Indonesia in fiamme per lasciare spazio alle palme da olio, ma perchè sono così importanti?

Se lo chiedono in molti: che senso ha devastare ettari di foreste per poter piantare le palme da olio se poi il prodotto è nocivo per la nostra salute?

(giornalettismo.com)

Da qualche anno è iniziata una vera e propria campagna denigratoria contro l’olio di palma. Studiosi da tutto il mondo ne hanno denunciato gli effetti sulla salute umana al punto da costringere molte industrie alimentari a eliminare questo ingrediente dai loro prodotti. Tutto ciò ha contribuito a far sì che le persone diffidassero di quei cibi in cui era presente, acquistando quelli più genuini. Eppure, nonostante ciò, ancora oggi esistono centinaia di piantagioni di palme da olio. La campagna di sensibilizzazione non è stata efficace? L’olio di palma ha anche altre utilità? Ma soprattutto, vale la pena eliminare ettari di foresta per dar vita a una piantagione?

Gli scopi dell’olio di palma

Chiariamo da subito che l’olio di palma non è utilizzato solo nell’industria alimentare. Il suo elevato contenuto di trigliceridi (acidi grassi) gli permette di essere utile nella formulazione di molti saponi, polveri detergenti e prodotti per la cura della persona. Ma non finisce qui. La palma è usata anche nella produzione di biodiesel, cioè olio di palma poco raffinato miscelato al gasolio. Quest’ultimo può essere o convenzionale o lavorato mediante transesterificazione per produrre un estere di metile dell’olio di palma che rispetta le norme EN 14214. Inoltre, considerando il loro potenziale, si stanno sperimentando processi produttivi di biocarburante di seconda generazione sempre basati sulle palme da olio. A quanto detto va aggiunto che la produzione di quest’olio rende i ricavi economici considerevoli.

(ruralpecuaria.com.br)

Le conseguenze che le piantagioni hanno sull’ambiente

Pur essendo in teoria una fonte di energia rinnovabile, il carburante da olio di palma causa degli effetti collaterali legati alla sua produzione. Tra questi vi è in primis la necessità di convertire alla coltivazione di palme aree ecologicamente importanti come zone di foresta pluviale producndo considerevoli emissioni di carbonio. In seguito a questi fenomeni l’Indonesia è diventata il terzo emettitore mondiale di gas serra e la situazione sta peggiorando proprio in questi giorni. Secondo il rapporto congiunto della Banca Mondiale e del Governo britannico, il solo settore forestale indonesiano sarebbe responsabile del rilascio in atmosfera di 2,563 MtCO2e (Metric Tonne (ton) Carbon Dioxide Equivalent). Secondo il Rapporto quinquennale FAO sulle foreste del 2007, la sola Indonesia perde un milione di ettari all’anno di foreste pluviali. La United States Environmental Protection Agency (EPA) ha escluso il biodiesel da olio di palma dai combustibili ecologici, proprio perché l’impronta di carbonio derivante dalla sua produzione non permette la riduzione del 20% richiesta per le emissioni dei biocarburanti. Per questi motivi l’olio di palma è sì economico, ma solo da un punto di vista monetario: all’ambiente costa troppo.

Piantagione di palme da olio (wakeupnews.eu)

L’olio di palma è un rischio anche per la salute

Numerosi studi confermano che il consumo abituale di olio di palma tende ad aumentare in modo significativo la concentrazione di grassi nel sangue, dal colesterolo ai trigliceridi, innalzando l’indice di mortalità per patologie cardiovascolari. Il suo utilizzo incrementerebbe inoltre la concentrazione di sostanze infiammatorie nel sangue causando danni alle articolazioni.

In base a questi studi il 3 maggio 2016 si è pronunciata sulla vexata quaestio anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA).
L’ente conferma i rischi sulla salute connessi ad alcune sostanze potenzialmente cancerogene che si formano durante la raffinazione ad alte temperature (200°) degli oli vegetali, tra cui anche quello di palma. Queste sostanze sono, di solito, contaminanti da processo a base di glicerolo. Si tratta dei glicidil esteri degli acidi grassi (Ge), 3-monocloropropandiolo (3-mpcd), 2-monocloropropandiolo (2-mpcd) e relativi esteri degli acidi grassi.
Secondo l’EFSA queste sostanze «suscitano potenziali problemi di salute per il consumatore di tutte le fasce d’età».

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