La nostalgia è dolceamara: Heidegger, Gazzelle e Calcutta ci parlano di ricordi e dolore

Perché sentiamo la mancanza? Ci sono precisi ricordi di luoghi, persone, momenti, che portano con sé una sensazione particolare, una sofferenza delicata. Tra la letteratura, la filosofia e la musica, la nostalgia rimane un tema ricorrente.

Nostalgia. Una parola composta da due termini greci, nòstos, “ritorno” e algìa, “dolore”, ma usata per la prima volta solo in epoca moderna, nel XVII secolo. Letteralmente, dunque, il “dolore per il ritorno“. Un sentimento contraddittorio, ma che ci è familiare, che spesso proviamo, che spesso ci porta dolore e conforto. Ma che molte volte non riusciamo nemmeno a spiegarci.

La definizione di Heidegger

Martin Heidegger, filosofo tedesco di inizio novecento, ha dato una delle più sintetiche ma accurate definizioni della nostalgia fra tutte quelle dei filosofi.

La nostalgia è il dolore per la vicinanza del lontano.

Questo aforisma, tratto dal saggio “Chi è lo Zarathustra di Nietzsche”, contiene due parole che sembrano essere poste in antitesi tra loro. L’accostamento di vicinanza e lontano, difatti, ci può suonare inizialmente stridente, ma in realtà riesce a trasmettere in modo efficace il concetto di nostalgia. Il lontano può essere qualcosa che ormai appartiene ad un altro tempo, può essere qualcosa di separato spazialmente da noi, oppure entrambi. Può essere un “lontano” non tanto spazio-temporale, ma un lontano dal nostro affetto o dal nostro controllo, un qualcosa che non ci appartiene più. Qualcosa da cui siamo stati perciò, in qualche modo, separati, ma che ancora sentiamo vicino.

Ed è proprio questa incapacità di allontanare anche emotivamente l’oggetto o la persona lontana che ci provoca dolore. Un dolore che è anche desiderio, desiderio di tornare nel luogo lontano o di ritrovare la persona persa, sentirli di nuovo vicini anche nella realtà concreta.

Il paradosso della mancanza, però, è proprio quello di far sentire nel profondo la vicinanza di qualcuno o qualcosa solo nel momento in cui ne veniamo privati. Un legame che prima, quando la vicinanza era concreta, non riuscivamo a percepire appieno.

Cosa mi manchi a fare

Calcutta (pseudonimo di Edoardo d’Erme), è uno dei più famosi e influenti cantanti indie italiani, di certo tra i più talentuosi. Le sue canzoni sono spesso molto evocative, riportano alla mente immagini suggestive, parlano di sentimenti in modo spontaneo, configurandosi quasi come un flusso di coscienza.

È il caso, d’altra parte, di “Cosa mi manchi a fare“. Questa canzone è uno dei maggiori successi dell’autore, e ha come tema centrale la nostalgia, la mancanza della persona amata. La volontà di liberarsi del pensiero, di andare avanti senza curarsene è forte, ma allo stesso tempo il cantante è come incatenato al ricordo. La nostalgia non lo lascia.

No, non mi importa se non mi ami più
E non mi importa se non mi vuoi bene
Dovrò soltanto reimparare a camminare
Dovrò soltanto reimparare a camminare
Se non ci sei tu

Calcutta riesce poi ad evidenziare una componente importante del sentimento della nostalgia: la mancanza concreta, il desiderio fisico di sentire con i propri sensi ciò che ci è lontano, in questo caso la persona.

Mi prenderò un gelato con il tuo sapore…

Ti dichiaro dentro una TV
Che io da te non ho voluto amore

Volevo solo scomparire in un abbraccio
Volevo solo scomparire in un abbraccio

Confondermi con, con, con, con…

L’imperfetto di Gazzelle

Le canzoni di Gazzelle, un altro importante cantante indie, sono celebri per il tono malinconico, dolce ma triste. Sono canzoni che si ascoltano in quei momenti in cui ci si vuole solo crogiolare nel proprio malumore, in cui non si ha nessuna voglia di passare oltre.

La maggior parte dei testi di Gazzelle sono scritti al tempo imperfetto. Sono ricordi messi in fila, intervallati dal dolore presente, dalla voglia di tornare a quei momenti ormai persi. La nostalgia pervade quasi ogni canzone.

E che ne sanno gli altri
Di quando correvamo come pazzi
E che ne sanno gli altri
Degli occhi nostri mescolarsi e diventare gialli, gialli

Tu sapevi un po’ di punk
Di fissa coi Nirvana
Di metropolitana a mezzanotte e mezzo
Un’occhiata dentro casa
Un bacio senza pausa, sapeva di Long Island

Torna poi, come in Calcutta, l’elemento della mancanza concreta, della presenza fisica dell’altra persona. Il ricordo è ancora vivido, ma di fatto sfugge, poichè resta solo un’immagine mentale.

E cerco nel fiume una foto buona da scattare
E dentro la tasca una mano da dimenticare
Ma non se ne va e neppure rimane
Mi stringe più forte di quattro anni fa

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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