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“La nausea” di Sartre e il dolore stoico: ecco come affrontiamo la sofferenza

“La nausea” di Sartre e il dolore stoico: ecco come affrontiamo la sofferenza

Considerazioni su “La Nusea” di Jean-Paul Sartre, attraverso la concezione stoica del dolore, in una analisi sulla natura umana e su come questo influenzi le nostre vite.

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Reticolo d’emozioni e sensazioni, l’uomo è per sua natura destinato alla sensibilità, ad un costante conflitto interiore dalla quale trae, attraverso il suo vivere, una coscienza pienamente identificativa. Attraverso questo vivere ogni individuo è costretto a dover affrontare il dolore, quella passione che indissolubilmente si manifesta in ogni aspetto della nostra realtà, capace d’affievolire nello spirito, dal viso coperto e dalla realtà ignota. Ma cos’è di fatti il dolore? In che modo l’uomo è destinato a patirlo e in che modo può sfuggirne le deleterie conseguenze? La risposta che affronteremo attraverso due linee di pensiero distanti ma convergenti a tali domande è univoca, presentata dalla nostra sfera emotiva nella sua piena individualità.

La nausea

“La nausea” è un romanzo di Jean-Paul Sartre, la quale pubblicazione avviene nel 1938 a seguito di numerose revisioni, che più volte ne stravolsero il contenuto. Romanzo particolarmente sui generis, dalla trama tanto complessa da portare lo scrittore stesso a tentare di darvene una spiegazione attraverso un incipit, tratta di un individuo e del costante male che questo vive, attanagliato da una condizione che neanche egli riesce ad identificare. Il protagonista è Antoine Roquentin, studioso di storia portato attraverso la sua solitudine a “scoprire” che l’importanza e l’altezza morale che l’uomo dà alla vita è soltanto una falsa idealizzazione, una maschera che si dà ad un volto terribile, il quale una volta privato di questa attanaglia il ragazzo con un fortissimo senso di nausea e di dolore. Il clima cupo della scrittura potrebbe portare il lettore ad una epifania sul senso della vita stesso, attraverso un esistenzialismo che se non correttamente interpretato definirebbe l’inutilità dell’essere e la falsità della sua essenza benevola, un velo di Maya violentemente strappato e senza alcun barlume di miglioramento d’una condizione di vita che sembra dover bastare a se stessa, priva di qualsiasi possibilità di redenzione ideale. Ma onde evitare tale disastroso esito, affronteremo la reale concezione portata da tale scrittura attraverso un’altra concezione di dolore, quella stoica.

Il dolore nello stoicismo

La concezione stoica della sofferenza alleggerisce sicuramente la precedente trattazione, manifestandosi come condizione immutabile dell’esser vivi: tutti dobbiamo soffrire. Ma di fronte a tale certezza, che quasi alleggerisce il dover patire attraverso l’impossibilità d’una fuga da esso, lo stoico non si rammarica. Il dolore è per lo stoico uno stato d’animo, una prova offerta per temperare e determinare la sua natura, un mezzo resiliente attraverso la quale egli si rende migliore, e di fatto è così. L’impassibilità e la fermezza che però gli stoici assicuravano di mantenere di fronte a tale condizione risulta poco digeribile, il dolore è una realtà potente, ed ognuno di noi lo affronta, indipendentemente dall’intensità “oggettiva” di questo, in un modo differente rispetto gli altri. Ma il solo definire l’intensità d’un dolore rispetto un altro diventa un’aporia, una volta intesi i termini che questo si differenzia in base a chi lo patisce. Affrontate dunque due differenti identità di dolore, dapprima un dolore generale ed irreversibile dato dall’esistenza stessa, e poi un dolore inteso come mezzo di miglioramento e superamento di se stessi, come si risponde all’ormai appurato spettro dell’individualità dello stesso? Attraverso il dolore stesso e la sua natura.

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L’infezione del desiderio

Ogni definizione data del dolore fino ad ora risulta in un certo qual modo quasi distante dalla praticità della nostra vita. Se in un primo aspetto questo ci sembrava un’immanente tensione indissolubile, in un secondo momento attraverso gli stoici quasi poteva sembrare che questo fosse un’inezia, un dono fatto affinché noi potessimo farne tesoro. Ma come sarà ben chiaro arrivati a questo punto non è nostro interesse trarre una conclusione attraverso una di queste realtà, ma attraverso la loro sintesi. Ciò che davvero Sartre intende tra le righe del suo triste romanzo non è che la vita è un mero esser vivi, privo d’una realtà alle sue spalle che la renda veramente degna d’essere vissuta, bensì che la vita è una sequenza di pagine bianche, e noi la penna disposta ad inchiostrarle. Se l’altura morale dell’esistenza è definita dall’uomo, questo è totalmente libero d’intenderla come più egli preferisce, l’esistenzialismo si realizza nella purezza della sua libertà e nella consapevolezza che tale libertà dia significato alle nostre azioni, concepisce dunque l’uomo come detentore unico e assoluto di libertà intellettuale e morale. Siamo noi gli artefici del nostro divenire, e siamo noi a definire il divenire stesso. Dalla stretta di mano che avviene tra le braccia del dolore stoico e del dolore esistenzialista possiamo arrivare ormai ad una nostra conclusione, il dolore, il male, altro non è che una libera interpretazione d’una nostra mancanza. Nell’impassibilità stoica e nella libertà Sartriano possiamo arrivare a dire che il dolore stesso non è una vera realtà, ma una mancanza di bene. Non si soffre per il male perché questo altro non è che l’assenza di bene, e per poter sentire una mancanza abbiamo prima dovuto sentire una presenza, quella per l’appunto del bene. Il male altro non è che un’infezione che si manifesta in presenza della nostalgia del bello, da noi vissuto ed interpretato, non possiamo star male per un qualcosa che non è mai successo, ed il dolore è causato dalla fine di un qualcosa. Per conoscere il dolore bisogna prima aver vissuto il piacere, e questo altro non diventa che un ricordo ed una gratificazione di quanto siamo stati bene per un qualcosa in passato. Il dolore essendo conseguenza del piacere è una realtà che può esistere solo in virtù di essa, e se ne pone come subordinata. Non c’è bello senza brutto, e per essere capaci di patire tale negatività vuol dire che siamo destinati, nella meraviglia della vita, a conoscere il bene prima del male, e conoscere dunque la gioia, nostra motrice, attraverso quello che a questo punto, ritenevamo male, innocente cornice che risalta gli splendidi colori che per natura siamo portati a saper ammirare.

 

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