La disobbedienza civile della Mare Jonio e la necessità di una sentenza
La disobbedienza civile
Nave Jonio di Mediterranea Saving Humans

Mare Jonio è sbarcata a Lampedusa contro gli ordini della guardia di finanza

Il 18 marzo, dopo aver ricevuto una segnalazione proveniente da un gommone in stato di avaria, la nave Mare Jonio dell’ONG Mediterranea Saving Humans ha effettuato un’operazione di soccorso in mare a 42 miglia nautiche dalle coste libiche (zona S.A.R libica). Sono state soccorse 49 persone tra cui 12 minori. Durante il salvataggio sul posto è giunta anche una nave della guardia costiera libica con la quale – come riportato dal capo della missione nonchè noto attivista di sinistra Luca Casarini – non vi è stata nessuna tensione dovuta al rifiuto da parte dell’equipaggio della Mare Jonio ad affidare i profughi in tutela alle autorità libiche. A seguito del salvataggio la nave si è diretta verso Lampedusa, primo porto sicuro rispetto alla zona del salvataggio. L’ordine della guardia di finanza, che vietava alla nave dell’ONG di entrare in acque territoriali italiane, è stato ignorato dal comandante della nave Pietro Marrone che ha dichiarato che fermare la nave avrebbe significato mettere in pericolo profughi ed equipaggio, questo a causa dello stato di agitazione del mare. Nelle prime ore della mattina del 19 marzo l’imbarcazione ha attraccato al porto di Lampedusa e i migranti sono stati sbarcati.

A seguito dello sbarco la procura di Agrigento ha posto sotto sequestro la nave Mare Jonio aprendo un fascicolo d’indagine per favoreggiamento all’immigrazione clandestina subito a carico di ingnoti. A oggi risultano iscritti al registro degli indagati sia il comandante della nave Pietro Marrone sia il responsabile della missione Luca Casarini.

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Luca Casarini, attivista a capo della missione in mare dell’ONG Mediterranea

Il comunicato del viminale e le controversie legali

Nella notte tra il 18 e il 19 marzo il Viminale ha diffuso un comunicato che “chiarisce” le direttive, fino ad ora sempre e solo verbali, del governo riguardo alle operazioni di salvataggio nella zona SAR libica. Questo documento sostiene che le operazioni di salvataggio effettuate nella zona SAR libica non possano concludersi in territorio italiano. Come sostenuto da Lucia Gennari, avvocata dell’Asgi imbarcata a bordo della nave, alla Libia è stata riconosciuta una zona SAR – sulla quale non esercita sovranità, ma solo la responsabilità sui salvataggi in mare – ma non è riconosciuta come porto sicuro. Questo perchè i migranti una volta riportati in Libia dalla guardia costiera libica vengono detenuti in centri di detenzione nei quali vivono tenuti prigionieri in scarsissime condizioni di vita, torturati e sottoposti a ricatti per la liberazione. Col tempo sono emerse numerose report giornalistici che hanno testimoniato con parole ed immagini le condizioni dei migranti in questi centri.

Immagine tratta da uno speciale del TG1 sui centri di detenzione libici

Riportare in Libia dei migranti salvati in mare potrebbe rivelarsi una violazione dei trattati marittimi internazionali per navi che non battono bandiera libica. Secondo Mario Morcone, ex capo di gabinetto del Viminale e direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), la circolare accetterebbe implicitamente che i porti libici possano essere considerati sicuri e che i porti maltesi e tunisini siano adeguati all’accoglienza, ignorando sia le condizioni reali sia le controversie giuridiche che comportano. Altri esperti hanno espresso dubbi riguardo la costituzionalità e la compatibilità col diritto internazionale di questa direttiva che comunque non ha valore legislativo dal momento che non si tratta di un decreto-legge.

La disobbedienza civile di Thoreau e la necessità di agire nei campi che la legge non copre

Le controversie legali emerse a partire da questa circolare del Viminale aprono per il diritto italiano una nuova pagina. I vari trascorsi che hanno visto nei mesi passati navi di ONG bloccate fuori dai porti italiani dopo aver effettuato salvataggi in mare hanno sempre assunto forti connotati politici nel momento in cui le navi interessate non battevano bandiera italiana. Le indagini e l’eventuale processo riguardanti quest’ultimo salvataggio in mare a carico di una nave italiana dovranno stabilire, per la prima volta, se questo atto di disobbedienza civile rientri nei canoni dell’illegalità o meno per il nostro paese vista l’impossibilità di scaricare il peso delle suddette questioni all’UE che deve impegnarsi per garantire buoni rapporti tra i paesi membri.

Henry David Thoreau, filosofo e scrittore statunitense del XIX secolo, nel saggio “Disobbedienza Civile(1849) si pone la seguente domanda: cosa può fare un onesto cittadino contro un governo col quale si trova in totale disaccordo? A partire da questa domanda Thoreau critica l’atteggiamento passivo degli intellettuali della propria epoca che si trovavano in disaccordo con le politiche del neo-eletto presidente J. K. Polk senza muoversi contro questo. L’alternativa a questo atteggiamento passivo è la disobbedienza civile del cittadino che di fronte a problemi affrontati in maniera irragionevole si sottrae alla legge per seguire la propria ragione. L’alternativa di Thoreau – che in vita manifestò il proprio dissenso non pagando tasse e aiutando schiavi a scappare dal Sud – richiede una fiducia illimitata nei confronti del singolo che pone al centro la propria moralità, ed è Proprio questo rende il progetto politico di Thoreau irrealizzabile perchè creerebbe problemi non irrilevanti per la convivenza democratica che pealtro è garantita dall’esercizio delle leggi nei limiti imposti dalla costituzione.

La disobbedienza civile
Dipinto ritraente Henry David Thoreau

La disobbedienza civile può però diventare un efficace strumento non quando si tratta di agire al di fuori dai limiti consentiti dalla legge, bensì quando si tratta di ignorare un ordine imposto dal governo che esula dal contesto giudiziario nel momento in cui va a regolare comportamenti che la legge non ha già regolato.

La storia della nave Mare Jonio ha portato a termine un salvataggio in mare nonostante il divieto di entrare in acque italiane imposto da parte della guardia di finanza. Il piccolo atto di disobbedienza civile dell’equipaggio è adesso sotto indagine da parte della procura di Agrigento, ma questo è un bene. A fronte di questa eccezione il potere giudiziario emetterà la propria sentenza che porrà dei paletti riguardo alla legalità di determinate azioni marittime, non ancora regolate in maniera definitiva. L’esecutivo dovrà rispondere a questa sentenza e produrre a sua volta una regolamentazione che la rispetti. Questo permetterà forse di superare le difficoltà di valutazione legale di azioni come i salvataggi in mare che negli ultimi mesi hanno creato dibattiti incendiari diventati trincee politiche effettive.

Edoardo Dal Borgo

 

 

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