La Grande Bellezza dell’illusione: la vuotezza della vita umana

Il protagonista è riuscito a diventare il re dei mondani, ma si dimostrerà essere l’infelice detentore di un titolo che non gli appartiene.

Jep Gambardella (Servillo) all’interno de “La Grande Bellezza”

Dobbiamo davvero arrivare al limite per renderci conto dei nostri errori, per capire di esserci illusi di vivere? Ad un certo punto, tutto ciò che consideravamo essere la nostra àncora di salvezza per rimanere a galla diventa il peso di piombo che ci fa sprofondare

L’eccesso come ambizione

Jep Gambardella, l’ultimo dei romantici, il re dei mondani, colui che non voleva soltanto partecipare alle feste borghesi di una Roma decadente, voleva avere il potere di farle fallire. Sembra la descrizione di un ragazzino egocentrico, il modello della società moderna e post-moderna: accecato dai vizi, dalle donne, dalle droghe, da un potere che non ha nulla a che fare con quello politico o quello economico, è il potere dell’apparenza. Eppure il protagonista della pellicola di Sorrentino nelle prime battute si descrive come “destinato alla sensibilità”.  Come può un uomo costantemente a contatto con parassiti della società essere destinato alla sensibilità? Conoscente di tutti e amico di pochi, Jep si fa strada nelle serate vuote di una vita ormai arrivata agli sgoccioli delle esperienze. La totale perdita di valori della modernità potrebbe essere il filo conduttore di un film che bisognerebbe guardare e riguardare come prova tangibile di un mondo che abitiamo senza esserne consapevoli. Inquilini di una vita che ci è data ma che non ci appartiene, di cui spesso neanche ci rendiamo conto, all’insegna dell’incertezza come comune denominatore della nostra esistenza.

Durante tutto il corso della storia, l’uomo ha avuto sempre la necessità di essere ancorato a dei valori, a delle immagini, a delle idee che potessero (nel bene e nel male) guidarlo nella propria vita. D’altronde viviamo di idee non nostre, e queste idee ci servono ad orientarci proprio in quella vita prima citata che poco ci concede come certezze. il secolo breve è stato l’esasperazione delle ideologie (spesso sfociate in genocidi) ma in questo caso l’esempio può servire come indice della portata sterminata che un idea possa avere su un singolo individuo. L’antropologia moderna ci dice che l’individualità c’è data dal contatto con altri individui, stessa cosa può essere applicata ad un’idea messa continuamente in discussione attraverso il contatto-contrasto con altre idee. Più essa viene coltivata, più germoglia, più darà frutti. Ma in un mondo in cui nessuno ha più l’ambizione di fare il contadino (in tutti i sensi), come può quell’idea sbocciare?

La morte dei valori

Sul calar dell’800 Nietzsche annunciava la morte di Dio, con 150 anni circa di ritardo sembra che qualcuno se ne sia accorto. Ma cosa si nasconde dietro uno degli aforismi più celebri dell’intera tradizione filosofica? Perché è un folle ad annunciare “il più grande di delitti?”. Senza entrare troppo nello specifico, per parlare del divino è necessario entrare nel campo dell’irrazionalità, come prima di Nietzsche ci aveva suggerito Platone. È proprio il folle, con la sua lanterna, ad annunciare nel pubblico mercato (altro luogo simbolico) la morte dei valori che, fino a poco prima avevano fatto da fondamento alla società occidentale. Ovviamente gli uomini cinici, razionali, non solo non prendono minimamente in considerazione il messaggio profetico elargito dall’uomo, ma non perdono occasione per deriderlo.

Mai previsione fu più vera. I valori cristiani che per secoli avevano guidato l’uomo non solo nel rapporto interpersonale, ma anche nel luogo dell’intima riflessione, all’improvviso sono venuti meno, abbandonando l’umanità ad una morte certa (almeno dal punto di vista spirituale). Si badi bene qui non si vuol fare alcun tipo di apologia della religione cristiana, ne tantomeno indurre qualcuno alla conversione. Quando si parla di Cristianesimo si fa riferimento a tutto un background culturale che da ancor prima della venuta di Cristo l’umanità si portava dietro, fungendo proprio da bussola come prima accennato. Essere cristiani non vuol dire pregare alla mattina o affidare la propria anima all’indulgenza Divina. Essere cristiani vuol dire (in minima parte) essere consapevoli di tutta una serie di diritti e doveri che prima di tutto come uomini dovremmo essere obbligati a rispettare. La famosa “morale cristiana” che la società ha non solo dimenticato, ma letteralmente spazzato via dalla propria memoria. Essi anche se apparentemente possono sembrare strettamente collegati al culto religioso, sono slegati dal puro e banale rito. Sono proprio quei valori, quelle immagini e quelle idee dimenticate non solo da noi, ma anche da Jep all’interno della pellicola e che invece dovrebbero essere le nostre radici. In fondo, come dice anche “la Santa” nel film: le radici sono importanti

La risalita dopo l’apnea

Eppure Jep è un uomo che a poco più di 20 anni ha scritto un romanzo vincitore di illustri premi letterari, che gli hanno permesso di vivere di rendita per il resto della vita. Come ha potuto un uomo dall’indole così romantica, perdersi nelle banalità del mondano? Nonostante venga a in continuazione incoraggiato a riprendere a scrivere da Romano, l’amico di una vita, Jep preferisce organizzare e partecipare a feste notturne, frequentare circoli artistici di poco spessore, affogare le proprie noie nell’alcool. Fino addirittura a far allontanare Romano, l’àncora, la bussola, il totem di una vita ormai alla deriva e che forse non può più essere recuperata. Nonostante ciò un segnale Jep pare darlo allo spettatore: “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. La voce della coscienza, la speranza per un destino che ci sta sfuggendo di mano. La nostra vita è davvero nostra o siamo solamente gli inquilini momentanei di un mondo indifferente?

Ovviamente tutto il film è un lentissimo climax che porterà il protagonista alla redenzione spirituale, incentivato proprio da quei valori cristiani di cui prima abbiamo parlato. Ognuno di noi, alla stregua di Jep, può far risorgere in sé quell’idea abbandonata di un futuro migliore, roseo, positivo. Ognuno di noi è in grado di far cessare  di essere le chiese “i sepolcri di Dio” per dirlo con Nietzsche. Ma per fare ciò Jep deve evacuare la propria vita: perdersi per poi ritrovarsi. Lo fa notare lui stesso quando spiega la motivazione che lo ha portato ad abbandonare la carriera da scrittore. Come si può scrivere di giornate passate con una “fauna” come quella di cui è composta la cerchia di conoscenti di Jep? d’altronde neanche Flaubert è riuscito a scrivere un libro sul “niente”, come può riuscirci un uomo la cui vita è “niente”.

Come fare allora a tornare a respirare? Come si può risalire in superficie dopo aver vissuto una vita affogati nel chiacchiericcio e nel rumore, nei “bla bla bla bla bla…” La risposta in parte è già completa: riscoprendo quei valori persi, ma che solo al nostro interno possono essere ritrovati, perché sono insiti nell’uomo. E poi arrivando a capire che “in fondo, è solo un trucco. Si, è solo un trucco”. La nostra vita ci appartiene, ma non dobbiamo bistrattarla, non dobbiamo sentirci i signori indiscussi della nostra vita, ma limitarci ad esserne dei fieri abitatori affezionati alla nostra dimora. Dobbiamo smettere di esistere ed iniziare a vivere, solo allora riusciremo a riscoprire la “Grande Bellezza” dello stare al mondo.

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