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La gabbianella e il gatto: Sepùvelda e Kant spiegano l’auto imposizione dei propri limiti

Considerazioni sull’auto imposizione dei propri limiti, privi d’un reale riscontro pratico degli stessi e tendenzialmente indotti da fonti esterne, attraverso la “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepùvelda e la concezione di limite Kantiana.

È morto Luis Sepúlveda, il gatto che ci insegnò a volare | Videodrome

 

 

 

Per sua definizione il limite è quella realtà deficitaria che si scontra con la nostra sfera di volontà e possibilità, quel freno all’agire dovuto ad una determinata mancanza di capacità. Ma della natura dei propri limiti, non necessariamente analizzabili in via negativa, si può trattare solo nel momento preciso in cui essi si presentano, ma mi spiego meglio: Se come appena detto un limite è riscontrabile solo nel momento in cui esso si presenta, successivamente all’azione, perchè molto spesso non si agisce in virtù della presenza di essi, seppur non agendo non è ancora possibile verificarne l’esistenza? E’ questo la domanda che intendo rispondere attraverso quanto ci accingiamo a leggere, ed è mio interesse in questa sede indagare, seppur in modo non sufficientemente approfondito, sulla natura dei limiti e della loro “auto imposizione”.

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegno a volare

 

“Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar” è un romanzo di Luis Sepùvelda, pubblicato nel 1996.  Kengah, gabbiano dal ritorno d’una migrazione, si ritroverà sommersa in una pozza di petrolio nel mentre che si accingeva a nutrirsi in mare. Kengah, riuscendo a liberarsi da quella che i gabbiani chiamano “peste nera”, riesce a raggiungere Amburgo, con l’intento di deporre il suo primo uovo, posandosi sul tetto dove trova dimora Zorba, un gatto. Ormai in fin di vita il gabbiano chiede a Zorba di mantenere tre promesse: non mangiare l’uovo, prendersi cura della gabbianella che nascerà dall’uovo, e tentare di insegnarle a volare. Zorba, grazie all’aiuto di altre gatti e d’un poeta, riuscirà infine a mantenere anche la terza promessa, quando la gabbianella che chiamerà Fortunata, riuscirà a spiccare il volo lanciandosi dal campanile di San Michele. Di questo romanzo così semplice e appassionante è nostro interessare analizzare un solo aspetto, quello di come un gatto, assolutamente alieno da qualsiasi capacità di volo, riesca a compiere tale impresa.

I limiti Kantiani

Che la filosofia Kantiana rappresenti una certa difficoltà a livello di comprensione non è una novità, sopratutto se trattata dal testo dell’autore stesso. E’ per questo mia intenzione tentare di semplificarne quanto possibile i concetti, facendo leva sulla semplicità del discorso stesso. Nella concezione Kantiana i limiti vanno intesi come sinonimo di “a priori”, ovvero come un qualcosa che viene prima dell’esperienza che si possa avere della cosa. Il limite diventa dunque la preposizione dell’agire, quell’ente che definisce, prima ancora dell’azione, cosa tu possa o non possa fare.Nella sua concezione di “studio” di là dove si possa agire secondo propria possibilità, il limite diventa fondamentale per un possesso completo della ragione e del suo relativo uso. Ed attraverso questo suo uso della ragione, intendo ora soffermarmi sul punto che era mio interesse mettere in luce sin dall’inizio, “l’auto imposizione dei propri limiti”.

La definizione esterna delle proprie possibilità

Se a definire i nostri limiti è dunque la nostra ragione, com’è possibile la sempre più viva tendenza del limitarsi in virtù dell’altrui agire, o ancor peggio a causa dell’omologazione, attiva ed insieme passiva, ai canoni d’una società che tende sempre più a limitare la propria individualità? L’esempio d’una gabbianella, che nonostante l’istruzione parentale fornitale da un’animale d’una differente specie, pone al nostro occhio differenti punti di riflessione. In primis risulta chiaro, almeno attenendosi ai canoni di quanto letto, che il punto d’inizio, e che dir si voglia, il “genere” di chi ti fa da genitore, non tende assolutamente ad influenzare l’esito della tua realizzazione individuale. Il non essere predisposti ad una singola realtà che la società ci impone come “giusta”, non implica l’essere limitati rispetto alla massa, anzi. E analogamente non è l’identità sessuale dei nostri genitori a decidere se diventeremo “veri uomini” o “vere donne”. Ognuno di noi deve vivere nell’attuazione di ciò che è, indipendentemente da cosa la società richieda affinché ci si possa sentire realizzati. Ma posta la pars destruens è necessario ora presentare la costruens, nel pieno vivere del proprio essere non bisogna confondersi con l’eccessiva idealizzazione di cosa si vuole essere o di cosa si ci crede di essere, in medio stat virtus, e la vita è un contratto sociale. La chiara conclusione, giunti a questo punto della lettura, è che d’un limite non si deve fare modello di vita, ed un modello di vita non si deve fare limite, perché d’altronde troppo spesso si ci sente condizionati dalla definizione che si da di sè.

 

 

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