Il Superuovo

La politica sottoposta al tribunale della ragione: la lotta tra rappresentante e rappresentato

La politica sottoposta al tribunale della ragione: la lotta tra rappresentante e rappresentato

Considerazioni sull’attuale condizione politica, nel rapporto tra rappresentante e rappresentato, sottoposta al tribunale della ragione Kantiano, in una analisi sociale del suo “decadimento”.

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Non v’è filosofo che non abbia inserito nel ventre della sua filosofia l’organo della politica, l’aretè verso la quale l’uomo sembra più predisposto. La politica è un qualcosa che volendo o non volendo fa parte della nostra vita, quel succo di ideologie e modi così ben spremuto dal frutto dell’attività sociale. Far parte d’una società vuol dire aderire ad un patto, un’adesione che consiste nel rinunciare a parte della propria libertà per poterne tutelare il resto. Si potrebbe ora discutere a lungo sulla politica, finendo per correttamente identificarla e ragionare sulla sua nascita ed esistenza, ma non è questo quanto ci interessa in questa sede, quanto vogliamo trattare in questo breve scritto è quel rapporto che si crea tra colui che è rappresentato, il libero cittadino, e colui che lo rappresenta, “il politico”.

La democrazia rappresentativa

Tutte le democrazie al giorno d’oggi sono di tipo rappresentativo, forma di governo nella quale i cittadini, aventi diritto di voto, eleggono dei rappresentanti per essere da loro governati. In parole più pratiche io, parte della società di cui faccio parte, ho il diritto ed il dovere di selezionare, tra quegli elementi che si propongono per tale ruolo, quell’individuo che poi rappresenterà al meglio la mia idea di politica, dandogli la possibilità di governare la mia società, in forma legislativa ed esecutiva. Chiaramente tale sistema non è così semplice, basti pensare alla terribile burocrazia che tanto affligge il sistema legislativo italiano e non solo, rendendolo di fatto uno dei meno celeri. Avendo, per pura formalità, definito la democrazia rappresentativa, possiamo adesso interessarci del rapporto che avevamo prima accennato, quello tra chi rappresenta e chi viene invece rappresentato. Alla parola politica, se utilizzata in una conversazione più o meno povera, verrà subito accostato un terribile malcontento, spesso condito da commenti sul quanto chi ci rappresenta sia poco adatto a tale fondamentale ruolo. Distaccandoci momentaneamente dalla realtà pratica della nostra politica, risulta evidente l’incoerenza di tale tipo di malcontento, come posso io lamentarmi di ciò che ho desiderato mi governasse? Nel momento stesso in cui io esercito il mio diritto al voto, mi assumo tutte le conseguenze di quel voto, sapendo bene che quell’individuo che sto favorendo sulla mia scheda finirà per rappresentarmi ed in un certo qual modo definirà la mia vita all’interno della società. La risposta che il cittadino medio ti darà sarà più o meno orientata sul come l’intera classe politica sia poco efficiente, e che il voto debba essere dato non al candidato migliore, ma a quello meno “peggiore”. In poche parole l’idea è che chi si candida non è mai all’altezza della carica che intende ricoprire, e che il meglio che posso fare è sperare che la carica sia rivestita in modo decente, e non perfetto.

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Il tribunale della ragione

Nella “Kritik der reinen Vernunft”, ovvero “La critica della ragione pura”, Immanuel Kant si propone di richiamare la ragione affinché possa nuovamente assumere il suo compito, consistente nella conoscenza di se stessa. A tale scopo il filosofo di Königsberg mette in scena una udienza di tribunale, dove la ragione gioca il doppio ruolo di giudice ed imputato di se stessa, con il fine di determinare quali siano i suoi limiti. Quanto interessava Kant era dunque il poter determinare la risoluzione d’una “crisi razionale” attraverso l’eviscerazione della ragione di tutte le sue proprietà, mettendola allo stretto per poterne determinare i limiti, perché proprio con la consapevolezza dei propri limiti questi possono essere rispettati, evitando l’errore, o addirittura superati, eludendolo. Voglia adesso Kant permetterci di cambiare giudice ed imputato con la figura del rappresentato, e, attenzione, non del rappresentante.

L’incoerenza del rappresentato

Il nostro interesse a giudicare il rappresentato e non il rappresentante è dovuto ad un semplicissimo ragionamento, qualora un edificio dovesse crollare, la colpa principale sarebbe del tappetino d’ingresso o delle sue fondamenta? La risposta è ovvia, e le fondamenta dell’edificio della società sono i suoi elettori. Ormai vittime d’un costante giudizio attivo, che assolutamente non rispetta quello Kantiano, i consociati hanno creato un’idea dove la politica è un qualcosa di anti-etico a priori, lamentandosi di chi li rappresenta senza sottoporsi alla critica di chi sono loro. Se chi mi rappresenta è di fatto un individuo “infelice”, non è possibile immaginare che anch’io possa essere infelice? Nel senso di rappresentanza io seleziono per tale compito chi più si avvicina alla mia volontà, e non è dunque facile capire che conseguenzialmente la mia volontà può essere erronea? E se di fronte a tali osservazioni il cittadino medio risponderà che ormai la politica, alla quale potrebbe accostare il meraviglioso concetto di “magna magna”, non è più quella d’un tempo, ignorando probabilmente il tempo alla quale si riferisce, e che a candidarsi sono quasi sempre individui non capaci di tale carica, la risposta potrebbe essere che quegli eccelsi individui che vorremmo ci rappresentassero non hanno alcun interesse a rappresentare un popolo che non è degno della rappresentanza che desidera. Quello che ormai è ovvio è che questa vuole essere una critica inversa, non una critica alla politica ma a chi la vive. Il voto corrisponde a chi vota, e chi viene votato è la perfetta rappresentazione di chi ha votato. Se la politica del mio paese non mi va’ a genio vuol dire che anche il suo popolo mi è scomodo, ed è inutile al giorno d’oggi continuare questa deresponsabilizzazione del cittadino, che pretende nella sua mediocrità d’essere rappresentato dall’eccellenza. Il lontano giorno dove in tribunale non manderemo chi è stato votato ma chi vota, quando consapevolmente capiremo che se il rappresentato è debole lo sarà anche il rappresentante, finalmente la sentenza volgerà a nostro favore e, probabilmente, non ci sarà neanche più bisogno d’un tribunale.

 

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