La paura: un filo rosso di terrore collega Hill House a Guy de Maupassant

La  serie Netflix e il racconto dell’autore francese “Le Horla” dimostrano che i fantasmi più terribili nascosti sotto il nostro letto hanno origine nel nostro animo. 

La serie tv The Haunting of Hill House, uscita nel 2018, ha avuto moltissimo successo non solo per la trama, quanto per l’attenzione alla psicologia dei personaggi e, soprattutto, alle loro paure e fragilità. L’attenzione del regista è puntata infatti sulle nostre fobie più recondite, come la paura del buio, i rumori strani nella notte, incubi ricorrenti, tutte cose che ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. È lo stesso principio che usa Guy de Mauppassant nel suo racconto Le Horla. Il protagonista è un uomo che impazzisce lentamente a causa di una presenza inquietante che lo perseguita. L’utilizzo della paura come una sottile tensione, che cresce per poi culminare alla fine del racconto, è una tecnica narrativa nient’affatto banale, già utilizzata molto prima delle serie e comune sia a Hill House che a Maupassant.

La serie Netflix

The Haunting of Hill House sbarca sulla piattaforma di streaming online forse più famosa del mondo, Netflix, nell’autunno del 2018 e ottiene subito un grande successo. Non solo per una serie di fortunate congiunture che hanno fatto sì che venisse guardata moltissimo, facendola rimanere a lungo in cima alle classifiche di serie più guardate del mese o della settimana, ma anche (e soprattutto!) per il modo in cui i fatti vengono raccontati. Il regista, Mike Flanagan (per altro lo stesso delle pellicole Ouija – L’origine del male, Il gioco di Gerald e Doctor Sleep) imposta l’intero racconto in maniera originale: per prima cosa non tutte le scene sono al buio, anzi, il numero delle scene di giorno e il numero delle scene di notte sono quasi pari. Il regista provoca terrore giocando sulle sottigliezze e sulle inquietudini, su rumori, su suoni, su avvenimenti nella vita dei protagonisti che sono successi a chiunque, solo che, almeno di norma, non si ricollegano ad eventi paranormali. Senza voler commettere la terribile e fatale azione dello spoiler, la serie colpisce perché si pone come un racconto normale, di una famiglia che è sempre stata normale, che ha sempre vissuto in una casa normale, i cui membri hanno avuto brutte esperienze alle spalle, ma che fondamentalmente non sono persone diverse da chiunque altro. Il punto è, ovviamente, che così non è. La pazzia di due dei quattro fratelli protagonisti è legata agli eventi paranormali che hanno vissuto nella casa. E fin qui, nulla di troppo sconcertante, si capiva già dal titolo. Il punto è, invece, come viene raccontato allo spettatore, che si vede coinvolto sempre di più in azioni, in eventi che lui stesso ha vissuto (come un rumore nell’armadio durante la notte, oppure la sensazione di cadere nel sonno, la paura del mostro sotto il letto, il cigolio del pavimento, la sensazione di essere osservati, etc) ma che non ha mai collegato al paranormale. Nella serie sono gli eventi di questo tipo a far tenere il fiato sospeso.

 

Le Horla

Guy de Maupassant non è stato né il primo né certamente l’unico a scrivere racconti del terrore. Si pensi solo a Edgar Allan Poe oppure al certamente più contemporaneo Stephen King. Anzi, a dire il vero questo racconto non è nemmeno il più famoso dell’autore, ricordato per romanzi come Bel – Ami o Una Vita o per i suoi 300 racconti pubblicati nell’arco della sua vita. Le Horla fa la sua comparsa nel 1886 sul giornale Gil Blas, per poi finire nell’anno successivo in un’antologia di racconti dell’autore. La trama è piuttosto semplice e lineare: un uomo borghese, benestante, una sera in battello avverte una presenza oscura che lo osserva. Questa presenza lo perseguiterà ovunque e lo attanaglierà sempre più, fino a farlo impazzire. Per liberarsene il protagonista arriverà ad incendiare casa sua, bruciando i propri servi vivi dentro. Come con Hill House la novità non sta tanto nella trama (per noi almeno, a fine XIX secolo era un’altra storia) ma nel modo in cui l’autore si pone verso la paura. Il racconto è in prima persona, è redatto nella forma di un diario autobiografico, non si conosce il nome del protagonista, non si sa altro se non quello che egli vuole raccontare, e cioè le sue paure, e non si sa nemmeno come va a finire la storia, perché alla fine il narratore riflette sulla possibilità di uccidersi come unico modo per far sparire la presenza, chiamata, appunto Horla.

 

Il filo rosso tra Le Horla e Hill House

Entrambe le opere pongono la loro attenzione sulle paure stesse. Hill House gioca con l’insinuazione del dubbio dell’esistenza del paranormale nello spettatore, fino a portarlo all’esasperazione e alla tensione. Maupassant fa impazzire il suo personaggio per l’inquietudine. Il protagonista del diario non lo vede l’Horla, lo percepisce e basta, all’inizio solo come una sorta di gelo nel petto, una sensazione, un peso, poi la presenza diventa sempre più chiara, più vivida. Il problema è che egli non vede mai l’Horla, anzi, l’unica volta che cerca di soprenderlo con uno specchio non vede nemmeno il suo di riflesso. Sia i fantasmi di Hill House che l’Horla provengono dall’animo dei protagonisti, sono legati a loro, sono parte di loro e riflettono non solo la loro parte più oscura, ma tutte le ansie, le insicurezze, le paure che si portano dentro. Certo, nella serie non mancano di farli vedere questi fantasmi, ma l’Horla di Maupassant è altrettanto reale. La stessa storia provoca inquietudine per quanto potrebbe essere reale, per quanto potrebbe capitare che una persona impazzisca a causa di quello che vede e sente solo nella propria testa. I finali aperti di entrambe le opere, aperti nel senso che lasciano intendere allo spettatore e al lettore cosa succederà, sembrano quasi presagire quanto questo tipo di misteri non finisca mai.

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