Il Superuovo

La tragedia di Ifigenia rivive in “The Killing Of A Sacred Deer” di Yorgos Lanthimos

La tragedia di Ifigenia rivive in “The Killing Of A Sacred Deer” di Yorgos Lanthimos

Yorgos Lanthimos ridà verve al cinema greco ripartendo proprio dalle origini, dalle prime rappresentazioni messe in scena nella patria del regista, Atene.

Il cineasta ateniese è autore di un corpus di pellicole impregnato di mitologia greca, costantemente ispirato all’arte teatrale della Grecia classica e alle allegorie platoniche. Da Kinetta (2005) a La Favorita (2018), Yorgos Lanthimos abbraccia sempre, in modo multiforme, le sue radici culturali, arrivando persino ad inscenare la sua versione dell’Ifigenia in Aulide di Euripide con The Killing of a Sacred Deer (Il sacrificio del cervo sacro, 2017). Non si sprecano, dunque, impliciti ed espliciti riferimenti alla tragedia greca, genere da cui il regista attinge a piene mani per dar vita a film dall’alto tasso di autorialità.

In Kinetta e Alps gli uomini hanno bisogno della tragedia

Il secondo film del regista greco (il primo in assoluto è O Kalyteros mou filos, co-diretto con Lakis Lazopoulos), presentato nel 2005 al Toronto International Film Festival, e il suo quarto lungometraggio, miglior sceneggiatura alla 68esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sono evidentemente accomunati nella maniera di mettere in scena la tragedia. In Kinetta e in Alps gli uomini hanno bisogno della tragedia, hanno bisogno della recita e del mito. Lanthimos riscopre l’urgenza primigenia dell’uomo di autoimporsi una spiegazione, la necessità della costruzione di miti per la propria solidità identitaria, il desiderio di tragedia in quanto rito. Rito che però perde ogni valore di dedica reverenziale, di omaggio al divino (la tragedia nacque presumibilmente a partire dal ditirambo, canto corale dedicato al dio Dioniso), e diventa rituale mentale di autoinganno e autoreferenziale, rituale da disturbo ossessivo, rituale-compulsione, rispondente a un bisogno tutt’altro che esterno, tutt’altro che divino. I personaggi dei due film sono veri e propri tragediografi, attori che necessitano di attori, che recitano una tragedia che possa ricoprire quella reale, insabbiarne la credibilità. In Kinetta, un fotografo e un poliziotto coinvolgono delle donne in un gioco malato di riproduzione di eventi violenti, di atti tragici. In Álpeis, degli individui si dedicano ad impersonare sotto compenso persone appena defunte, per preservare il dolore dei familiari, per scongiurare la tragedia avvenuta indossando le loro maschere teatrali.

La caverna di Dogtooth e le metamorfosi in The Lobster

La pellicola candidata agli Oscar 2011 come miglior film straniero, Dogtooth (Kynodontas il titolo originale) e il primo film in lingua inglese del cineasta greco, The Lobster (2015) rimaneggiano diversi elementi del pensiero e della mitologia greca. Se il primo è una chiara riproposizione del Mito della caverna di Platone, il secondo sembra trarre ispirazione dalla vicenda dell’equipaggio di Ulisse approdato nell’isola di Eea, dimora di Circe. È una caverna tutto sommato accogliente quella in cui i protagonisti di Kynodontas sono segregati dai genitori, una villa con piscina che è unica realtà vivibile per i tre figli. La loro è una realtà limitata, una verità corrotta e regolata, centellinata dal padre che cerca in tutti i modi di salvaguardare la reclusione dei figli con catene linguistiche, con una semantica alterata e un’esistenza veicolata. Il loro mondo conoscibile è quello raccontato dal genitore, le loro ombre e i loro echi sono gatti mangia-uomini e canini caduti come chiavi di accesso all’età adulta. Tra i prigionieri senza nome, convinti dell’ostilità e della pericolosità del mondo esteriore, soltanto uno sarà in grado di liberarsi dalle catene del conosciuto per scoprire la verità e rivalutare la sua caverna, risignificare la realtà.
In The Lobster le persone che non riescono a trovare un partner amoroso vengono trasformate in un animale a loro scelta. David (interpretato da Colin Farrell) sceglie di voler diventare un’aragosta in casa di fallimento, ama il mare e vorrebbe vivere a lungo. Suo fratello Bob è un border collie da tempo. In questa allucinata e straniante distopia futuristica, Lanthimos mette in scena una clandestina storia d’amore con l’inquietante sfondo della trasformazione animalesca. Una metamorfosi-punizione è quella che attende chi rimane single oltre una certa età. Una metamorfosi che è elemento fondamentale della mitologia greca, fin dall’epica antica, dall’epopea omerica. Ed è proprio un episodio dell’Odissea ciò che torna in mente guardando The Lobster. È la maga Circe a trasformare gli uomini in animali, in maiali, leoni, cani, a seconda del proprio carattere e della loro natura ed è la spietata società distopica in The Lobster a fare le veci di quella dea terribile a cui l’ingegnoso Ulisse riesce a sfuggire e che l’innamorato David riesce ad eludere.

The Killing of a Sacred Deer è la tragedia di Ifigenia senza deus ex machina

È Il sacrificio del cervo sacro il film che più di tutti trae ispirazione dalla tragedia greca, riproponendo un’attuale Ifigenia in Aulide, scritta da Euripide intorno al 407 a.C.. Il titolo del film è un riferimento diretto alle vicende rappresentate per la prima volta nel 403 a.C. dal figlio dell’autore: il cervo sacro è il sacrificio che la dea Artemide sostituisce alla figlia di Agamennone, Ifigenia. Il sacrificio della giovane è condizione necessaria per far ripartire le navi greche dirette verso Troia. Condizione necessaria è l’uccisione di uno dei componenti della famiglia di Steven (ancora una volta è Colin Farrell ad interpretare il protagonista della pellicola) per far permettere agli altri di vivere. Steven è, come nella tragedia greca, individuo che infrange un divieto divino, un chirurgo megalomane che ha errato ma per eccesso di sicurezza, che ha inavvertitamente fatto uno sgarbo a un dio vendicativo, ha deciso la sorte del padre di Martin, non salvandolo in sala operatoria perché sotto gli effetti dell’alcool. E Martin da vittima di un atteggiamento mitomane si fa carnefice mitico e profetizza a Steven la fine dei suoi consanguinei. Solo il sacrificio da parte del padre (come Agamennone in Euripide, ma anche Abramo con Isacco) di uno dei figli può evitare il compiersi della profezia. Ma nessun cervo, nessun animale sacrificale sostituisce un membro della famiglia, l’Ifigenia della pellicola di Lanthimos non viene salvata da un deus ex machina, dall’apparizione risolutiva di una divinità che risolva il conflitto. E allora è il caso a decidere quale dei figli sarà la vittima da offrire a Martin, in una codarda ma forse legittima cessione di responsabilità, in una scelta da parte del regista del tutto conforme ai topoi della tragedia greca, dove è la sorte a governare la vita dell’uomo mitico.

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