La street art nei borghi d’Italia: come l’arte contemporanea può convivere quella antica

La filosofia si esprime sulla possibilità di convivenza tra l’antico e il moderno e le reciproche limitazioni.

Il comune di Candelara, in provincia di Pesaro e Urbino

Il borgo storico rinascimentale di Candelara, frazione di Pesaro, implora Banksy di seminare la sua arte in giro per la cittadina. ”Abbiamo delle pagine bianche da scrivere, e vogliamo che sia tu a riempirle”, ha scritto Lorenzo Fattori, operatore culturale di Candelara, nella lettera che a nome del paese è stata spedita a Banksy. Lo storico borgo del marchigiano ha di recente scoperto la street art grazie al maestro fiorentino Blub, la cui firma impera in vari scorci della cittadina. Ma Candelara vuole di più. Nonostante le ricchezze architettoniche del borgo, le chiese rinascimentali e i palazzi storici, la città – così dichiara – sente il bisogno di imprimere un segno tutto contemporaneo sulle sue mura. Ma la filosofia sarebbe d’accordo?

La street art

Prima di addentrarsi nella questione è importante capire a fondo il senso di questa più o meno recente forma di espressione. I muri e gli spazi pubblici delle città sono stati da sempre oggetto di forme d’arte non autorizzate, ma solo negli ultimi decenni hanno acquisito la liceità artistica al pari di tante altre opere contemporanee. Si tratta di un fenomeno dal grande impatto mediatico, che poggia sull’esigenza dell’artista di comunicare direttamente alla massa e alla quale vuole arrivare in maniera sorprendente, imponendosi alla sua vista mentre cammina tranquillamente per le strade. Capofila degli artisti di strada è proprio il già citato Bansky, il misterioso autore di molte opere che già dagli inizi del 2000 imperversano per le strade di Londra. I suoi interventi diventano subito dei fenomeni virali e mediatici, in un’arte che lascia intendere evidenti legami con la pop art, il graffitismo e la controcultura della contestazione artistica, fino al contesto ancora più ampio della subcultura punk. Le tematiche della street art si rivolgono alla politica e soprattutto al sociale: libertà di espressione e di espressione sessuale, pacifismo e critica al sistema, satira politica e della conformità morale di facciata, in una guerriglia che ormai da anni dilaga per le strade ma senza fare del male.

Il naufrago bambino, una delle opere più recenti di Bansky (Venezia)

La soluzione di Bernardo di Chartres

La soluzione più felice, che qui mi sento di proporre, è quella di Bernardo di Chartres, filosofo minore di età medievale. Professore di retorica e grammatico, Bernardo di Chartres operò nel contesto dell’omonima scuola cattedrale di studi teologici e filosofici, sorta sul finire del XI secolo per iniziativa del vescovo Fulberto. A lui è attribuita la metafora degli antichi come giganti sulle spalle dei quali i maestri di Chartres, e quindi i contemporanei, sono solo dei nani. Significa che se possiamo vedere più cose di loro e più lontane non è certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura di quei giganti. Per il filosofo francese non esiste cioè alcuna concorrenza tra antichi e moderni, ma solo una venerazione di identità e una profonda riconoscenza. Significa anche un’altra cosa: che l’arte passata, la filosofia o la letteratura antiche, sono sì dei giganti, ma non per questo dobbiamo sentirci schiacciati da loro. Molto spesso riconoscere la grandezza di ciò che è stato scritto o dipinto in passato può far sentire alcuni come se non esistesse modo per superarlo. Il classico ”è già stato fatto tutto”, che Bernardo negherebbe subito. Bisogna essere sempre riconoscenti per quel che c’è stato prima di noi, perché è lo stesso che ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi: ricordare è imprescindibile. Ma non per questo bisogna farsi sopraffare dall’antico. Andrebbe piuttosto valorizzato, perché conoscerlo e valorizzarlo è il primo presupposto per superarlo e produrre un’arte o una filosofia che provino, appunto, a mettersi in spalla ai giganti e guardare oltre.

Bernardo di Chartres (1070-1130)

L’origine del conflitto tra antichi e moderni

La questione degli antichi e dei moderni nasce prima di tutto in ambito letterario, quando già si cominciava a difendere la letteratura volgare contro l’uso ormai obsoleto della lingua latina. Ed è proprio nell’ambito di questo dibattito che, forse paradossalmente, stanno le più profonde radici della modernità. Di fronte ai grandi avvenimenti che avevano segnato l’inizio della storia moderna (la scoperta di nuovi mondi, l’invenzione della stampa, le nuove armi, la riforma religiosa…) il bisogno di rivendicare la propria superiorità si faceva impellente: fu l’entusiasmo per la modernità a far considerare come barbare e anti-razionali le tradizioni del passato. Fondamentalmente, un adolescente che si ribella al padre. Quando il dibattito esplode nella Francia rivoluzionaria – e quindi illuminista – i moderni sembrano aver sancito la loro vittoria definitiva, fino a che non sarà la rivoluzione stessa ad implodere con tutto quel che ne consegue. L’Ottocento sarà il secolo della riscoperta, romantica e nostalgica, dei propri padri, come quel Dante fino ad allora trascurato e di cui oggi per noi è impensabile non sapere. All’importanza del conservare ci siamo arrivati dopo. I più restii ad abbandonare i propri padri d’arte e della letteratura sembrano essere proprio gli italiani, lo stesso popolo dove l’età media per allontanarsi da casa sono i 30,1 anni (dati Eurostat), decisamente oltre la media europea. In qualche modo, nel caso specifico italiano, il legame con le proprie origini sembra quasi impossibile da recidere. Forse proprio perché ne conosciamo l’importanza: e allora diventa imperativo valorizzarlo, ma come avrebbe detto Bernardo, prima o poi anche uscire di casa.

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