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“Delitto e Castigo” nella vita del filosofo C. Michelstaedter: avrebbe potuto influenzare la sua scelta?

Accadde il 17 ottobre 1910. Carlo Michelstaedter, filosofo goriziano, concluse la sua tesi di laurea, ma decise di suicidarsi. Raskol’nikov, protagonista pluriomicida del celebre romanzo dostoevskiano “Delitto e Castigo”, scelse invece la vita. 

René Magritte, Décalcomanie, 1966, Parigi

“Il primo merito di un dipinto è quello di suscitare un dubbio” affermava Magritte. Quello del dubbio è un merito prezioso che ci caratterizza in quanto esseri umani. Di fronte ad una scelta non siamo quasi mai animaleschi, istintivi. È vero che a volte ci lanciamo a capofitto senza pensarci due volte, ma ciò è quasi sempre dettato da quel brivido che rincorriamo, da quel desiderio di mandare tutto all’aria e vivere nell’eterno presente, ignorando quel che riguarda domani proprio perché si tratta di un tempo che ancora non ci appartiene! Altre volte, invece, ci fermiamo a riflettere sulle possibili conseguenze delle nostre azioni, prima di agire. Tuttavia in questo luogo, si tratta della scelta di premere il grilletto.  La tesi di laurea di Michelstaedter intitolata ” La Persuasione e La Rettorica” è frutto di molte di queste riflessioni. Da una parte la Persuasione, una sorta di teoria etica al fine di coltivare il sogno di divenire ciò che si è, decidendo di responsabilizzarsi nell’assoluta attualità dell’oggi. Dall’altra la Rettorica, ingannatrice, che seduce l’uomo nella “vana teoria dei concetti“, sdoppiando il sapere dalla vita. In sostanza, da una parte l’essere, che “prevede” una ricerca del presente, dall’altra il non essere, condizione precaria di schiavitù e di apparenza, se vogliamo. L’opera di Dostoevskij muove a partire da tutt’altro contesto: dall’omicidio della presunta ricca e anziana usuraia Alëna Ivànovna (e quello non voluto della sorella Lizaveta Ivanovna), finalizzato a risanare economicamente il protagonista Raskol’nikov. Anche lui è soggetto a dubbi, riflessioni e frustrazioni laceranti. Tuttavia, il protagonista dostoevskijano alla fine sceglie la vita mentre, Carlo Michelstaedter, la morte. E se il giovane filosofo avesse letto “Delitto e Castigo”? Avrebbe posato la rivoltella?

E. Manet, Le Suicidé, 1881, Zurigo

Il “suicidio metafisico” di Carlo Michelstaedter

“Vita, morte/la vita nella morte/morte vita/la morte nella vita./Noi col filo/col filo della vita/ nostra sorte filammo a questa morte.” Ripresi dal “Canto delle Crisalidi“, i versi michelstaedteriani rispecchiano quel nesso indissolubile che ha caratterizzato la promettente vita del giovane goriziano; Insomma, per vivere appieno bisogna prendersi la piena responsabilità del dolore terreno e, quindi, della morte. Non a caso Michelstaedter trascorreva ore e ore nella sua soffitta a leggere Schopenhauer! È per la paura della morte che l’uomo si rifugia negli inganni del “Dio del piacere” della Rettorica, abbandonandosi ai desideri più terreni. Inoltre, secondo Carlo, tutto ciò allude più alla paura della vita che altro. Avendo paura di vivere ci rifugiamo nel rifiuto della morte, esorcizzandola attraverso la guida illusoria della philopsychia. La Rettorica dunque si esplica appieno in quella tensione desiderativa che ci spinge verso il basso costantemente (un po’ come il cavallo nero platonico, se vogliamo giocare con le similitudini). La Persuasione, al contrario, è quell’ideale da raggiungere. Vi si attinge con un vero e proprio atto di responsabilità nella propria vita che permette di assumere un atteggiamento coraggioso nei confronti del dolore. È attraverso questo atto che l’uomo cessa di vivere nel dolore, decidendo di dipendere solo da se stesso. In questo modo egli vive nell’attualità del possesso assoluto della sua Singolarità, evitando gli sdoppiamenti rettorici di quel sapere accademico e di quel faticoso vivere nella società industrial-borghese che portano solo ad una vera e propria alienazione del singolo rispetto alla propria Wesen (essenza). Quello di Michelstaedter è detto “suicidio metafisico” proprio perchè sembra rispecchiare quell’atto di responsabilità che tanto sottolineava nella sua opera (non solo filosofica, ma anche poetica e artistica). Forse c’è un punto debole nella sua trattazione: la solitudine. Il persuaso permane in una dimensione solipsistica, lontana dall’altro. Si responsabilizza così tanto, da innalzarsi verso quell’ideale. L’innalzamento rispetto agli altri porta però ad un inevitabile allontanamento dagli altri. Possiamo essere veramente persuasi nella nostra vita, ma a che prezzo? Al prezzo della solitudine morale e mentale nello splendore dei migliori anni della nostra vita?

Raskol’nikov e la volontà di vivere

Se dovesse esserci qualcuno “giustificato” a togliersi la vita, quello sarebbe senza dubbio Raskol’nikov, il protagonista di “Delitto e Castigo”. La sua vita è caratterizzata dal peggio che San Pietroburgo potesse mai sputare. Parlando di sé, è un ragazzo allo sbando completo, in grave crisi economica e indebitato con la padrona di casa fino al collo. Ex studente di giurisprudenza, trascorre da parassita la stragrande maggioranza delle giornate in casa, a volte ubriaco, in uno stanzino sudicio e umido. Quando esce, la città in cui vive di certo non lo aiuta: le strade sono putride, le bettole un ritrovo di alcolizzati e di certo non mancano le prostitute tisiche, la malavita ecc… Ovunque si muova, Raskol’nikov è immerso in un disagio vomitevole. Parlando delle relazioni, sono quelle che lo salvano. Sebbene abbia a che fare con malati tisici ormai giunti allo stremo e amici deceduti, il crescente amore nei confronti di Sonja e l’affetto nei confronti di sua sorella Dunja sembrano riservare speranza. È proprio grazie alla loro insistenza che decide di costituirsi. Costituirsi per aver commesso un doppio omicidio. Il primo ai danni dell’usuraia citata nell’introduzione, mentre il secondo, involontario, della sorella. Ragioni filosofiche, esistenziali e strettamente vitali (aveva bisogno di soldi per ricominciare e “perchè non prenderli proprio da un’avida e vecchia” al fine di una causa maggiore?) portano dunque l’ex studente a uccidere a sangue freddo. Nel romanzo, egli prova a suicidarsi… Vorrebbe farla finita. Tuttavia, alla fine sceglie la pena nelle fredde prigioni siberiane per ricercare un riscatto. “Basta! – disse risoluto e solenne, – via i miraggi, via i terrori artificiali, via i fantasmi!… Esiste la vita! Forse che or ora non ho vissuto? La mia vita non è ancora morta insieme con quella vecchia decrepita!”. Si badi bene che l’intenzione non vuole essere quella di giustificare le azioni di Raskol’nikov, ma di ricercare, nella sua scelta coraggiosa, una forza che serva a tutti e che, forse, avrebbe giovato a Carlo Michelstaedter.

Carlo poteva posare la rivoltella

Carlo poteva posare la rivoltella se solo avesse fatto suo questo romanzo. La Persuasione tanto citata da Michelstaedter prevede il confronto con il dolore, il confronto con la morte. Però, a mio modesto parere, il suicidio è ingiustificabile sia da un punto di vista filosofico sia da un punto di vista morale (e anche da un punto di vista logico). Citando Nietzsche, i metafisici (Schopenhauer e, di conseguenza, Michelstaedter) sono nichilisti nostalgici. Debole è colui che si rifiugia in tutte queste maschere. Debole è colui che non riesce ad affrontare le prove che la vita gli riserva. Si può fallire, si può essere immersi nella più totale disperazione, ma tutti (e dico tutti) se si guardano bene attorno, possono accorgersi che c’è la mano di Sonja pronta a salvarli. Ancora non riesco a capacitarmi del fatto che un ragazzo brillante, talentuoso artisticamente e poeticamente, avesse potuto premere il grilletto e togliersi la vita. Le ragioni le può conoscere solo lui, non c’è dubbio. Ma possono essere davvero così forti? Ovviamente la risposta è sì, altrimenti non avrebbe compiuto un atto simile. Forse se avesse fatto suo questo romanzo, si sarebbe confrontato con una realtà cupa, desolata, triste e di gravità ben maggiore rispetto al suo malessere interiore. È vero che i libri non ci cambiano, ma non è falso che un libro possa cambiarci. Forse questo sarebbe stato il caso nella vita di Carlo Michelstaedter. Come spesso si dice egli “ha fatto di se stesso fiamma” (come appare nello sfondo del suo autoritratto), ma la vita non dovrebbe essere intesa come una fiamma sfuggente: dovrebbe essere quel caldo focolare che continuamente manteniamo acceso con fatica, umiltà, dedizione e con le relazioni umane. Carlo poteva posare la rivoltella.

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