La morte? Per Hegel è la scalinata che porta al lato oscuro della luna

La morte? Per Hegel è la scalinata che porta al lato oscuro della luna

15 Gennaio 2019 0 Di Samuele Beconcini

I. D. Yalom, in ‘Le lacrime di Nietzsche’, scrive che la nascita e la morte sono due vuoti identici e la vita la scintilla che vi sta in mezzo, uno sprazzo di luce nel buio, un scia luminosa nell’oscurità dell’ignoto. Pensando al tempo, queste  parole rendono perfettamente l’evanescenza fugace della nostra vita, la sua esasperante temporalità, che la rende vivida ma la costringe, la circoscrive imponendole un inizio e una fine. Dico vivida perché l’esser temporale fa sì che essa possa essere colta, la rende particolare rispetto ad un’universalità eterna, perché il tempo ferma, definisce, colora. Lo scorrere del tempo appartiene alla vita e della vita si fa Creatore, infinito nella finitezza, che scandisce e delimita. Nascita e morte non sono altro che eternità, due vuoti che si fanno parentesi del tempo ed entro cui la vita scorre. Che si voglia esser credenti, scettici o materialisti convinti, morire significa comunque uscire dal tempo, che se ne esca per ascendere, per discendere o semplicemente per uscire, il risultato non cambia, ed è l’accesso mistico all’eternità, il sublimare nell’oscura dimensione dell’assoluto.morte

Sulla morte

Il problema della morte, perché di problema si è sempre voluto parlare, è  necessariamente e strettamente legato alla vita, in quanto suo limite estremo e termine ultimo, per lo meno in termini terreni, mettendo per un attimo fuori circuito, come direbbe Husserl, l’ipotesi di una vita anche ultraterrena. L’unica certezza che si ha del domani è che da polvere torneremo polvere, che la morte è l’essenza che ci accomuna, tutti e indistintamente, facendo del mondo nient’altro che una grande necropoli, parziale in atto ma in potenza, decisamente totale. Se siamo certi di morire per quale motivo scegliamo la vita? Perché combattere una battaglia già persa? Bergson sostiene che l’inconsapevolezza del momento in cui verrà la nostra ora, l’essere all’oscuro della nostra fine, ci impedisce di cadere nel freddo nichilismo della rassegnazione e ci spinge a colmare ogni attimo di tutta la pienezza che si merita: “Se la natura non ha dotato l’uomo di un istinto allo scopo di avvertirlo della data e dell’ora esatta della propria morte è perché ciò avrebbe come risultato la nascita di un sentimento di depressione suscettibile di annichilire ogni volontà d’azione e ogni desiderio elementare di sopravvivenza” (H.Bergson, ‘Due fonti della morale e della religione’). Ma la morte esiste davvero? Sicuramente non dal punto di vista del diretto interessato, eppure è un pensiero fisso, costante, seppure nel momento in cui giunge, non lascia l’amaro in bocca se non a chi rimane in vita: “La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi – dice Epicuro- Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi” ( Lettera sulla felicità). Heidegger sostiene che non si possa cogliere la nostra esistenza nella sua interezza proprio perché manca del momento finale, nella misura in cui esso si dà a noi solo in relazione all’altro, immaginiamo la nostra morte perché viviamo quella degli altri, è un concetto meramente speculativo, la nostra vita soffre una mancanza costitutiva. morte

Il problema della morte nella Fenomenologia di Hegel

Nella ‘Fenomenologia dello Spirito’, Hegel parla di morte in quanto limite di un’essenza fattasi però esistenza, un limite quindi prettamente temporale che designa la fine dell’esistenza stessa. L’esistenza, però, viene vista da Hegel come la dimensione data dalla presenzializzazione dello Spirito, dal suo farsi altro da sé per se stesso, nel movimento dialettico garante della sua acquisizione di determinatezza, per uscire dallo stadio di certezza solo sensibile e dirigersi verso la consapevolezza di sé in quanto Assoluto. In questo senso la morte è negazione di un’esistenza non effettuale, non essenziale ed è quindi il limite dei limiti, il limite anche di se stessa, un limite assoluto che apre le porte all’ oltre il limite, ad una dimensione che oltre-passa l’esistenza e si getta nell’eternità.morte

Pink Floyd e Led Zeppelin e la concezione hegeliana di morte

Per come la concepisce Hegel la morte potrebbe configurarsi come l’accesso a quel lato oscuro della luna di cui parlano i Pink Floyd, o a quell’ascesa verso il paradiso, a quella scalinata d’oro che si materializza tra le note dei Led Zeppelin. Il raggio di luce che, nel prisma di ‘The Dark Side of the Moon’, si dirama nei diversi colori non è altro che la vita che dopo la morte esce dalla sua unica dimensione temporale e si irradia nella vastità dell’eterno, che sublima nell’Assoluto, dove futuro e passato si fondono e dove il tempo non delimita o scandisce ma semplicemente pervade.

Samuele Beconcini