Il successo del caso colombiano ci mostra come sia possibile risollevarsi dal passato di instabilità che ha contraddistinto l’America Latina. Che cos’è il fenomeno delle guerrillas e dei regimi militari? E perché si sviluppa?

Uscita dalle maglie de La Violencia che la imprigionava in un clima di instabilità politica, la Colombia si impone nel panorama sudamericano come un esempio di speranza per tutti quei paesi che, come lei, sono stati vittima di sanguinosi e turbolenti scontri.
Il caso colombiano
Il 7 agosto 2018 Ivan Duque diviene presidente della Colombia. L’evento funge da spartiacque per il paese, ancora in preda alle conseguenze socioeconomiche di quei continui scontri tra Partito Conservatore e Partito Liberale che negli anni ’50 avevano devastato il paese. All’instabilità di quegli anni Duque contrappone un governo improntato a risollevare la Colombia da un duplice punto di vista, quello economico e quello sociale. Ecco, quindi, che oggi parliamo non solo di una significativa crescita economica, ma anche e soprattutto di una serie di riforme sociali che hanno trasformato il paese nella direzione di un paese sicuro, efficiente e all’avanguardia. Basti pensare alla capitale Bogotà che, da sempre nota per le sue affiliazioni con i cartelli della droga, oggi vanta una rete di infrastrutture che la inseriscono tra le più moderne metropoli del mondo. A questo vi si aggiunga la svolta umanitaria che Ivan Duque ha di recente voluto dare al suo governo: la Colombia ha deciso, nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, di regolarizzare 1.7 milioni di migranti venezuelani. La decisione sopraggiunge in seguito all’incontro con Filippo Grandi, alto commissario ONU, e prevede un piano decennale volto all’integrazione dei migranti nei tre settori di lavoro, istruzione e sanità. Ed è proprio in merito a quest’ultimo che evidenziamo un altro successo del governo di Duque: non solo il paese ha condotto una sapiente politica di misure restrittive ed aiuti economici per contenere la pandemia di Covid-19 ma prevede anche di inserire nel piano vaccinale la massa di esuli venezuelani nel paese. Ecco allora che la Colombia si dimostra un esempio di successo per tutti quei paesi dell’America Latina che ancora oggi si trovano a subire o pagano le conseguenze di governi instabili e talvolta perfino non propriamente politici.
Il clima internazionale
Ora, per comprendere l’età delle guerrillas e dei regimi militari in America Latina occorre dapprima partire dalla considerazione del contesto internazionale. In particolare, due sono le variabili che occorre guardare: da un lato la Guerra Fredda, dall’altro la cosiddetta Alliance for Progress. Per quanto concerne la prima, al di là dello scontro tra il blocco americano ed il blocco sovietico, questa portava con sé una significativa ingerenza degli Stati Uniti nei paesi sudamericani. Un esempio è costituito dall’Alliance for Progress, voluta dal presidente Kennedy nel 1960. L’Alianza para el progreso, come chiamata in spagnolo, si proponeva di stabilire una collaborazione economica tra Stati Uniti e paesi dell’Americana. Tuttavia, così come il piano Marshall in Europa, tale alleanza non era volta soltanto a fornire aiuti economici con particolare riferimento ai settori dell’agricoltura e dell’industria ma si proponeva anche alcuni obiettivi politici, il primo fra tutti l’instaurazione di regimi democratici nel continente. Ecco, quindi, che tra il 1961 e il 1963, gli Stati Uniti si fecero protagonisti di una sospensione temporanea delle relazioni economiche e diplomatiche con molti paesi retti da regimi dittatoriali o autoritari: tra questi, Argentina Guatemala, Cuba, Perù, Honduras e Repubblica Domenicana. A questo vi si aggiunga che durante il meeting del 1968 dell’Organization of American States tutti i paesi dell’Americana Latina, fatta eccezione per il Messico, troncarono sotto pressione statunitense le relazioni diplomatiche con Cuba, la quale era già stata espulsa dall’organizzazione da Kennedy nel 1962. E Cuba è di fondamentale importanza per comprendere l’esplosione del fenomeno della guerrilla in America Latina. Due, di fatti, furono i fattori decisivi: il conflitto ideologico sino-sovietico ed il successo della guerrilla promossa da Fidel Castro a Cuba poi risultata nella rivoluzione cubana.

Guerrillas e regimi militari
Per comprendere lo sviluppo delle guerrillas occorre partire dalla considerazione che l’esempio cubano fece leva su tutti i paesi dell’America Latina. Si trattava da un lato della dimostrazione che la rivoluzione fosse possibile anche in quei paesi che non avevano a disposizione tutti gli strumenti teorizzati dalla dottrina e dall’altro della concretizzazione della possibilità di liberarsi dalle catene statunitensi. Ecco, quindi, che Castro iniziò ad esportare il regime attraverso quella che viene definita la tattica de “el foco”, vale a dire che laddove non fosse possibile fare affidamento sulla presenza di un partito comunista definito e militante, la soluzione proposta fu la creazione di piccoli gruppi di rivoluzionari addestrati a sfruttare l’escalation di eventi locali. Cuba divenne la base di tutte le conferenze internazionali dei movimenti rivoluzionari; movimenti che si proponevano di esistere in ogni paese e costituiti da individui addestrati militarmente secondo le tecniche della “guerrilla walfare”. Sul versante opposto delle guerrillas, c’è il prendere piede della cosiddetta dottrina della sicurezza nazionale, che costituisce il terreno ideologico dei regimi militari. Questi ultimi nascono a partire dagli anni ’60 del Novecento come risultato del clima di instabilità che succedette alle guerre di indipendenza. Pe regime militare è da intendersi l’accrescersi progressivo del ruolo e del potere delle forze militari nella società. Ecco quindi spiegata la diffusione delle accademie militari e l’introduzione della leva obbligatoria in quasi tutti i paesi dell’America Latina. La conseguenza fu non solo la formazione di una nuova classe di ufficiali preparati professionalmente ma anche l’intersecarsi di politica e violenza, con l’uno influenzato e dipendente dall’altro.