La peccaminosità dell’uomo: Antigone e la responsabilità di Jonas

Già Sofocle nel V secolo a.C. in una delle sue opere più celebri, l’Antigone, ammoniva il pubblico rispetto all’uso sconsiderato che l’uomo faceva della natura.

Sofocle
Sofocle

Hegel riteneva che l’Antigone fosse la tragedia migliore di tutta la tradizione greca e che come opera d’arte fosse vicina alla perfezione. Ci sarebbe da aggiungere che risulta essere anche tra le più attuali per lo spessore e la varietà dei temi affrontati.

“Antigone condannata a morte da Creonte” – Giuseppe Diotti

La “natura” al tempo dei greci

L’Occidente dispone di due grandi radici: quella greca e quella giudaico-cristiana. Questa sono culture profondamente diverse e di conseguenza nel corso dei secoli hanno influenzato in maniera radicalmente differente quello che oggi viene comunemente chiamato “mondo occidentale”. Il concetto stesso di natura assume dunque un valore ambivalente, a seconda che si legga in chiave greca o cristiana.

Nel mondo cristiano la natura è di fatto sottomessa all’uomo. Già a partire dalla Genesi il mondo viene affidato ad Adamo che dovrà dominare sugli uccelli del cielo, le bestie della terra e i pesci dei mari. La grecità, al contrario, prevede un ruolo di assoluto rispetto per tutto l’immaginario che ruota attorno alla Physis“. Già Eschilo nel “Prometeo incatenato” descriveva l’importante struttura che legava l’uomo alla natura, essenza prima del tutto, precedente anche alla venuta degli dei, e sottostante alla legge assoluta della “necessità“. Anche agli albori della filosofia, a iniziare da Talete di Mileto, c’è la continua indagine attorno ad un principio primo da ricercare nella natura e nei suoi elementi, posto proprio che quest’ultima esista in maniera quasi aprioristica rispetto al mondo e di conseguenza che tutto da lei sia necessariamente iniziato. Ma non bisogna commettere l’errore di considerare la natura esclusivamente come l’insieme degli enti biologici e fisici che compongono il mondo. La natura per i greci è anche la sintesi della loro tradizione, dei loro riti, delle loro usanze, e tale rapporto viene perfettamente espresso nella più importante opera tragica di Sofocle: l’Antigone. Molte parole sono già state spese su una delle figure più rilevanti e allo stesso tempo rivoluzionarie della storia antica. In questo caso vale la pena sottolineare l’importanza attribuita alle usanze, al rispetto delle tradizioni che per la protagonista della tragedia giocano un ruolo imprescindibile nella vita (e non solo) dell’uomo. Il rispetto che la giovane nutra nelle cosiddette “leggi di natura” la porteranno alla morte, eppure una morte valorosa, un vero e proprio gesto rivoluzionario che va oltre il semplice oltraggio alla giustizia imposta da Creonte. La cultura greca era fondata sul concetto del “limite”. Ogni vita andava vissuta a pieno, nel rispetto delle leggi e delle tradizioni, cercando di percorrere la via che gli dei avevano tracciato per ogni uomo, in base alle proprie possibilità, senza strafare, senza cercare di ottenere di più rispetto a ciò che a ognuno era dato. In questo modo anche la morte guadagnava significato e anche ambire ad una fine valorosa poteva divenire lo scopo della propria vita.

Hans Jonas

La responsabilità che ci affida Jonas

Non a caso Hans Jonas, una delle figure di spicco del panorama filosofico del ‘900, intraprende la stesura del suo capolavoro “Il Principio Responsabilità” con un estratto dell’Antigone di Sofocle in cui il coro rimanda all’uso che la civiltà greca faceva della natura, e dell’impatto che la “tecnica” posseduta dall’uomo greco aveva sul mondo da lui abitato. Si fa accenno ai solchi creati dagli aratri che in pochi giorni si riassestavano, alle navi che solcavano i mari trafiggendo le acque ma che in pochi secondi tornavano calme, per terminare con un excursus sulla portata dell’agire umano che, nonostante riuscisse a rompere l’equilibrio primordiale instaurato dalla natura, si serviva di quest’ultima solo per il sostentamento, curandosi di non intaccare il ciclo tramite il quale essa si rigenerava.

L’opera tratta vari aspetti della contemporaneità soffermandosi sulla responsabilità che l’uomo ha nella salvaguardia della natura nell’epoca del capitalismo sfrenato e del libero mercato “sans frontière”. Vengono messi a paragone i fondamenti dell’etica tradizionale e dell’etica nell’età della tecnica mostrando come questa abbia reso una società, che prima era fondata su solidi principi, ora sempre più liquida e mutevole. Il nuovo imperativo, che deve fungere da motore dell’umanità, non dovrà più essere basato sulla contingenza e l’immediatezza degli effetti delle azioni dell’uomo, ma sulle conseguenze che esse avranno nei confronti delle generazioni future. La morale kantiana che innalzava la bontà dell’azione del singolo a massima per l’agire collettivo, deve essere sostituita da un’etica della collettività, basata sulla salvaguardia della prole futura, abitatrice di un mondo prosciugato dalla tecnica moderna. Pasolini poco più di cinquant’anni fa tracciava una netta distinzione tra “progresso” e “sviluppo” della tecnica e della tecnologia. Per l’intellettuale italiano, il progresso è quell’atteggiamento sociale che vede alle risorse tecnologiche per il miglioramento delle condizioni di vita collettive. Lo sviluppo invece è la condizione per cui si guarda alla tecnologia (e dunque alla tecnica in mano agli uomini) solo per il successo economico fine a se stesso, senza progetti reali e di investimento per il bene comune. Ecco, Jonas intendeva certamente la seconda opzione quando, nel descrivere la società da lui abitata, usava toni quantomeno catastrofici, ed avvertiva il lettore della fine certa del mondo da noi conosciuto, in nome dello sviluppo tecnico e tecnologico che poco ha a vedere con il progresso che dalla notte dei tempi ha accompagnato l’uomo al proprio miglioramento.

La petroliera “Haven” affondata nel 1991 nei pressi di Genova causando enormi danni ambientali

Un’etica per la civiltà tecnologica

Così Jonas sottotitolava la sua opera, nella speranza che da lì a qualche anno l’aumento della coscienza globale del danno irreparabile che l’uomo recava al pianeta, avrebbe spinto ad un repentino capovolgimento della situazione ambientale. Si direbbe che la percezione collettiva della tragedia in atto sia aumentata, ma viene da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Anche se si riuscisse a tirare il freno a mano ed impedire una catastrofe mai prima di oggi verificatasi, il famoso equilibrio tra uomo e natura a cui si accennava nell’introduzione sembra ormai essersi deteriorato. Il vero cambiamento non deve essere effettuato solo in sede governativa, ma nella coscienza del singolo che a sua volta si identifica in una comunità. Come Antigone, andando contro le leggi imposte dal governo trovò la morte in gloria, così la coscienza collettiva deve muove l’uomo comune lungo la strada della riappacificazione con quella natura che per anni lo ha servito e che ora sembra si stia riprendendo ciò che in più le è stato sottratto. L’etica per la civiltà tecnologica deve metter al primo posto il futuro come prodotto delle azioni del presente. L’uomo deve agire in modo che “…le conseguenze delle sue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Ovviamente ciò non deve sminuire il comunque imprescindibile compito affidato alle istituzioni in ambito di politiche ambientali. Come diceva James Freeman Clarke: “Un buon politico guarda alle prossime elezioni; il grande statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”.

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