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“La solitudine dei numeri primi” e Schopenhauer riflettono sul rapporto tra sofferenza individuale e amore

 

Aveva imparato a rispettare il baratro che lui aveva scavato tutto intorno a sé… anni prima aveva provato a saltarlo quel baratro e ci era cascata dentro… Ora si accontentava di sedersi sul ciglio con le gambe a penzoloni nel vuoto. 

La sofferenza individuale può essere sconfitta con la comunione extra-personale, con la fuga -o allontanamento – dal solipsismo in cui si rifugiano le persone quando timorosi del proprio dolore? Il desiderio di felicità ha qualche possibilità di vittoria nell’eterna guerriglia che è costretto a combattere contro la sofferenza?

Tra sofferenza e desiderio di felicità

Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli.

La solitudine dei numeri primi è un romanzo scritto da Paolo Giordano, autore torinese dalle eccellenti doti stilistiche e forti tematiche, inerenti all’eterna lotta tra dolore e amore, sofferenza e desiderio di felicità.

Il romanzo descrive Alice e Mattia, due personaggi comuni, le cui vite sono state segnate fin dall’infanzia da un evento traumatico: un grave infortunio alla gamba sulle piste da sci e la scomparsa della sorellina Michela, lasciata in un parco cittadino e non più ritrovata. Giordano segue parallelamente le due vite lungo l’adolescenza e poi in età adulta, sottolineando la sofferenza provocata da quel trauma iniziale e mai assopitasi. Entrambi vivono – e convivono- nel dolore, spaventati dai contatti sociali e dalla possibilità di essere felici: Alice soffre per molti anni di anoressia, Mattia di una forma di autolesionismo.

Lungo il peregrinare delle loro vite, Giordano descrive in modo magistrale la condizione di solitudine dei due personaggi, come steli di grano piegati dal vento e dalla pioggia e mai pienamente raddrizzatisi. Ne descrive la storia d’amore ,una storia travagliata e mai veramente iniziata, il cui unico risultato è un bacio quasi rubato in età già adulta, analizza con minuziosità questa lotta tra sofferenza e desiderio di felicità – di amore – , mostrando come però nella vita quotidiana spesso il dolore vince, mostrando come quel muro di solitudine e infelicità sia così alto da non permetterne la risalita né l’abbattimento. Confuta il celebre motto Amor vincit omnia e l’idea che si ha dell’amore come sentimento in grado di lenire anche le ferite più profonde, per ridimensionarlo rispetto ad una forza ben maggiore – la sofferenza.

Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

L’amore libera dal dolore?

Arthur Schopenhauer è un illustre filosofo tedesco del diciannovesimo secolo. Il suo nome è associato principalmente al pessimismo con cui, in risposta a Hegel e l’idealismo tedesco, dipinge l’intera realtà in cui viviamo.

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.

Tralasciando i motivi che Schopenhauer adduce per giustificare questa sua posizione – come per esempio il fatto che il dolore nasca dal bisogno e dal desiderio e che questi ultimi conducono ad una felicità effimera e ad una noia prolungata, dunque nuovamente dolore -, un aspetto su cui è importante soffermarsi è la possibilità che l’essere umano ha di liberarsi da questo dolore attraverso tre vie: la via estetica, la via etica e la via ascetica.

Tra queste possibilità non vi è quella legata all’amore. Schopenhauer, infatti, descrive in termini assolutamente antiplatonici l’amore, sostenendo che seppur a primo impatto possa sembrare una via elitaria di liberazione dalla sofferenza, esso rappresenta in realtà un’estrema forma di dolore. Distinguendo poi l’eros, l’amore sensuale -Schopenhauer lo potrebbe definire erotico, proprio per la sua forte connotazione fisica -, dall’agape, la pietà e la carità, sentimento che permette all’essere umano di compatire gli altri -ossia immedesimarsi nella sofferenza altrui – e di comprendere che il dolore è di tutti e la vita è sofferenza, piccolo primo passo verso la liberazione finale.

L’incontro tra due infelicità

Qual è la differenza tra la posizione che analizza Giordano e quella invece di Schopenhauer? Principalmente una: il primo descrive la relazione amorosa tra Alice e Mattia come una relazione inconclusa ma sicuramente formatrice, in quanto aiuta allo sviluppo di una consapevolezza della propria condizione individuale, una condizione sicuramente infelice, ma di cui si è consci. Al contrario Schopenhauer descrive l’amore meramente come un ulteriore elemento di sofferenza e dunque diametralmente lontano dalla funzione di lenire le ferite – o di guarirle completamente.

Si ricordò di quando era distesa nel canalone, sepolta dalla neve. Pensò a quel silenzio perfetto. Anche adesso, come allora, nessuno sapeva dove lei si trovasse. Anche questa volta non sarebbe arrivato nessuno. Ma lei non stava più aspettando. Sorrise verso il cielo terso. Con un po’ di fatica, sapeva alzarsi da sola.

La questione principale dunque è: può l’amore essere una via per ricucire i tagli, colmare i vuoti e saturare la solitudine – in fondo ogni relazione è l’incontro di due solitudini che vogliono essere meno soli-? Può essere visto l’amore come un commisto di eros e agape, una spinta fisica e naturale, una tendenza al ricercare qualcuno con cui condividere la propria sofferenza per renderla più lieve, per universalizzarla e contrastarla con le pochi armi che sono state concesse? Esiste forse definizione migliore di questa, partendo dal fatto che, come dice Gazzelle in Destri, tutti siamo due fiori cresciuti male, sul ciglio della tangenziale, all’ombra di un ospedale?

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