo dal giudizio degli altri, perché tesse rapporti nocivi con gli altri uomini. In questo senso, i personaggi dell’opera sono morti e da morti hanno varcato la soglie dell’interno. La loro morte sulla scena simboleggia il languire in abitudini e comportamenti che, pur disprezzando in molti passaggi, non cercano nemmeno di provare a cambiare. Un comportamento viziato porta a un giudizio negativo espresso da altri di noi. Se siamo vittime della nostra routine, siamo soggiogati dalla valutazione esterna e non riusciamo a uscire dalla gabbia dei miei limiti, dei miei problemi e delle mie preoccupazioni. Il carceriere sono gli altri a cui di fatto concediamo il via libera per torturarci in eterno.

La serenità della vita al villaggio è minacciata dall’esterno

Avevo uno specchio nella borsa, non più. Me l’hanno tolto

Eppure, per Sartre, vi è lo spazio per recuperare una dimensione differente e più umana. Siamo liberi di rompere questo cerchio infernale. Occorre agire in modo da cambiare la visione degli altri, non essendone più schiavi, non temendola più. Siamo nell’inferno ma siamo liberi di uscirvi, in qualsiasi momento. SPOILER: questo è lo scatto finale che risolve l’intreccio narrativo dell’opera. La situazione infernale in cui si trovano gli abitanti del villaggio è un’eredità della volontaria segregazione dal mondo che i suoi fondatori hanno messo in pratica. Fuggendo dallo sguardo di dura riprovazione del mondo di fronte ai loro molteplici errori (potremmo parlare di marginalia sociale), per non specchiarsi nella propria pochezza e bassezza attraverso lo sguardo degli altri, accettano la volontaria segregazione, scontando in vita un inferno davvero inumano.

 

 

 

 

 

 

 

 

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.