La peste nell’antica Grecia attraverso la lente del poeta e dello storico

Omero e Tucidide ci raccontano due grandi epidemie dell’antichità e le analogie con l’emergenza Coronavirus talvolta sono impressionanti: cosa potremmo dunque imparare dai nostri antenati?

 

Michiel Sweerts, La peste in una città antica, 1652

 

Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, «la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità»: queste sono le parole che scrive Cicerone nel De Oratore (II,9). E da qui parte il nostro ragionamento: lasciandoci guidare dal passato, possiamo ragionare su come affrontare il presente per reindirizzare il futuro.

 

Crise si inginocchia davanti ad Agamennone per chiedergli la liberazione della figlia. (vaso a figure rosse IV a.C.).

 

La peste nell’Iliade: i dardi di Apollo

La prima rappresentazione di un’epidemia, ossia di una pestilenza che sta, come ci suggerisce l’etimologia, al di sopra del popolo e purtroppo anche al di sopra del suo controllo, la troviamo agli albori della letteratura occidentale, più precisamente in quella greca: Omero, nel primo canto dell’Iliade, racconta di una noúson kakén, una malattia terribile, che colpì l’accampamento greco alle porte della città di Troia. Durante il decimo anno della guerra, convenzionalmente collocata nel XIII secolo a.C., intorno al 1250, Crise, sacerdote troiano di Apollo, si reca da Agamennone per farsi riconsegnare la figlia Criseide che il re teneva con sé come schiava. Il sovrano lo maltratta, rifiuta la sua offerta e gli ordina di non farsi più vedere. Crise, disperato, scongiura Apollo di punire gli Achei e il dio, uditi i lamenti, discende dall’Olimpo e comincia a colpire con i dardi del suo arco d’argento prima gli animali, gli asini e i cani più veloci, e poi gli uomini provocando una moria di eroi. Dieci giorni dopo Achille convoca un’assemblea per discutere dell’emergenza ed esorta l’indovino Calcante a rivelare quali siano le cause di questa sciagura: egli annuncia che Apollo, adirato per il maltrattamento del suo sacerdote, ha scatenato una pestilenza. Anche questa volta Agamennone pecca di tracotanza, ignorando i consigli di chi è più saggio di lui: inveisce contro Calcante, accusandolo di vaticinare cose funeste. A questo punto interviene Achille e scoppia un litigio, che si fa sempre più acceso, alla fine del quale il re acheo acconsente a lasciare andare Criseide ma decide di prendere Briseide, sacerdotessa troiana di Apollo, nonché schiava e compagna di letto dell’eroe greco: da qui il motivo della sua ira che connoterà il poema epico. Nei giorni seguenti gli Achei fecero dei sacrifici per placare Apollo e la pestilenza terminò. È interessante notare come l’autore assimili il dilagare della pestilenza a dei dardi pestiferi scagliati dal dio: giustifica un avvenimento, seppur mitico, dandogli una responsabilità divina, connotandolo come atto di vendetta verso gli uomini. Apollo Iatros era infatti venerato come dio delle arti mediche: un suo epiteto poco noto è Sminteo (smintos significa “topo” in greco antico) ossia “signore dei ratti”, con la doppia accezione di “mandante dei topi” ma anche come  “colui che li scaccia”, ossia come Apotropaeos, “colui che tiene lontano il male”.

Epidemia come punizione divina

Un parallelismo amaro si riscontra in una notizia del 25 marzo 2020 della newsletter Al-Naba (“L’annuncio”), organo di informazione interna dell’Isis, secondo cui il coronavirus “è un tormento che Dio può mandare contro chi vuole, e Lui ne ha fatto una benedizione per i credenti”: per il Califfato il virus è una punizione di Dio agli infedeli, una condanna ultraterrena per chi non segue il fondamentalismo religioso di matrice Islamica e al tempo stesso un’occasione propizia per i fedeli, essendo un momento in cui le forze di sicurezza degli Stati Europei sono notevolmente sguarnite (soprattutto per la gestione dell’emergenza sanitaria), così come successe per gli attentati di Parigi, Londra e Bruxelles.

 

L’orazione di Pericle, da un dipinto di Philipp von Foltz (1877): Pericle tiene il discorso per i caduti nel primo anno della guerra del Peloponneso.

 

La  peste di Atene del 430 a.C.

Tuttavia la prima epidemia storicamente avvenuta, di cui Tucidide ci fornisce precise testimonianze nel secondo libro delle sue Storie, è la peste di Atene del 430 a.C., impropriamente chiamata ‘peste’ in quanto probabilmente era una febbre tifoidea, ma sicuramente ritenuta la cosa peggiore che potesse capitare ad Atene in quel periodo. Ci troviamo infatti alle prime battute della Guerra del Peloponneso, un conflitto ‘civile’ dei Greci che vide scontrarsi, al massimo della loro potenza, da un lato Sparta e il blocco Peloponnesiaco e dall’altro Atene con i suoi alleati.  Più precisamente ci troviamo nella prima fase, la cosiddetta guerra decennale, proprio perché durò dal 431 al 421 a.C., o archidamica, perché iniziò con l’invasione dell’Attica da parte del re spartano Archidamo II che occupò la regione per più di un mese. Ma come reagì chi era al vertice del potere? Pericle, il leader ateniese, mise in atto una strategia che gli costò la vita, la reputazione e le sorti della guerra stessa, che vide la fine dell’egemonia ateniese. Egli infatti decise di raccogliere tutta la popolazione dell’Attica dentro le Lunghe Mura, che connettevano Atene il porto del Pireo: raccolse dunque 200.000 mila persone in una strada fortificata di circa 20 km che ne poteva contenere al massimo 30/40 mila, abbandonando le campagne alla devastazione e puntando sulla possibilità di Atene di ricevere rifornimenti dal mare, mentre alcune navi furono inviate a circumnavigare il Peloponneso per compiere sporadici saccheggi. La popolazione ammassata dentro le mura, le scarse condizioni igieniche dovute alla mancanza di acqua corrente, il pullulare di topi e di ectoparassiti favorirono il dilagare di una terribile pestilenza che Tucidide definisce loimòs. Nel giro di un anno provocò circa 50 mila morti: infatti chi si prendeva cura dei malati si ammalava più facilmente e il morbo veniva altresì veicolato anche dagli animali necrofli. Tucidide, il primo storico scientifico, è in grado di fornirci anche i sintomi, basandosi sull’osservazione diretta e oggettiva della realtà: descrive un malessere generale, febbre, ulcere e la perdita delle dita delle mani. I medici, così come oggi, non conoscevano la natura del male e lo trattavano per la prima volta, senza nessun “vaccino”. Tucidide stesso, che si ammalò ma poi riuscì a guarire, ci parla anche delle origini di questo morbo, specifico delle regioni calde: “nacque in Etiopia, attraversò l’Egitto, la Libia e giunse ad Atene tramite le navi”. Ma quali furono le conseguenze? Pericle fu ritenuto responsabile e fu deposto, per poi essere rieletto nel 429 a.C., ma, contagiato, morì lo stesso anno, lasciando il potere in mano a uomini politici inadeguati, Nicia e Cleone. La pestilenza determinò anche dei cambiamenti sociali: in primo luogo si diffuse la tendenza a non credere nello stato, che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei cittadini, che ora smisero di temere le leggi. Si diffuse anche la superstizione che anche questa volta Apollo avesse scatenato la malattia, parteggiando per Sparta. Gli ateniesi infatti interpretarono un antico vaticinio: “verrà la guerra dei Dori e la pestilenza con lei”, assimilando all’invasione dei Dori, ossia dei Peloponnesiaci, l’arrivo della malattia. Si venne così a configurare un caos generale, che Lucrezio ben descrive nel De Rerum natura, offrendo uno spettacolo desolante. Ciò che ci dovrebbe far riflettere sono ancora una volta le parole di Tucidide che sembra invitarci a resistere psicologicamente: egli sostiene che l’atumìa, lo scoraggiamento, sia il lato peggiore della malattia, poiché dandosi col pensiero alla disperazione ci si lascia andare e non si resiste. Ma domanda ora è: quali saranno le conseguenze che investiranno la nostra società?

 

Le Lunghe Mura di Atene 

 

https://www.ilsuperuovo.it/uomo-e-ambiente-la-peste-di-tebe-nelledipo-re-di-sofocle/

3 thoughts on “La peste nell’antica Grecia attraverso la lente del poeta e dello storico

  1. Il vaso con raffigurazione di Crise non è un vaso attico: prima di copiare di sana pianta le didascalie di altri blog, bisognerebbe, almeno, verificarne la correttezza! Altrimenti moltiplicate gli errori in una catena infinita 😉

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