La guerra è un’invenzione, non una necessità biologica

L’idea che durante la preistoria una violenza intensa e con un alto numero di vittime fosse diffusa ha molti sostenitori. Ha una risonanza culturale per quanti sono sicuri che noi esseri umani, come specie, siamo naturalmente portati verso la guerra. Come direbbero alcuni,  «basta guardare la storia!». Quando si considerano tutte le testimonianze, però,  la prospettiva che emerge sembra andare in direzione contraria: in generale, i ritrovamenti più antichi forniscono poche prove a sostegno della tesi che la guerra fa parte della vita.

Gli esseri umani hanno sempre avuto la capacità di fare la guerra, se le condizioni e la cultura lo richiedono. Ma queste condizioni, come le culture guerrafondaie da esse generate, sono diventate comuni solo negli ultimi 10.000 anni; in molti luoghi, anche in tempi recenti. L’alto numero di uccisioni riportato nella storia, nell’etnografia o nell’archeologia successiva è contraddetto dai precedenti ritrovamenti archeologici di tutto il mondo.

Le ipotesi sulle radici storiche dei conflitti si dividono oggi su due posizioni contrapposte. In una, la guerra è una tendenza evoluta per eliminare ogni potenziale competitore. L’altra sostiene che i conflitti armati siano emersi solo negli ultimi millenni, quando i cambiamenti nelle condizioni sociali hanno offerto condizioni logistiche e motivi adatti alle uccisioni di massa.

Il rapporto dell’uomo con la sua distruttività è una questione dibattuta da secoli. Basti ricordare che mentre Jean-Jacques Rousseau sosteneva che disuguaglianza, oppressione e paura fossero un portato di una società complessa mal regolata, Thomas Hobbes sosteneva che la vita senza l’ordine sociale e una rigida gerarchia era “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”.

Jean-Jacques Rousseau ritratto da Maurice Quentin de La Tour intorno al 1750-1753. (Wikipedia)

Dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale si diffuse l’idea dell’uomo come “scimmia assassina”, in antitesi con gli altri primati considerati pacifici. Un’idea che si avvaleva, anche forzandole, delle tesi di Konrad Lorenz che indicava l’aggressività come eticamente neutra, un istinto destinato a regolare problemi di territorialità, difesa del gruppo, selezione sessuale e ordine gerarchico.

È ormai parte dell’immaginario collettivo la classica scena di apertura di 2001: Odissea nello spazio, che mostra una scimmia antropomorfa intenta a prevaricare il gruppo rivale con quella che viene mostrata come la prima invenzione dell’umanità: un’osso usato come arma per uccidere un rivale.

È un’immagine che si adatta perfettamente alle sopraccitate nozioni popolari che vedono la nostra specie come intrinsecamente violenta, nonché con l’idea che gli esseri umani sono da sempre bellicosi per natura. Ma come sostiene in modo convincente Douglas P. Fry in Beyond War, i fatti dimostrano che i nostri antenati non erano innatamente guerrieri – tantomeno noi.

Fry sottolinea come, nel novantanove per cento dei casi, per oltre un milione di anni, gli esseri umani abbiano vissuto in gruppi nomadi di cacciatori e raccoglitori; l’uguaglianza e la generosità erano molto apprezzate e la guerra era una rarità. Attingendo dall’archeologia, Fry smentisce l’idea che la guerra sia un fattore originario e inevitabile. Per esempio, tra gli aborigeni australiani – che contavano circa 750.000 individui prima dell’arrivo degli europei – la guerra era un’anomalia estrema.

Tracce di guerra risalenti a oltre 5000 anni fa appaiono nella rielaborazione al computer
di un’immagine di dipinti rupestri scoperti nella Penisola Iberica. (le Scienze)

Naturalmente, la violenza individuale e l’aggressività erano fattori presenti, ma gli aborigeni disponevano di metodi sofisticati per risolvere le dispute prevenendo la perdita di vite umane. Fry mostra che, lungi dall’essere naturale, la guerra è apparsa abbastanza di recente insieme ai cambiamenti nell’organizzazione sociale e in particolare all’ascesa degli stati. Fry sottolinea, inoltre, che anche oggi, quando la guerra sembra sempre presente (almeno in televisione), la stragrande maggioranza di noi vive vite pacifiche e non violente.

Non siamo così bellicosi come potrebbe sembrare, e se potessimo imparare dai nostri antenati, potremmo essere in grado di andare oltre la guerra per offrire giustizia e sicurezza al mondo. Con la sua visione profondamente incoraggiante della natura umana, gli studi di ricercatori come Fry ci offrono una prospettiva positiva della nostra specie e una prognosi ottimista per un futuro senza guerre.

Daniele Farruggia

 

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