Il Superuovo

La crisi pandemica ha sancito ulteriormente la frattura tra lo Stato centrale e le regioni

La crisi pandemica ha sancito ulteriormente la frattura tra lo Stato centrale e le regioni

La crisi pandemica ha diviso ulteriormente il ruolo delle Regioni italiane dallo Stato centrale. Dopo 50 anni, il Regionalismo sembra essere in crisi.

Dalle riaperture sino alla distribuzione dei vaccini, passando per clamorosi errori, prese di posizione azzardate e maggiori richieste d’aiuto. Il Covid-19 ha illuminato crudelmente ogni ruga, ogni macchia, ogni neo del nostro Paese. L’assetto politico, istituzionale e amministrativo italiano costruito nei 160 anni precedenti, non è più in grado di accompagnarci dentro il nuovo secolo. Bisogna, però, capire prima come si è arrivati a questa fase di decentramento, per poi comprendere come questo sia stato ulteriormente aggravato dall’introduzione del Titolo V.

Il Regionalismo italiano: un processo di decentramento

Il regionalismo, in Italia, è il processo di decentramento che ha portato a concedere autonomia legislativa e amministrativa alle regioni italiane. Il decentramento amministrativo è stato introdotto nel 1948 con la Costituzione Italiana, in cui viene esplicitamente citato all’articolo 5, come principio alternativo e opposto al principio dell’accentramento amministrativo. Il più ampio decentramento amministrativo viene realizzato concretamente attraverso l’attribuzione delle relative funzioni a organi diversi da quelli centrali, ovvero gli enti locali. Sebbene costituzionalmente previsto, il decentramento avvenne in maniera graduale e progressivo, in tema si ricordano la legge 16 maggio 1970, n. 281, la legge 22 luglio 1975, n. 382 e il d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112. I suoi fautori sostengono che il decentramento regionale offra maggiori garanzie contro ogni attentato alla libertà: esso risponderebbe agli effettivi bisogni della vita del paese (autonomie amministrative che comportano una maggiore conoscenza dei problemi economici della singola regione), varia nella sua unità, e permetterebbe una struttura dello Stato più articolata e democratica. Il 16 maggio 1970 è una tappa importante perché la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 281 stabiliva le entrate proprie delle regioni italiane a statuto ordinario, costituiva il demanio regionale e delegava il governo ad organizzare il passaggio di funzioni e di personale dallo Stato alle Regioni. Il mese successivo nelle 15 regioni a statuto ordinario si tennero le prime votazioni per l’elezione del consiglio regionale, che avrebbe a sua volta eletto presidente e giunta regionale. L’introduzione in Italia delle regioni da parte dell’Assemblea Costituente segnava il distacco della Repubblica dal centralismo dell’epoca liberale e dal totalitarismo fascista, che fece del centralismo lo strumento per uniformare qualsiasi differenza territoriale, culturale ed economica. La nascita delle regioni aveva un duplice fine: da un lato, valorizzare quelle differenze sociali, culturali, storiche ed economiche che si consolidarono in 1500 anni di frazionamenti della Penisola; dall’altro lato, in attuazione di un principio di sussidiarietà di matrice cristiana, conferire importanza alle istituzioni più vicine ai cittadini (e quindi da questi più controllabili, con il voto e con la partecipazione) irrobustendo in tal modo la giovane democrazia italiana. Un obiettivo, quest’ultimo, che permea l’intera Carta costituzionale, ma visibile esplicitamente nella partecipazione dei delegati regionali all’elezione del Presidente della Repubblica e nella previsione che i consigli regionali possano richiedere referendum abrogativi di leggi nazionali e, addirittura, referendum sulle riforme della Costituzione approvate dal Parlamento senza maggioranza qualificata.

Le modifiche al Titolo V: in cosa consistono e perché sono contestate

Il titolo V è stato riformato con la Legge Costituzionale 3/2001, dando piena attuazione all’art. 5 della Costituzione, che riconosce le autonomie locali quali enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica. I Comuni, le Città metropolitane, le Province e le Regioni sono enti esponenziali delle popolazioni residenti in un determinato territorio e tenuti a farsi carico dei loro bisogni. L’azione di governo si svolge a livello inferiore e quanto più vicino ai cittadini, salvo il potere di sostituzione del livello di governo immediatamente superiore in caso di impossibilità o di inadempimento del livello di governo inferiore, ovvero, il principio di sussidiarietà verticale. La riforma è stata necessaria per dare piena attuazione e copertura costituzionale alla riforma denominata “Federalismo a Costituzione invariata”. Alle Regioni è stata riconosciuta l’autonomia legislativa, ovvero la potestà di dettare norme di rango primario, articolata sui 3 livelli di competenza: esclusiva o piena (le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare); concorrente o ripartita (le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie, dalle leggi dello Stato); di attuazione delle leggi dello Stato (le Regioni legiferano nel rispetto sia dei principi sia delle disposizioni di dettaglio contenute nelle leggi statali, adattandole alle esigenze locali). Allo Stato compete solo un potere esclusivo e pieno, circoscritto alle materie di cui all’elenco del 2° comma dell’art. 117 della Costituzione, che riguardano essenzialmente la determinazione dei diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Il 3° comma dell’art. 117 Costituzione individua i casi di potestà legislativa concorrente tra lo Stato e le Regioni. Per tutte le altre materie, non indicate e non rientranti in quelle indicate nel 2° e 3° comma dell’art.117 Cost., le Regioni hanno potestà legislativa piena. Per quanto riguarda i Comuni, invece, essi rappresentano, curano e promuovono lo sviluppo della comunità locale e sono i principali destinatari delle funzioni amministrative, in quanto più vicini al cittadino e ritenuti più idonei a esercitare i compiti amministrativi. Ma, dal momento della sua riforma, tra Stato e Regioni è iniziato un contenzioso perché le materie presenti nella legislazione concorrente sono diventate oggetto di discussione tra i due livelli, statale e regionale, e tale condizione ha determinato un pesante rallentamento delle decisioni operative. Per esempio, il piano vaccinale al momento è fermo, così come l’attuazione del patto per la salute, per il quale si attende che la Conferenza Stato-Regioni trovi un accordo. In secondo luogo, anche se non si può affermare che la riforma ne sia l’unica causa, di fatto a partire da allora si è verificato un aumento della spesa: le Regioni hanno speso più di quanto avessero a disposizione, da cui il problema dei piani di rientro. Infine, l’organizzazione dei Livelli Essenziali di Assistenza non è stata attuata in modo uniforme: prestazioni fondamentali come quelle afferenti le cure primarie, l’assistenza neonatale, nonché la gestione delle urgenze, sono presenti in misura sensibilmente diversa da una Regione all’altra.

Le competenze delle Regioni in ambito sanitario

La riforma del Titolo V ha ampliato l’ambito materiale della competenze legislative regionali, sostituendo all’originaria voce dell’assistenza sanitaria ed ospedaliera quella della tutela della salute, oggi annoverata tra le
materie di legislazione concorrente nell’art. 117, comma 3, Cost. Che si tratti di una materia assai più ampia rispetto a quella contenuta nel vecchio assetto delle competenze è stato sottolineato in più occasioni dalla giurisprudenza costituzionale: più ampia perché estesa a tutti i profili che possono incidere sulla tutela della salute (sia come diritto, sia come interesse della collettività) anche se privi di una valenza propriamente assistenziale. La materia include così, ma solo a titolo esemplificativo, i profili organizzativi e gestionali della sanità regionale (che quindi può essere oggetto di differenziazione, ma nel rispetto dei principi fondamentali posti dalle leggi statali), mentre deve escludersi la sussistenza di un distinto ambito materiale relativo all’organizzazione sanitaria riconducibile alla competenza residuale regionale; comprende l’organizzazione del servizio farmaceutico, dal momento che la complessa regolamentazione pubblicistica della attività economica di rivendita dei farmaci è finalizzata ad assicurare e controllare l’accesso dei cittadini ai prodotti medicinali ed in tal senso a garantire la tutela del fondamentale diritto alla salute; comprende l’appropriatezza delle pratiche terapeutiche; si estende fino alla sanità veterinaria. La novella del 2001 consolida, quindi, sul piano costituzionale, la tendenza alla riunificazione dell’intera materia sanitaria che la legislazione ordinaria aveva già anticipato, consentendo alle regioni di regolare tutti gli aspetti che, direttamente o indirettamente, mirano alla tutela del bene salute.
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