Il Superuovo

“Caro amico ti scrivo”: quando i grandi autori si rivolgono ai propri cari

“Caro amico ti scrivo”: quando i grandi autori si rivolgono ai propri cari

Come Dalla ne “L’anno che verrà”, anche Petrarca e Machiavelli scambiano opinioni con i propri amici usando le lettere.

(www.maxxi.art)

Carico di speranze per il nuovo anno , l’autore bolognese riporta i suoi pensieri in una lettera ad un amico.  Confrontiamo questo grandissimo successo con lo scambio epistolare tra Petrarca e Boccaccio e la lettera a Francesco Vettori di Niccolò Machiavelli.

‘L’ANNO CHE VERRÀ’ NELLA CULTURA POP

‘L’anno che verrà’  è senza ombra di dubbio uno di quei brani definibili come “canzoni senza tempo”. Scritta da Lucio Dalla nel ’78, è ormai emblema del passaggio nell’anno nuovo, inno al rinnovamento e alla speranza verso il futuro. Iconica così come il suo autore,  la canzone  ha ottenuto nel 2018 l’ennesima celebrazione dalla città natale di Dalla, Bologna, che durante il periodo natalizio ha visto accendersi via d’Azeglio con delle luminarie riproducenti il suo testo.

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’

e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò

Da quando sei partito c’è una grossa novità

L’anno vecchio è finito, ormai

ma qualcosa ancora qui non va

Il brano è in sostanza una lettera aperta che Dalla scrive ad un suo amico, presumibilmente il pittore Giuseppe Rossetti. Nei guai con la giustizia in quel periodo, questi venne recluso nel carcere di Dozza, nei pressi del capoluogo emiliano; qui, secondo alcune voci, Dalla passa il Capodanno, in modo tale da non lasciare solo l’artista. Come si può ben notare dal testo, l’autore esprime dapprima le sue perplessità riguardo all’anno che sta volgendo al termine: tra gente che esce poco la sera, compreso quando è festa e chi addirittura ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra . Per questo, come anticipato dalla televisione, Dalla spera che l’anno nuovo possa portare nuova speranza.

IO MI STO PREPARANDO, È  QUESTA LA NOVITÀ

La trasformazione che però annuncia la TV, è, in realtà lo specchio di ciò che ciascuno di noi prova pensando al futuro. Avvicinandosi alle 24 nella notte di San Silvestro, infatti, tutti provano ad immaginare le grandi novità e gli eventi felici che un nuovo anno possa riservarci, quasi illudendosi che sostituire un calendario possa rendere più fortunate le nostre giornate.

Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno

Ogni Cristo scenderà dalla croce

Anche gli uccelli faranno ritorno

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno

Anche i muti potranno parlare

Mentre i sordi già lo fanno

Dalla sa quanto queste previsioni sia più che ottimistiche, quindi conclude in maniera molto più concreta:

Vedi caro amico cosa si deve inventare

per poter riderci sopra,

per continuare a sperare […]

L’anno che sta arrivando , tra un anno passerà

Io mi sto preparando, è questa la novità.

In breve,  le speranze  di uno stravolgimento delle nostre vite sono per lo più vane. Per questo l’autore si pone come unico proposito quello di prepararsi, di  tenersi pronti a tutto ciò che, nel bene e nel male, l’anno venturo porterà con sé.

(www.frasario.it)

L’AMICIZIA TRA PETRARCA E BOCCACCIO

Divisi anagraficamente da pochi anni, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio sono tra i più grandi autori della nostra letteratura, nonché due delle tre corone del nostro Trecento, assieme a Dante. L’uno poeta raffinatissimo, filologo, comodo nella sua realtà letteraria; l’altro abile prosatore, conoscitore degli ambienti mercantili e della grande varietà dei tipi umani. L’amicizia tra i due nasce dapprima indirettamente, grazie alla reciproca lettura delle opere. Nel 1350, poi, avviene l’incontro a Firenze, dove Petrarca si era fermato durante il percorso verso Roma in occasione del Giubileo. Ma il segno più tangibile del rapporto amicale non sta tanto nei radi momenti passati assieme, quanto nella fitta corrispondenza che i due portano avanti per gran parte della loro vita.  I due discorrono di svariati argomenti, da questioni personali, spirituali sino allo scambio di pareri culturali. Di questo è prova anche la trascrizione in latino della novella di Griselda da parte di Petrarca, così come è segno di enorme stima la composizione di una biografia in latino della vita dell’avignonese per mano di Boccaccio. Particolarmente notevole è però una delle  Familiares di Petrarca, lettera  nella quale l’uomo si difende da alcune dicerie riportategli dal certaldese che lo volevano aspro detrattore delle opere di Dante.

[…] chi mi vuole male dice ch’io l’odio e disprezzo, cercando così di suscitarmi contro l’odio di quel volgo al quale egli è graditissimo; nuova specie d’iniquità e arte mirabile di nuocere. A costoro risponderà per me la verità.

Petrarca ribatte ai suoi detrattori  di non essere assolutamente critico verso a Dante o le sue opere, e anzi,  precisa di non essere il tipo di persona che  rifiuta di riconoscere i meriti altrui. Al contrario,  ne loda il successo e le qualità umane, vista anche  la sorte comune che caratterizzò Dante e i suoi parenti, ugualmente esiliati da Firenze. Unica “pecca” riconosciuta dal poeta al Sommo, forse, è la scelta di dedicare maggiormente le proprie energie alla stesura di opere in volgare, piuttosto che in latino:

Questo solo ho risposto a chi con più insistenza me ne domandava, che egli fu un po’ disuguale, perché è più eccellente negli scritti in volgare che non in quelli in poesia e in prosa latina; e questo neppur tu negherai, né vi sarà alcun critico di buon senso che non veda che ciò gli torna a lode e gloria.

(vesuviolive.it)

IL RACCONTO DELL’ESILIO DI MACHIAVELLI

Affida i suoi pensieri  ad una lettera destinata a un amico anche Niccolò Machiavelli, a fine ‘400 abile cancelliere della repubblica fiorentina, poi costretto all’esilio dal ritorno in città dei Medici. Allontanato forzatamente dai suoi compiti e dalla propria città, lo scrittore passa l’esilio a San Casciano, in Val di Pesa: esperienza, questa, frustrante e molto sofferta dal Machiavelli, desideroso di ritornare alla sua vita precedente. Il racconto di questi tristi giorni si trova nelle missive inviate a Francesco Vettori, amico e ambasciatore fiorentino presso la Santa Sede. La lettera del 10 dicembre 1513 è particolarmente importante, sia perché contiene un fac-simile delle giornate in esilio di Machiavelli che per l’annuncio dello stesso di aver completato la stesura del Principe, che sperava diventasse il suo lasciapassare per un nuovo impiego a Firenze:

[…] Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare; ho un libro sotto, o Dante o Petrarca […] . Trasferiscomi poi in sulla strada nell’hosteria […]: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trach […].

[…] ho composto uno opuscolo, ‘ De principatibus ‘ dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. […]  però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano.

Unico sfogo per le sue giornate poco feconde è la sera, dove finalmente l’autore si spoglia dei propri panni per indossarne in maniera figurata di altri e più puliti, poiché si accosta alla lettura dei grandi classici.  La lettera, comunque, si conclude con l’auspicio da parte dell’autore di ricevere subito risposta e pareri, per trovare riscontri positivi nel suo progetto legato al Principe, ma , chissà, anche per sentire frequentemente la vicinanza e il calore di un amico, cosa che soprattutto in momenti di difficoltà come quello vissuto dal Machiavelli, risulta di vitale importanza.

 

(biografieonline.it)

 

 

 

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