La morte del padre: la speranza dei Negramaro contro il dolore di Saba e Zeno

Nel corso dei secoli la figura paterna ha iniziato una sua evoluzione. Non c’è letteratura che tenga, un genitore lascia tracce indelebili nella vita dei propri figli, entrambi ugualmente lasciano segni indelebili anche se di diversa natura. La letteratura ne è ricca, come lo è anche la musica.

La letteratura del ‘900 ha avuto una certa evoluzione in merito, molti sono stati gli autori che hanno scritto del rapporto del padre, ma molti ne hanno scritto per dare a quell’ultimo un estremo saluto. Estremi addii e separazioni, abbandoni e riconciliazioni, insomma chi più ne ha più ne metta. La letteratura rimane un metodo di comunicazione ancora valido, ma soprattutto un modo per diffondere il proprio pensiero. Sotto l’ambito degli estremi adii, la letteratura ci ha proposto poesie e prose immensamente toccanti che avranno sicuramente fatto compagnia a chi viveva un momento simile.

Il lutto è la forma più dolorosa di separazione, una sofferenza che coinvolge l’essere umano in tutta la sua interezza e crea cicatrici profondissime che, come un solco sul viso, si è costretti a guardare a vita. Ma cosa resta dopo la morte di un genitore? Rammarico, dolore, rimpianto? Cosa resta della difficoltà del rapporto?

Svevo e la coscienza di Zeno

Ne La coscienza di Zeno(1923, Italo Svevo) il capitolo La morte del padre è forse uno dei momenti più commoventi dell’opera. Il rapporto difficile tra quell’inetto senza scuse, scialacquatore del denaro di famiglia, e suo padre ha avuto per il protagonista del romanzo la valenza di un meteorite che si schianta su un pianeta.

«Invece la morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. Il paradiso non esisteva più ed io poi, a trent’anni, ero un uomo finito. […]Il mio dolore non era solo egoistico come potrebbe sembrare da queste parole. Tutt’altro! Io piangevo lui e me, e me solo perchè era morto lui. Fino ad allora io ero passato di sigaretta in sigaretta e da una facoltà universitaria all’altra, con una fiducia indistruttibile nelle mie capacità». Una morte sofferta quella descritta che culmina con uno schiaffo al figlio che cercava di aiutarlo. «Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto, alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!». Un movimento fisiologico al quale Zeno ha dato una valenza tutta sua, ricolma di sensi di colpa e di affetto mai espresso, di un rapporto mai avuto. Zeno ha sempre visto il padre come un giudice pronto a puntare il dito contro di lui, facendo del raggiungimento della sua approvazione uno scopo. Le provò tutte (se così si può dire per un inetto), continuò una lenta ed estenuante ricerca di questa basata sull’imitazione di tutti i suoi gesti, sperando che prima o poi sarebbe stato simile a lui, o nel modo in cui avrebbe potuto piacergli. L’astio creatosi in quel rapporto padre-figlio  si è acuito quando Zeno non riusciva nei suoi intenti, o non voleva riuscirci. Al momento della morte tutto cambiò, non riusciva a guardarlo giacente sul letto esanime, non poteva guardarlo defunto in quella camera mortuaria, vestito e con le mani livide. Mani ,quelle, che aveva osservato ed imitato in ogni minimo movimento, nella speranza che divenissero serie e forti anche le sue. Atteggiamenti, modi di fare, modi di parlare sono tutto ciò che Zeno ha provato a fare propri. Ma la morte del padre ha segnato l’ennesima conferma di un suo fallimento cercando in quel momento di “mettere nelle sue mani tutto quello che provava” sperando che in un solo gesto avrebbe potuto far capire ciò che non è stato mai in grado di dirgli. Quel corpo esanime, quello schiaffo, quel momento egli stesso dice che li ricorderà per sempre , forse con lo stesso rammarico di chiunque, forse con la stessa angoscia, con tutto il vuoto che lascia un padre che prima riempiva con tutti i difetti e tutti i pregi che da vivo avevano tutto un altro valore ma, soprattutto, avevano un peso. Tutto questo diventa labile, fragile e leggero e Zeno prova a tenersi stretto tutto, con forza sperando che i ricordi e suo padre non abbiano lo stesso peso dell’aria.

Umberto Saba e “Mio padre è stato per me l’assassino”

Emblematica appare la figura paterna anche dagli occhi di Umberto Saba nel componimento citato nel sottotitolo. Il padre è per lui l’assassino,  la morte del padre ha ucciso una parte di lui. Tra i versi colmi di rabbia e di sofferenza, Saba si guarda alle spalle riconoscendo tutto quello che li accomunava e differenziava. Quell’assassino, uscito dalla sua vita ormai, lo aveva ucciso dentro.

Mio padre è stato per me “l’assassino”;/fino ai vent’anni che l’ho conosciuto./Allora ho visto ch’egli era un bambino,/e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto. //Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,/un sorriso, in miseria, dolce e astuto./Andò sempre pel mondo pellegrino;/più d’una donna l’ha amato e pasciuto.” Tra questi versi eccolo ricordare le cose che avevano in comune, ricordare quanto la figura del padre fosse leggera ai suoi occhi, quanto la madre desse il peso alle cose e fosse lei quella dalla irremovibile autorità. Il padre( leggero come un pallone) andò via dalla madre, trasgredendo, inseguendo il piacere. “Egli era gaio e leggero; mia madre/tutti sentiva della vita i pesi./Di mano ei gli sfuggì come un pallone.// “Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:/ed io più tardi in me/stesso lo intesi://Eran due razze in antica tenzone.” “Dolce e astuto “ e“Gaio e leggero” lo descrive, forse con questi aggettivi che ricordano un po’ i bambini, ma quell’abbandono imperdonabile lo rese l’assassino, figura ostile, che non sarebbe mai potuto essere il modello di vita di un figlio. La madre così lo reputava e così incitava Umberto Saba “non somigliare a tuo padre”, anche se la somiglianza era inevitabile. Madre ebraica e padre cristiano erano le due “razze in antica tenzone”, come le due anime in conflitto dentro lo scrittore. Una lotta interiore che descrive prima il padre come un assassino e poi con dolcezza. Ma l’ombra del padre gli rimane addosso, nei sorrisi e negli occhi blu.

Negramaro e la speranza in “Lo sai da qui”

I Negramaro con un grido di speranza, dalla penna di Giuliano Sangiorgi, hanno intonato Lo sai da qui( La rivoluzione sta arrivando, 2015). Sangiorgi ha dedicato la canzone al padre defunto. Tra i versi emerge la commozione, ma principalmente il brano viene intonato con la voce del padre che dall’alto vede noi, troppo impegnati in questa vita che ci impedisce di capire il vero senso del dolore.

Dall’alto questi può vedere gli alberi, può parlare liberamente e spiega che non è poi così bello stare su, tra gli angeli. Con questa canzone la morte non è più inesorabile, la morte non è più improvvisa, la vita “non è quel posto da lasciare/ è ancora presto per partire” e chiede al figlio di aspettare il proprio tempo, anche perché “è noioso saper volare”. “ti mostrerò com’è speciale il mondo, anche se fa male” non è forse per dire che  alla fine da questo dolore si può imparare sempre qualcosa? Per lui è difficile saper volare, a lui non interessa vedere gli alberi dall’alto “ha chiesto solo gambe nuove/per poter tornare lì”. Tra tutte le parole di ogni verso si ricerca un motivo per accettare quella dolorosa separazione, perché un genitore quando va via non ha voglia di farlo. C’è un tempo per ogni cosa, purtroppo non sappiamo quali ragioni ci siano, o se ce ne siano. L’estrema separazione da un genitore è devastante, assassino diventa per noi che siamo qui a vederli andare via, leggeri come l’aria, dalle nostre vite. Ma non è forse evidenziato da Svevo, da Saba e dal testo dei Negramaro che un genitore lascia lo stesso peso di un macigno sulla nostra vita? Non si è mai troppo grandi o troppo piccoli per soffrire, ognuno vive il dolore a proprio modo, ma forse il credere che lassù non stanno poi così bene ci fa sentire in compagnia. D’altronde a loro “importa poco di vedere gli alberi” come a noi importa poco alzare gli occhi e guardare le stelle.

Non c’è vuoto quando un genitore  viene a mancare, c’è dolore, ma negli occhi, nell’aria, nei propri gesti c’è parte di lui. Non ci sarà tempo o spazio che non sarà investito dei suoi ricordi, non ci sarà parola che non sarà detta come la faceva lui. Allora, forse, va bene pensare che dopo tutto non sono andati via davvero perchè ci siamo noi a ricordarli anche solo respirando.

Simona Lomasto

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