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La musica racconta la storia: ecco le 5 migliori canzoni e danze patriottiche

Diamo uno sguardo più approfondito a come alcuni canti e balli abbiano influenzato il nazionalismo del popolo.

 

Ognuno di noi esprime il proprio attaccamento alla bandiera attraverso dei modelli sociali come la cultura e le usanze. La musica rappresenta uno di questi. Essa affonda le radici nelle tradizioni più popolari della patria di appartenenza. Vediamo alcuni esempi.

“La Haka”: la danza maori per eccellenza.

Qualunque appassionato di sport, soprattutto del rugby, ha sentito parlare di questo ballo proveniente dall’altro capo del mondo. La Nuova Zelanda è una nazione multietnica, dove maoriinglesi convivono tra loro, condividendo usi e costumi. Infatti non è raro trovare un neozelandese che consideri la Haka come un segno distintivo della propria cultura. Ma da dove nasce questa danza? Lo stile più famoso, la Ka Mate ha origini due secoli fa. Nel 1820, l’allora guerriero e leader maori Te Rauparaha la compose come una celebrazione della vita sopra la morte, dopo che si salvò dalla spietata caccia da parte di alcune tribù locali. Una scelta piuttosto insolita, in quanto le Haka celebrate all’epoca riguardarono solamente funerali (Manawa wera) e guerre (Peruperu). Non ci volle molto perché la Ka Mate si trasformasse in una danza celebre in tutto il mondo. Ancora oggi gli All Blacks, la nazionale neozelandese di rugby, la praticano all’inizio di ogni match. Seppur talvolta ci sono state delle critiche per via del ‘salto’ finale scenografico, un gesto tipico della Peruperu.

“Come Out, Ye Black and Tans”: l’Irlanda che si ribella

1920. In Irlanda si sta combattendo ancora la Guerra d’indipendenza. Le bande paramilitari inglesi, nonché criminali di guerra, chiamate Black and Tans stanno mettendo a ferro e fuoco la nazione, con spedizioni punitive ed atti terroristici. L’IRA a sua volta risponde, incitata dal loro capo Michael Collins, con vere e proprie ribellioni contro la British Army. Il conflitto tra le forze irlandesi ed inglesi finirà solamente un anno più tardi, con la creazione di uno Stato Libero d’Irlanda. Un evento del genere non poteva essere dimenticato! Ed ecco che il compositore Dominic Behan scrisse quella che noi oggi conosciamo come una commemorazione ai repubblicani irlandesi. “Come Out, Ye Black and Tans” è stata poi cantata da altri gruppi, in primis dai The Wolfe Tones nel 1972. Mentre in occasione delle elezioni del 2020, venne utilizzata dal Sinn Féin per appoggiare il loro candidato Mary Lou McDonald. Alla fine il risultato non fu quello sperato, dato che ha vinto il conservatore Micheàl Martin del Fianna Fàil.

“Bella Ciao”: il canto degli italiani liberi

Questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà

Conosciuta da qualsiasi movimento politico e adattata in molte occasioni, da quella cinematografiche a quella folkloristiche. “Bella Ciao” è di sicuro il canto popolare più famoso e apprezzato nel mondo. La trasposizione nella conosciutissima serie tv La Casa di Carta, e l’interpretazione di numerosi cantanti, rendono questo ‘inno alla libertà’ unico nel suo genere. Un ‘inno’, poiché nel testo rappresentato si narra della lotta dei partigiani contro il nazifascismo. In realtà, secondo diverse fonti storiche, “Bella Ciao” divenne la canzone ufficiale della Resistenza, solamente vent’anni dopo la fine della guerra. Anzi, durante il conflitto fu più di uso comune intonare tra i partigiani, il testo di “Fischia il vento“, un altro componimento che merita miglior fortuna da un punto di vista popolare. Ma allora da dove deriva la fama di “Bella Ciao”? Nel 1947, un gruppo di giovani emiliani eseguì il pezzo al primo festival mondiale della Gioventù democratica a Praga. Tra la platea erano presenti molteplici deputazioni estere che non ci misero molto a tradurlo e divulgarlo in tutto il mondo. Purtroppo oggi “Bella Ciao” è considerato anche oggetto di scetticismo in Italia, per via del suo utilizzo massivo tra le compagini di estrema sinistra (chiamate dispregiativamente ‘zecche’). Un paradosso del tutto inusuale, se consideriamo che è un canto tradizionale di libertà opposizione, e non è presente alcun fattore ideologico nel testo.

“Kalinka”: un maestoso assaggio del nazionalismo russo

Il compositore russo Ivan Larionov deve essere considerato un genio, per aver composto e diretto nel 1860, la più spettacolare delle canzoni russe. E pensare che il testo è piuttosto banale: si parla solamente di una pianta di viburno e di un amore non corrisposto. Solamente più tardi, grazie alla magnifica danza associata ad essa, “Kalinka” divenne un ‘marchio di fabbrica’ del tradizionalismo russo, tant’è che la popolarità acquisita la rese nota in tutto il mondo. Basta pensare all’imprenditore Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio del Chelsea, che all’inizio di ogni match importante, ha richiesto di far suonare la canzone all’interno dello stadio. Oppure all’utilizzo nel mondo dei videogiochi. Fatto sta che “Kalinka” è un esempio di come una nazione possa rimanere così unita attraverso un arte.

“Cara al sol”: l’inno falangista che non incita all’odio

Potrà sembrare strano, ma quando il figlio del dittatore Miguel Primo de Rivera, José Antonio vide la stesura del testo, si sorprese per la totale assenza di strofe contro stranieri e nemici. Il canto venne utilizzato dagli ufficiali franchisti durante la Guerra Civil, e fu ben presto uno degli inni delle truppe nazionaliste assieme a, pensate un po’, la Marcha Real” (l’attuale inno spagnolo)! Tuttavia nonostante i connotati apparentemente privi di intolleranza di “Cara al sol”, il periodo in cui questa canzone venne impiegata maggiormente, fu l’esatto opposto. Il Caudillo Francisco Franco instaurò un regime di terrore verso gli avversari politici, vale a dire socialisti e repubblicani. E soprattutto promosse una ideologia tradizionalista in Spagna, portando quindi ad una violenta repressione di tutto ciò che venne considerato come ‘liberale’. Si calcola che il periodo franchista portò alla morte di circa 400.000 persone, tra oppositori e ribelli, soprattutto separatisti ed anarchici. Per questo, al giorno d’oggi, cantare “Cara al sol” è sconsigliato in Spagna, ma non ancora del tutto illegale. In qualche modo, l’inno è ritenuto come un unione fraterna di quel che solo il patriottismo sfegatato può ambire.

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