Il Superuovo

La politica estera di Di Maio si inserisce nella tradizione italiana: vediamo perché

La politica estera di Di Maio si inserisce nella tradizione italiana: vediamo perché

Lo scorso 31 marzo Luigi Di Maio ha presentato le linee programmatiche del suo dicastero: analizziamo le direttrici della politica estera italiana e confrontiamole con quelle tradizionali.

 

“Dobbiamo continuare a lavorare strettamente con i nostri partner europei e con gli alleati, per accrescere costantemente la nostra resilienza e gli strumenti a tutela della sicurezza e del benessere dei nostri cittadini”.

 

Le linee programmatiche di Di Maio

Lo scorso 31 marzo il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, ha svolto un’audizione presso le Commissioni riunite Affari Esteri di Camera e Senato per presentare le linee-guida del suo dicastero. Tre si mantengono i pilastri della politica estera italiana: europeismo, atlantismo e multilateralismo; pilastri che si declinano in quattro obiettivi principali, quali Mediterraneo allargato e Africa, relazioni con gli attori globali e regionali, processo di internalizzazione e promozione dei valori italiani all’estero. Complesso è il passaggio su Russia e Cina, di cui Di Maio ricorda la distanza dal Sistema Italia e la collocazione geopolitica al di fuori dell’area euro-atlantica: “attori che hanno sistemi politici e valori diversi dai nostri”. Da qui la soluzione individuata per la Cina verte su un approccio “pragmatico, bilanciato e articolato”: sul piano economico la garanzia di un’effettiva parità di condizioni e maggior reciprocità alle imprese straniere; sul piano politico, e più specificamente sul piano dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la promozione del principio “un paese, due sistemi” per Hong Kong e la tutela delle minoranze etnico-religiose. Sul versante Russia la strategia italiana è la medesima: “continueremo ad agire in linea con la nostra collocazione geopolitica e i nostri valori, ma anche a salvaguardare i nostri interessi fondamentali, che richiedono di mantenere un’interlocuzione critica ma costruttiva con la Russia e la Cina”.

 

Le determinanti della politica estera

Durante il suo discorso programmatico, Luigi Di Maio si appella in più occasioni al concetto di collocazione geopolitica. A questo proposito, quali sono le variabili che definiscono la politica estera di uno stato?

Innanzitutto, distinguiamo tra determinanti esterne e interne. Le prime coincidono con la struttura delle politiche internazionali, vale a dire con quegli aspetti che hanno a che vedere con l’ambiente esterno dello stato. Per fare alcuni esempi: variazioni nella gerarchia di potere della struttura internazionale, elementi caratterizzanti la politica globale di un determinato momento storico (es. guerre civili), azioni strategiche di altri stati, conseguenze del fenomeno di globalizzazione ecc… Le seconde, quelle interne, ruotano attorno alla geopolitica: non solo la collocazione geografica dello stato, ma anche tutte quelle variabili che lo identificano strutturalmente (dimensioni, clima, situazione demografica, disponibilità di risorse naturali e così via…). Sempre tra le determinanti interne concorrono poi il sistema politico, ovvero la democraticità o meno dello stato in questione, il potere economico e militare.

Non solo, i fattori enunciati possono essere disposti su tre livelli: internazionale/esterno, statale/interno e individuale. In corrispondenza del primo livello troviamo le influenze esterne: nella fattispecie, quelle variabili che sono conseguenza delle caratteristiche del sistema internazionale e della politica globale di un determinato momento storico. Nel mezzo emergono le influenze derivanti da fattori interni, pincipalmente dal sistema politico, dallo sviluppo economico e dal potere militare. All’ultimo livello si distinguono le variabili individuali, cioè quegli elementi che fanno capo ai processi di decision-making degli individui che costituiscono la classe dirigente dello stato preso in esame.

 

La tradizione della politica estera italiana

Tradizionalmente, la politica estera italiana si muove lungo quattro direttrici principali: atlantismo, europeismo, rapporti con il Mediterraneo e Balcani. Di qui si comprende come il discorso programmatico di Di Maio si inserisca de facto nel contesto di una tradizione, quale quella italiana, che poggia su specifici punti cardine che costituiscono a ragion di vero il credo ideologico dell’azione diplomatica e strategica del paese. Un elemento innovativo da mettere in evidenza è il rapporto con Russia e Cina, al quale il Ministro degli Esteri si è richiamato in più occasioni; d’altra parte, per alcuni studiosi il potenziamento delle relazioni con gli stati BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e con quelli in fase di emergenza, fra i quali Messico, Corea e Indonesia, sono essenziali per lo sviluppo economico italiano in termini di competitività. Tuttavia, secondo il parere di altri commentatori a queste cinque direttrici dovrebbero aggiungersene due: una, la necessità di puntare sul patrimonio politico globale del paese, vale a dire la presenza degli italiani all’estero, i rapporti con le ex colonie e l’utilizzo del soft power tramite l’appello agli appassionati del Bel Paese; l’altra, l’esigenza di potenziare il ruolo dell’azione diplomatica italiana all’interno delle organizzazioni internazionali. Ragione di questo la secolare tendenza del paese ad oscillare tra le medie potenze e il gruppo di testa; tendenza di cui non si può non tenere conto nel delineare le linee-guida della politica estera italiana.

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