Dal Realismo al Naturalismo: scopriamo le opere di Flaubert, dei fratelli Goncourt, Zolà e Maupassant

Dal Realismo di Flaubert al Naturalismo, addentriamoci negli autori e nelle opere della letteratura della prima metà del secondo Ottocento.

Le tendenza al Realismo percorre tutto L’Ottocento sin dagli inizi del secolo: il romanzo con cui il Realismo si afferma definitivamente in Francia è “Madame Bovary”. Pochi anni più tardi con il romanzo “Germinie Lacerteux” nascerà il Naturalismo.

FLAUBERT E LA FINE DEL REALISMO

I tratti fondamentali della ricerca letteraria di Gustave Flaubert (1821-1880) furono la precisione scientifica e l’amore per la perfezione stilistica. Egli impiegò cinque anni per scrivere “Madame Bovary”, altrettanti per “Salammbô” mentre “L’éducation sentimentale”, uscito nel 1869, era già stato abbozzato fra il 1843 e il 1845 e poi aveva comportato altri sei sette anni di lavoro a partire dal 1863. A lungo furono rielaborati anche i “Trois cintes”, postumo uscì nel 1881 “Bouvard et Pėuchet” a cui Flaubert aveva lavorato negli ultimi sei anni della propria vita. In una lettera scritta nell’anno di pubblicazione di “Madame Bovary” Flaubert afferma “non bisogna scrivere di sé. L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione invisibile e onnipotente, si deve sentire dovunque ma non si deve vedere”. Bisogna però sottolineare che in Flaubert la ricerca dell’impersonalità risponde soprattutto a un criterio di rigore stilistico, di freddezza e di chiarezza rappresentativa. Per lui l’ideale supremo è l’arte ( parola che egli scrive sempre in maiuscolo), non la scienza; e ciò lo distingue dai Naturalisti. Nell’impersonalità di Flaubert c’è anche un’esigenza spiccatamente antiromantica e ciò lo si nota più sul piano dei contenuti che su quello della forma. Nello specifico il contenuto non deve essere mai soggettivo né porre in primo piano l’elemento emotivo e passionale; la forma deve essere oggettiva e distaccata.

I FRATELLI GOUNCOURT E ZOLA

Il passaggio dal Realismo al Naturalismo è percepibile a partire da “Germinie Lacerteux” (1865) dei fratelli Edmond (1822-1890) e Jules de Goncourt (1830-70) che scrissero vari romanzi. Con la loro opera prende avvio un interesse specifico per le classi popolari studiate con rigore scientifico e viste soprattutto e, anche questo è un motivo tipico del Naturalismo, nelle loro degenerazioni patologiche. Nella prefazione gli autori contrappongono ai romanzi “falsi” dei romantici questo romanzo “vero” costruito con scrupolo scientifico, volto a ricostruire un “vero caso clinico”; cioè la psicologia distorta (ai confini di una nevrosi isterica) di una serva che conduce una doppia vita, irreprensibile in casa dei padroni, degradata e corrotta fuori. Nella prefazione si sottolinea il nesso tra scienza medica e arte letteraria. Due anni dopo “Germinie Lacerteux” esce il primo grande romanzo naturalista di Emile Zola (1840-1902), “Thérèse Raquin” (1867). È la storia di due amanti (Teresa, moglie di Camillo Raquin e Lorenzo) che uccidono il marito di lei e poi arrivano ad accusarsi a vicenda davanti alla vecchia Raquin, madre di Camillo che non può denunciarli in quanto paralizzata e ormai muta. Successivamente Emile Zola concepì il progetto dei “Rougon-Macquart” (la cui prefazione ha il valore storico di manifesto del Naturalismo), un ciclo di venti romanzi collegati fra loro dai legami patologici determinati dalle leggi fisiologiche dell’eredità in modo da fornire “una storia naturale e sociale” di una famiglia e nel medesimo tempo dell’intera società francese. Zola si rifà ai principi teorici elaborati da Taine e a quelli filosofici di Darwin e del positivismo, cerca di applicare al romanzo gli stessi criteri scientifici e sperimentali che il fisiologo Claude Bernard aveva applicato alla medicina. Di qui il titolo del manifesto teorico di Zolà : ”Le roman experimental”, secondo cui l’ambiente, l’ereditarietà e il momento storico condizionano fatalmente il comportamento umano. Fu però l’uscita dell’ Ammazzotoio” (1877) a determinare la svolta verista di Verga e di Capuana e il consenso del critico Francesco De Sanctis. In questo romanzo infatti lo stile, il linguaggio e la forma sono “completamente inerenti al soggetto” come scrissero Verga e Capuana e cioè del tutto coerenti con l’ambiente sociale rappresentato. La materia stessa del romanzo affascinò I veristi italiani per la sua novità: per la prima volta le masse popolari diventavano protagoniste portando sulla scena il loro squallore, la loro miseria, la loro disperazione, la loro depravazione ma anche il loro modo di vedere il mondo. Il titolo allude all’osteria che con l’alcol abbrutisce e uccide operai e popolari, la storia rivela il dominio dell’elemento economico nella vita quotidiana.

MAUPASSANT

Il maggior novelliere francese del secolo fu Guy Maupassant (1850-1893), che esercitò una profonda influenza sulla produzione novellistica europea fra otto e Novecento. Svolse un intensa attività artistica fra il 1880 e il 1891 messo a dura prova però da una malattia ereditaria che gli era stata trasmessa dal padre e che lo condurrà alla follia e alla morte precoce. Scrisse all’incirca trecento novelle, riunite in una decina di raccolte, e sei romanzi. La sua filosofia escludeva qualsiasi mito, anche quello del progresso, e qualsiasi fede. Tuttavia nelle sue opere non mancano momenti di abbandono alla sensualità immediata della vita e soprattutto una vena di implicito moralismo. Maupassant novelliere descrive non solo Parigi ma anche i paesaggi e i contadini della natia Normandia, mostrando questi ultimi nella loro apparizione, superstizione ma anche qui con qualche nota di pietà e un po’ di umana simpatia. Per quanto riguarda i romanzi meritano menzione soprattutto “Be-Ami”, storia di un cinico arrampicatore sociale nel mondo del giornalismo e dell’alta finanza, e “Pierre et Jean”, romanzo psicologico su due fratelli improvvisamente divisi da un’eredità e dalla scoperta della loro origine adulterina.

 

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