La natura del pregiudizio: Rosso Malpelo attraverso gli Idola Baconiani

Considerazioni sul pregiudizio e sulla sua natura, attraverso la novella Verghiana “Rosso Malpelo” e le concezioni degli idola, in particolare gli idola tribus, di Sir Francis Bacon.

Rosso Malpelo - Lessons - Tes Teach

Il termine pregiudizio trova una esaustiva spiegazione nella sua etimologia, “prae” e “iudicium”, in sostanza “agire prima d’un proprio giudizio”. E questa attitudine è tipicamente umana, e trova le sue radici e le sue conseguenze all’interno dei più profondi schemi mentali, spesso assoggettati dalla paura dell’ignoto. E’ mio intento attraverso questa breve lettura, avvicinarmi il più possibile, attraverso l’aiuto di Bacone e delle sue concezioni sugli Idola, che affronteremo più avanti, a quelle che sono per l’appunto le infrastrutture mentali che portano ad avere tale atteggiamento.

Rosso Malpelo

Rosso Malpelo è una delle novelle del Verga appartenenti alla raccolta “Vita dei Campi”, pubblicata per la prima volta su “Il Fanfulla” nel 1878 e tratta d’un ragazzo dai capelli rossi, per l’appunto Rosso Malpelo, il quale, ironicamente, lavora in una cava di rena rossa. Il ragazzo, reso acre dai giudizi popolari che immaginano coloro che hanno i capelli rossi come portatori d’iniquità, lavora con il padre, Mastro Misciu, il quale rappresenta l’unico rapporto d’affetto che possiede, sicché persino la mamma, vittima a sua volta dei pregiudizi che tanto tormentano il figlio, non pone in lui alcuna fiducia. Nel mentre d’un lavoro cimentoso e periglioso, il padre perderà la vita, lasciando Rosso in solitudine, dal momento in cui la madre si risposerà e la sorella andrà a vivere in un altro quartiere. L’ultima occasione d’affetto che si presenterà al ragazzo sarà offerta dall’incontro con “Ranocchio”, ragazzo che subentrerà a lavorare nella miniera al posto del padre, con la quale instaurerà, fino alla sua morte a causa d’una tubercolosi, un rapporto di protezione e di maltrattamento, nella speranza di poter insegnare al ragazzo quella che sarebbe stata la vita del mondo aspro che lo attendeva. La novella terminerà poi con la scomparsa del protagonista, nel mentre d’una sua esplorazione d’una galleria all’interno della miniera.

Gli Idola Tribus

Bacone, Francesco (2)

«Gli idoli e le false nozioni che sono penetrati nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro di esso, non solo assediano le menti in modo da rendere difficile l’accesso alla verità ma addirittura (una volta che questo accesso sia dato e concesso) di nuovo risorgeranno e saranno causa di molestia anche nella stessa instaurazione delle scienze: a meno che gli uomini preavvertiti non si agguerriscano per quanto è possibile contro di essi…»

Nella divisione in quattro Idola, ovvero i pregiudizi, di Sir Francis Bacon, nato a Londra il 22 Gennaio del 1561, è nostro interesse soffermarci su quelli della “tribù”, gli Idola Tribus. Gli idòla tribus sono i pregiudizi della tribù, nella sua accezione di società, connaturati nella mente di tutti suoi consociati, nonchè di tutta la specie: li possiede, in sostanza, ogni uomo. Il più noto degli idòla tribus è quello della fallibilità dei sensi: l’uomo dà troppa importanza all’esperienza sensibile, ed è convinto che quest’ultima non possa ingannarlo. L’uomo attraverso le sue prime impressioni sensoriali, ritiene di poter conoscere, e addirittura di poter attribuire determinate caratteristiche ad ogni oggetto preso in questione, che sia esso inanimato, o che sia un suo pari.

La paura del giudizio

Presa coscienza della natura del giudizio umano, e della facilità con la quale egli ritiene esaustiva una conoscenza solamente sensoriale, o comunque non giustamente approfondita, dovendo porre una ragione a quella che è la sua accezione più negativa, quella del “prae” giudizio, mi sentirei di motivare tale atteggiamento con la paura. In filosofia la paura è tendenzialmente associata alla non conoscenza, siamo protesi a temere qualunque cosa di cui non abbiamo certezza, qualunque cosa che per noi rappresenti una differenza con il “solito”, insomma temiamo tutto ciò che non conosciamo. Le tremende derivazioni del pregiudizio, che siano razzismo, sessismo e via discorrendo, hanno tutte in comune la radice della non conoscenza, e dunque dell’ignoranza. L’avvertire un qualcosa che ci è dissimile, nei modi, nei costumi o addirittura nell’estetica, tende a spaventare le menti meno aperte e dunque più deboli, che accettano come vero e “giusto” solo ciò che è di loro competenza, o che li rappresenti. E’ chiaro ora che. in una società mentalmente “debole” che fatica ad approcciarsi alla conoscenza di nuove identità, per l’appunto temendole, e nel timore ancor più forte che in qualche modo possano distruggere l’illusorio castello di certezza dei costumi e della giustizia in cui vivono, la coesione con il “nuovo” è assai difficile. Quale potrebbe allora essere una risposta, non troppo pretenziosa, ad un atteggiamento così intrinseco alla natura umana stessa? Nel mio piccolo, propongo di vivere la vita nel suo avvenire, imparare ogni giorno e studiare ogni cosa, o persona, come se fosse totalmente nuova, ma già presente in una realtà molto più ampia di quella che riteniamo di vivere, sarebbe così possibile scoprire quanto sia vasta e meravigliosa la diversità che vive in ogni cosa dell’insieme tutto. Vivere e studiare senza termini di paragone dati dall’esperienza sulle persone, che meritano analisi più approfondite rispetto a qualunque oggetto inanimato che ci approcciamo a conoscere. In sostanza, analizziamo prima la persona, poi il contesto che vive, che è, meramente, solo accessorio.

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