La storia contemporanea dell’Iran ci fa comprendere il perché delle proteste di oggi

Le proteste a favore di libertà e diritti civili vanno avanti da diversi mesi nel religiosissimo Iran. Solo la storia contemporanea può spiegarci il perché.Chi l’avrebbe mai detto che il semplice gesto del togliersi il velo avrebbe innescato una situazione così esplosiva? Incredibile ma vero, è proprio quello che è accaduto in Iran. Da settembre, infatti, le proteste nel Paese medio-orientale sono all’ordine del giorno, e non senza conseguenze. Il cappio della legge islamica continua a pendere e a mietere vittime: più di 500 morti durante le manifestazioni e diverse esecuzioni capitali programmate per i giovani esponenti del moto di riscossa iraniano. Ma come siamo arrivati a questo punto? Per capirlo è utile recuperare qualche tappa della storia contemporanea.

L’era Pahlavi

Passo indietro: vi ricordate quando alle elementari studiavate i persiani? Bene, erano i predecessori degli iraniani. Non a caso, per gran parte del Novecento, l’Iran ha avuto due scià (ossia imperatori) di Persia, padre e figlio, entrambi appartenenti alla dinastia Pahlavi. Entrambi modernizzatori, ma soprattutto Mohammed Reza, salito al potere nel 1942 e deposto nel 1979. Nonostante la monarchia costituzionale edificata nel primo periodo, negli anni ’50 si instaura a Teheran un governo autocratico. Pahlavi promulga la riforma agraria e industriale (contro cui si scaglia la rivoluzione bianca del clero sciita), approva il suffragio universale anche femminile e il divorzio, incentiva l’alfabetizzazione e l’istruzione in tutto il Paese. Ogni tipo di dissenso, però, provenisse questo studenti, da lavoratori o dal clero, viene represso nel sangue, attraverso torture e fucilazioni. E, così facendo, le cose non possono durare più di tanto.

Il golpe fondamentalista

Già nel 1963 il dominio di Mohammed Reza Pahlavi era stato minacciato: l’ayatollah (ossia un componente del clero) Khomeini aveva organizzato una congiura ai suoi danni, scoperta però in tempo dai militari. Questo gli ha valso l’esilio in Iraq e poi in Francia, fino al 1979. Egli, infatti, viene considerato dalla maggior parte della popolazione iraniana come il vero e proprio leader della rivoluzione che stava avvenendo nel loro Stato. Dall’anno precedente, le sommosse erano cresciute in numero e in intensità, tanto da essere ormai assolutamente cosa non ignorabile dallo scià. Questo, dopo aver tentato troppo tardivamente la via del dialogo, ha deciso di abbandonare l’Iran con tutta la famiglia, così da evitare un bagno di sangue suo, ma anche dei riottosi di ogni tipo. Ed è qui che subentra l’ayatollah, ma anche tantissimi problemi che viviamo ancora oggi.

L’era Khomeini

Tornato in Iran nel 1979 in seguito all’auto-imposto esilio dello scià, Khomeini prende il comando. Da subito, cerca di imporre delle misure che avrebbero portato alla nascita della Repubblica Islamica. Lui è la giuda del potere religioso e, per questo, è anche il massimo capo politico del Paese. Viene instaurata la legge islamica, ossia la sharia e, per questo, viene re-introdotta la pena di morte per adulterio e bestemmia e vengono limitate molte libertà personali, come quelle relative all’espressione del pensiero e alla stampa. La poligamia viene di nuovo considerata legale, l’aborto viene cancellato dai diritti delle donne, che sono obbligate di nuovo a portare il chador, il velo. Ecco qui un Paese fondamentalista, che ancora oggi, con Ali Khamenei, il successore di Khomeini, continua a essere tale.

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