Il Superuovo

La strage dimenticata di Bollate: quando la spersonalizzazione cancella l’importanza della morte

La strage dimenticata di Bollate: quando la spersonalizzazione cancella l’importanza della morte

È possibile dimenticare una strage sul lavoro? Sì. È questo il frutto della spersonalizzazione della società di massa.

 

Durante gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale, l’Italia è sconvolta da una tragedia sul lavoro che spezza sessanta vite. Nel trambusto della guerra i morti non fanno rumore. A dare loro voce, una penna d’eccellenza: Ernest Hemingway.

IL 7 GIUGNO SI RICORDA UNA STRAGE SENZA MEMORIA

Ieri è stata una ricorrenza particolare per l’Italia. Il 7 giugno 1918, infatti, si consumò una di quelle che oggi chiameremo: tragedia bianca. Vale a dire un incidente mortale sul posto di lavoro. Ma in questo caso, più che incidente fu una vera e propria strage.

Nel primo pomeriggio di 103 anni fa, un boato interrompe il silenzio di Castellazzo di Bollate, cittadina alle porte di Milano. Non che fosse una novità, durante la Prima Guerra Mondiale. Eppure quella esplosione aveva un sapore diverso, anche se figlia della Guerra anch’essa. L’intero stabilimento italiano della Sutter&Thévenot, industria francese di polveri da sparo, salta in aria per cause tuttora sconosciute.

Il bilancio è drammatico. Si contano 300 feriti e 59 morti, per la maggior parte giovani operaie, tra i 13 e i 39 anni.

Una strage che nella sua drammaticità fotografa pienamente la situazione italiana durante il Primo Conflitto: la produzione bellica, lo sfruttamento minorile, l’occupazione femminile massiva per ottemperare alla mancanza di uomini impiegati al fronte. Ironicamente, tuttavia, sarà proprio la Guerra a cancellare la memoria di questa strage. In un’Italia coinvolta negli ultimi passaggi della Grande Guerra, la strage di Bollate passò in sordina e tale è rimasta ancora oggi. Una tragedia dimenticata, ma che rivive nelle parole di uno dei massimi esponenti della letteratura del Novecento: Hemingway.

Sembra una pellicola, eppure è la verità. Lo scrittore americano sopravvissuto alle bombe della Sutter&Thévenot durante la Prima Guerra e successivamente in Spagna è lo stesso che ne racconta le macerie, inviato come volontario della Croce Rossa Americana. Hemingway dedica all’episodio di Bollate un racconto breve, dal titolo Una storia naturale dei defunti.

Le parole che impiega sono semplici, eppure agghiaccianti:

Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi, ci mettemmo a raccogliere i brandelli. […] Ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente.

LA SOCIETÀ DI MASSA ELIMINA L’INDIVIDUO

Le parole conclusive di Hemingway richiamano un fenomeno tipico quanto triste: la spersonalizzazione e l’abitudine alla morte.

Non è un caso, inoltre, che egli ne parli proprio durante la Grande Guerra. È proprio in quegli anni, infatti, che si fa strada nel pensiero occidentale la consapevolezza di un cambiamento nei confronti della persona umana.

A partire dalla fine dell’Ottocento, si struttura un fenomeno mondiale inedito e inarrestabile, destinato a segnare tutta la storia contemporanea: la società di massa. La massificazione della cultura, dell’informazione e dell’economia è il primo tassello verso il processo di spersonalizzazione.

Nella società di massa, l’individuo non esiste. È eliminato ontologicamente. Perché se è vero che la massa è formata da singoli, è altrettanto vero che questi ultimi sono cancellati dall’equivalenza uno uguale uno. La particolarità non esiste nella società di massa. Esistono solo categorie di persone, distinte in base alla funzione lavorativa e alle possibilità di consumo.

Al culmine di tale processo e suo tragico amplificatore, si pone la Grande Guerra.

La spersonalizzazione è alla base dei conflitti. A ben vedere, in realtà, è l’elemento essenziale che le rende possibile. Solo degradando l’individuo a una non-persona è possibile ucciderlo a sangue freddo. La brutalizzazione del nemico è un processo necessario e propedeutico affinché la morte di una persona sia accettata con una scrollata di spalle.

Ma questo non avviene solo in guerra. Anzi. È il lato più agghiacciante della società di massa: abituarsi alla morte.

ABITUARSI ALLA MORTE È L’ULTIMO ATTO DELLA SPERSONALIZZAZIONE

Ritorniamo per un secondo alle parole di Hemingway nel descrivere la tragedia di Bollate:

Ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente.

In queste affermazioni lapidarie è concentrato tutto il senso del nostro discorso. Hemingway vive la guerra; Hemingway fa parte della Croce Rossa Americana. Vede cadaveri e feriti ogni giorno. Eppure, di fronte ai cadaveri di Bollate rimane sconvolto.

Il motivo? Perché sono donne. E lui non è abituato a vederne. Ha visto tanti uomini morire. In fondo i soldati devono fare quello: combattere e morire. È normale che un uomo muoia. Nel vedere il cadavere di donne, Hemingway ritrova quell’individualità che la guerra ha cancellato. Riconosce in quei cadaveri non una categoria, ma persone singolari. E alla morte di una persona non ci si abitua mai.

Sembrano discorsi lontani, ma non lo sono purtroppo. Ogni qual volta si annullano gli individui in nome di una categoria, si accetta implicitamente anche di banalizzarne la morte. Non serve citare episodi di cronaca che sono sotto gli occhi di tutti. Quello che bisognerebbe chiedersi è come spezzare questo circolo vizioso. Quale sia il modo per far sì che non ci si abitui mai alla morte di una persona. In altre parole, come tornare a una dimensione che preservi ed esalti l’individualità. Non è facile dare una risposta, probabilmente non c’è.

Tuttavia, occorre ricordare che dietro ogni morte c’è stata una vita.

In fondo, è proprio per questa abitudine alla morte che la tragedia di Bollate è rimasta senza memoria. Cosa sono sessanta vite durante una guerra? Una goccia nell’oceano. Se si ragiona per categorie.

Sessanta vite spezzate, se si ragiona per individui.

 

 

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